Spagna, la nuova mappa del potere dopo il terremoto di maggio

ETTORE SINISCALCHI
Dopo il voto delle elezioni amministrative del 25 maggio comincia a prendere forma la rivoluzione della mappa amministrativa spagnola, all’insegna della crisi del bipartitismo. Se di crisi definitiva si tratta, si vedrà, intanto nelle urne Pp e Psoe hanno perso quasi il tredici per cento e 3,3 milioni di voti rispetto alle amministrative del 2011. Il Pp, fa i conti con oltre 2,5 milioni di voti in meno e maggioranze assolute perse ovunque.

Il Psoe, pur riconquistando il primato nel voto municipale, si trova con 800mila voti in meno rispetto al già magro bottino di quattro anni fa, anche se espande la lista di comuni e regioni. La vittoria politica di questa tornata elettorale è quella di Podemos e delle liste di Unità popolare nate attorno al neo-partito di Iglesias, che è riuscito a catalizzare il bisogno di cambiamento, e di Ciudadanos, che è andata meno bene di quanto sondaggi e aspettative prevedevano, ma ha incassato un buon risultato.

All’indomani del voto è iniziato il percorso per la formazione delle maggioranze nelle assemblee e per l’investitura di presidenti e sindaci e la formazione dei governi regionali e delle giunte municipali. Percorso delicato e difficile perché inedito per la democrazia spagnola. Rispetto agli scenari che vedevano un partito chiaramente maggioritario accordarsi con alleati minori siamo adesso a un dialogo tra pari nel quale, inoltre, debuttano nuove formazioni politiche che si devono misurare sulla capacità di costruire maggioranze politiche, anche con i partiti tradizionali.

Facciamo il punto della situazione, limitandoci alle realtà più significative, a cominciare dalle grandi città.

Nella capitale Madrid da poche ore la situazione si è sbloccata con un accordo tra il Psoe e la lista Ahora Madrid per l’investitura a sindaca della sua candidata Manuela Carmena. Ai venti consiglieri della lista formata da Podemos e Ganemos si aggiungeranno quindi i nove socialisti, facendo tornare la sinistra alla guida della città dopo 25 anni. Una trattativa difficile, con entrambi gli interlocutori sotto pressione. Il Psoe per le spaccature che hanno fatto aleggiare l’incubo del “Tamayazo” (dal nome di uno dei due consiglieri socialisti che nel 2003 non si presentarono in aula impedendo l’investitura del candidato socialista Rafael Simancas, determinando nuove elezioni vinte dal Pp).

Ahora Madrid per le inevitabili difficoltà dovute al deficit di esperienza, affrontate con decisione e intelligenza da Carmena e dal suo staff, che hanno saputo far pesare la forza del successo trasversale personale della ex giudice costituzionale. Il bisogno di cambiamento espresso dalle urne ha resistito ai tentativi di ridimensionamento. La condizione principale del Psoe era il ritorno all’assemblea cittadina di alcuni poteri avocati alla giunta dall’amministrazione di Alberto Ruiz-Gallardón nel 2011, assemblea che tornerà a essere presieduta dalla sindaca nelle sedute plenarie. La richiesta dei socialisti dell’immediato varo di un Piano contro la povertà infantile, si unisce così agli altri cinque obiettivi immediati del programma di Manuela Carmena (blocco delle requisizioni delle abitazioni e degli sfratti, cessazione della privatizzazioni dei servizi pubblici e limitazione delle loro esternalizzazioni, garanzia dell’erogazione di luce e acqua alle famiglie in difficoltà economica, garanzia di accesso universale e gratuito alle prestazioni sanitarie, sviluppo di un piano urgente per l’inserimento lavorativo dei giovani), in un programma di governo che rappresenta un piano organicamente alternativo alle misure anti-crisi sin qui seguite, tra i più radicali messi in campo dalle capitali europee.

Più complessa la situazione a Barcellona, dove Ada Colau, candidata vincitrice della lista di unità popolare Barcelona en Comú (formata da Iniciativa per Catalunya – Verds, Esquerra Unida i Alternativa, Equo, Procés Constituent e Podemos), non è riuscita a trovare un accordo politico con altri partiti. Varerà quindi un governo di minoranza, con la prospettiva di incorporare altri soci in seguito. Gli interlocutori principali sono i socialisti catalani (Psc), i nazionalisti di Esquerra republicana de Catlunya (Erc) e la Cup, lista della sinistra radicale nazionalista. E il “gioco dei troni” è a tripla trama.

