Non si volta pagina a Venezia regalandola alla destra

ROBERTO D’AGOSTINO
[Scrive Silvio Testa su ytali] “Manca del tutto l’unica ragione vera della sconfitta, che paradossalmente è chiara, lampante, sotto gli occhi di tutti: vent’anni di centrosinistra hanno portato la Città a un disastro epocale. Il turismo non governato … moto ondoso, sporcizia, degrado sociale, proliferare di alberghi, b&b, affittacamere più o meno abusivi …sul Lido è meglio stendere un velo pietoso…Mestre è un centro in via di desertificazione di funzioni commerciali e sociali…..il proliferare di inutili partecipate, la scarsa efficienza dei servizi pubblici, la debacle del Casinò, il dissesto del bilancio, la svendita del patrimonio pubblico….Sul tema delle grandi navi meglio stendere un velo pietoso.”

Dunque se questo è il centro sinistra dateci il centro destra!

Dire che a Venezia “vent’anni di centrosinistra hanno portato la Città a un disastro epocale” è speculare a dire che da vent’anni, pur con qualche errore, si opera bene e occorre continuare così. Il vero limite dei discorsi sulla città non è la mancanza del riconoscimento degli errori, ma l’incapacità di analisi vera delle situazioni che la storia via via ci propone.

Proviamo a fare almeno qualche chiarezza. Venezia nella sua storia è passata attraverso crisi drammatiche dalle quali ogni volta è uscita attraverso la capacità di reinventarsi completamente. Dalla più grave, la fine della Repubblica, nasce la città industriale ispirata ai modelli delle grandi città industriali ottocentesche. Dalla crisi di quel modello, agli inizi del secolo scorso, nascono Portomarghera, la città di Mestre, il Lido. Anche questo modello si esaurisce a partire dalla metà degli anni settanta del novecento: la crisi industriale e ambientale di Marghera, la crisi demografica e sociale, l’avvento di una economia totalizzante come quella del turismo che distrugge addirittura la coesione sociale della città. È ancora all’interno dell’onda lunga di questa crisi che siamo immersi con la peculiarità, o forse per il motivo, che nel frattempo è esplosa una crisi mondiale sia nell’economia che negli assetti democratici.

All’indebolimento e morte del modello novecentesco, la città ha tentato per vent’anni (75/95) di rispondere attuando strategie difensive volte alla pura conservazione, ma questo tentativo di conservazione ha accentuato invece di risolvere una crisi dalla quale era possibile uscire soltanto immaginando, ancora una volta, una nuova idea di città. Lo scontro tra il cosiddetto partito del fare e del non fare (che riappare tristemente anche oggi nel dibattito elettorale) ha accentuato drammaticamente le difficoltà di Venezia lasciandola per troppo tempo priva di un progetto.

Verso la fine di quel ventennio un progetto, come noto, è stato elaborato (l’Idea di Venezia elaborata all’interno dell’Istituto Gramsci) ed è stato portato avanti da “uomini nuovi” guidati da Massimo Cacciari. Un progetto che individuava una nuova dimensione urbana (la città bipolare e non più centro/Venezia e periferia/Mestre) che consentisse a Venezia di giocare il ruolo che le spetta nella dimensione globale costruendo una città ampia, forte e competitiva. In questo progetto, centrali erano le azioni propositive e non semplicemente regolative della Pubblica Amministrazione.

Questo progetto si è intrecciato con una questione sociale segnata dal conflitto tra interessi corporativi legati a un sempre maggiore sfruttamento della città; interessi conservativi (gli abitanti tradizionali, gli addetti al pubblico impiego, alle professioni liberali, al piccolo commercio, i pensionati, alcuni strati della piccola e media intellettualità, ma anche i detentori di grandi rendite patrimoniali), che soffrono maggiormente le condizioni di espropriazione e di alienazione della città e identificano il pericolo nei cambiamenti; infine le forze sociali (il mondo della cultura produttiva, delle professioni di rango nazionale o internazionale o legate all’innovazione, dell’impresa non intrecciata alla rendita, dei giovani lavoratori mobili, dei nuovi abitanti …) sempre più esigue, anche se talvolta e temporaneamente vincenti, che vogliono assumere la nuova dimensione globale per far giocare alla città un ruolo da protagonista come richiedono la sua vocazione internazionale, il suo nome, l’universalità del suo patrimonio culturale e la sua riconosciuta e consolidata cultura urbana internazionale, interetnica e interreligiosa.

Questo conflitto ha avuto delle vicende alterne. Potrei facilmente dimostrare, dati alla mano e con un lungo elenco di fatti che oggi sono davanti agli occhi di tutti, che per quasi una diecina di anni questa forze sono state vincenti nella città: il recupero fisico, le regole urbane, la rivoluzione del welfare, l’ampliamento degli asset culturali, sono i punti vincenti di quella fase. Che tuttavia è rimasta una fase di transizione che si sarebbe dovuta approfondire e consolidare.

Il tentativo di elaborare un Piano Strategico, sottoscritto da oltre ottanta tra i soggetti culturali, economici e sociali attivi in città è stato il tentativo estremo in questa direzione. Il suo affossamento con l’ultima giunta Cacciari, con l’abbandono del ruolo centrale dell’Amministrazione nel governare le trasformazioni, è stato invece il simbolo della rinuncia a proseguire in un a strada difficile, ma che stava ridando a Venezia la sua forza e la sua dignità. In quell’occasione si è chiuso un ciclo e se ne è aperto un altro segnato dalla crisi globale (e, per Venezia, dalla contemporanea esplosione distruttiva del turismo) che avrebbe avuto bisogno di un di più di capacità di governo e invece si è incrociato con la definitiva scomparsa in città dei luoghi di riflessione e elaborazione politica, segnata, tra l’altro dall’afasia ultradecennale del maggior partito della città.

Per affrontare questa situazione con cui facciamo drammaticamente i conti ci sarebbe bisogno di una nuova classe dirigente, orientata alla dimensione internazionale, competente e fortemente attrezzata dal punto di vista tecnico e culturale.

Proprio quella che abbiamo oggi, come dimostra il dibattito elettorale!

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