Il Psc vuole un’alleanza organica di sinistra ma la lista di Colau non vuole ripetere il modello di alleanze Psc-Iu delle passate stagioni. Erc per ora vuole le mani libere, almeno fino alle elezioni per il rinnovo dell’Autonomia catalana di fine settembre. Le pressioni di Convergencia i Uniò (CiU), col quale governa l’Autonomia, e combatte sullo sfondo la lotta per la supremazia del voto nazionalista catalano, rendono per forza di cose ambigua la posizione dei repubblicani, restii a misurarsi anche col potenziale ridimensionamento dell’impatto del discorso nazionalista e indipendentista fatalmente legato al varo di politiche alternative di governo per affrontare la crisi economica. La Cup sceglie di impegnarsi ma non troppo dando uno dei suoi tre voti per l’insediamento di Colau, e lasciando i due in sonno per marcare la distanza. Uno scenario delicato.

A Barcellona si è espressa un’opposizione all’insediamento della sindaca da parte di associazioni imprenditoriali, in particolare nel settore turistico, e gruppi economici e bancari, di inusitata violenza verbale. L’economia cittadina, basata sempre più sullo sfruttamento del turismo, e il contrasto all’impoverimento che sta causando agli abitanti della città, sono stati al centro della campagna elettorale e lo saranno nella lotta politica dei prossimi mesi. Altri elementi sensibili, come la riforma della polizia locale, protagonista di numerosi casi di violenza ingiustificata, anche omicida, e la questione delle requisizioni delle case alle famiglie insolventi delle rate dei mutui, lotta alla cui guida Colau ha forgiato la sua immagine pubblica, sono alcuni dei temi che saranno al centro del programma di governo.

Valladolid è stata la prima a chiudere le trattative e Óscar Puente, del Psoe, sarà sindaco con un patto con Sí se Puede, la lista nata attorno a Podemos, e Valladolid Toma la Palabra, che il futuro sindaco sta tentando di far diventare organico con l’impegno di tutti le componenti nel governo.
Il Psoe appoggerà anche le candidature di Podemos a Cadice, José María González della lista Por Cádiz sí se puede, e di Saragozza, col leader di Zaragoza en Común, Pedro Santisteve, e governerà da solo a Siviglia, coi voti di Iu e Participa Sevilla. A Valencia cala il sipario sui 24 anni di potere della sindaca Pp, Rita Barberá, con un accordo a tre tra socialisti, Valencia en Comú, altra lista nata attorno a Podemos, e Compromís, coalizione nazionalista rosso-verde, per l’investitura a sindaco del candidato di Compromís, Joan Ribó. Barberá, pur di evitare il passaggio di consegne, si è dimessa immediatamente dall’Assemblea.

Nei governi delle Comunità autonomiche la situazione è più fluida, coi popolari che mantengono maggiori quote di potere. Nella Comunità di Madrid l’accordo tra Pp e Ciudadnos per la composizione del Parlamento prospetta un accordo anche per la Presidenza, nel quale la popolare Cristina Cifuentes verrebbe eletta con maggioranza assoluta.

Nella Comunità valenziana è di queste ore l’accordo tra Psoe e Compromís: il socialista Ximo Puig sarà presidente e la sua vice sarà la candidata nazionalista, Mònica Oltra, mentre Podemos darà appoggio esterno. Problemi per il Psoe nelle Asturie e in Extermadura, dove Podemos è restia a appoggiare i suoi candidati. In Castilla y León il Pp è vicino all’accordo con Ciudadanos, mentre in Castilla la Mancha Psoe e Pp cercano con difficoltà gli appoggi di Podemos e Ciudadanos, ma è probabile che il Pp riesca a confermare la presidenza di María Dolores de Cospedal alleandosi con Ciudadanos. Intanto, oggi, è finalmente riuscita a essere eletta presidente dell’Andalusia la socialista Susana Díaz, a quasi tre mesi dalle elezioni andaluse, coi voti di Psoe e Ciudadanos.

Come si vede, partiti e movimenti si adattano alla nuova situazione per formare governi. Complessivamente la democrazia spagnola pare affrontare bene una situazione inedita: il sommovimento del quadro politico non sembra impedire la formazione dei governi nelle città e nelle regioni, e questo è un dato confortante e importante. Il gioco delle alleanze riesce meglio ai socialisti, anche per l’appoggio a candidati di altre liste, mentre i popolari si rivolgono prevalentemente a Ciudadanos per compensare le perdute maggioranze assolute. Naturalmente sotto l’occhio dei riflettori ci sono soprattutto Podemos e Ciudadanos, che offrono alle istituzioni democratiche il loro capitale di cambiamento nella formazione di governi di coalizione coi partiti tradizionali, la “Casta” indicata finora come nemico, e si mettono in gioco, il che non è esente da rischi. Anche questo dice cose confortanti sul processo partecipativo e la salute della democrazia spagnola.

La lista di Pablo Iglesias, in particolare, si trova a scegliere non solo per i governi locali ma anche per il suo progetto a medio termine. Quello di Podemos è un progetto nato su misura per confrontarsi con le elezioni politiche nazionali. Con l’ambizione di strappare l’egemonia a sinistra al Psoe e di superare anche il Pp, in crisi per gli scandali. Su questo percorso, impetuoso e rapido oltre ogni previsione, le elezioni amministrative hanno rappresentato un fatto imprevisto col quale misurarsi. Il partito nato per le politiche non poteva non misurarsi con la possibilità di cambiamento nei territori. La strada scelta è stata quella di promuovere liste proprie, con diverse denominazioni, e aggregazioni di liste e movimenti nelle candidature di unità popolare, quelle che si sono rivelate vincenti a Madrid e Barcellona, per esempio.

Adesso Podemos si trova davanti alla prova del governo ma anche a una ridiscussione del progetto originale, con voci che li levano all’interno del partito per chiedere la riproposizione del modello delle liste di unità popolare su scala nazionale alle prossime politiche. Iglesias, che del controllo del processo politico ha fatto un caposaldo della strutturazione di Podemos da movimento a partito, costruendo un delicato equilibrio tra massima apertura, la partecipazione attraverso le piattaforme elettroniche nella formazione degli organi di garanzia e le primarie aperte, e mantenimento del controllo del processo politico di formazione degli organismi interni esecutivi, si troverebbe a dover mettere insieme un modello diverso, in poco tempo e con molte incognite. Sarà questo uno dei nodi politici della nuova formazione, che dovrà anche rinunciare a attacchi generici contro partiti coi quali governa in molte realtà locali, Psoe e Iu. Il Psoe dovrà fare i conti con la presenza di un forte alleato a sinistra, e quindi cessare le grida d’allarme sul populismo chavista, e ricostruire la sua credibilità sul piano nazionale, dove non ha un leader trascinatore – Pedro Sánchez non lo è ancora. I popolari dovranno fare i conti con gli scandali, l’abbandono dei votanti e la grigia figura di un Rajoy, il capo del governo e del partito, sempre più screditato. Mentre i partiti nazionalisti, catalani e baschi soprattutto, dovranno prendere le misure e capire se e quanto possa ancora essere spendibile sul piano politico elettorale una visione della realtà ridotta al discorso nazionalistico – questione che tocca anche l’opposto nazionalismo centralista-castigliano, che è soprattutto della destra ma presente anche nel Psoe.

La democrazia spagnola è a una prova, che non è tanto rappresentata dalla contingenza del mutato quadro politico, quanto dalla crisi del sistema della Spagna delle autonomie, che ha portato il paese dalla dittatura e dall’arretratezza alla democrazia e allo sviluppo. Un modello che non riesce più a tenere insieme il paese in un progetto comune e che deve essere riformato, anche radicalmente. Oggi, il nuovo re Felipe VI ha revocato l’uso del titolo di duchessa di Palma alla sorella Cristina, in applicazione del nuovo codice di trasparenza della Casa reale, per l’implicazione del marito, Iñaki Urdangarin, in uno scandalo di corruzione. Cristina, che è ancora Infanta e che si è rifiutata di rinunciare ai diritti di successione. Ma difficilmente la grande riforma sarà il tema in testa all’agenda immediata. Tutto il quadro politico spagnolo, partiti e governo nazionale, si appresta al percorso accidentato che conduce alle elezioni del generali del 20 dicembre, dalle quali scaturirà l’XI legislatura, il cui volto adesso non si riesce neanche ad immaginare. L’unica scommessa certa è che non ci sarà nessuno con la maggioranza assoluta.

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