Renzi e la diga veneziana

GUIDO MOLTEDO
Matteo Renzi ha snobbato il voto veneziano. Solo una breve apparizione, il 3 maggio a Mestre, a poco meno di un mese dal primo turno, e neppure una parola prima del ballottaggio. A rappresentare il Pd, ha inviato a Venezia il vicepresidente del partito, Lorenzo Guerini, che ieri ha detto parole di circostanza: «Il Pd nazionale guarda con solidarietà e attenzione a queste elezioni e al futuro di Venezia». Tutto qui.

Felice Casson non era il candidato di Matteo Renzi. Come poteva esserlo, uno dei suoi più fieri avversari al senato? L’estate scorsa, dopo le dimissioni di Giorgio Orsoni, il premier aveva valutato la possibilità di candidare l’ex-rettore di Ca’ Foscari, Carlo Carraro. Il suo piglio manageriale e la sua importante rete di relazioni, anche imprenditoriali e internazionali, lo rendevano, agli occhi del premier, l’uomo adatto per sparigliare i giochi dentro un Pd veneziano rissoso, il candidato giusto per guidare il centrosinistra, forte anche della capacità di conquistare fette di elettorato moderato e centrista.

Ma fu poco più che un’idea, effimera e presto abbandonata. Distratto dalle cose romane e privo di un fidato punto di riferimento in città, Renzi si disinteressò della vicenda veneziana. C’era anche un renziano sulla scena lagunare, Jacopo Molina, che peraltro gli somiglia pure, se non altro per lo stesso impulso rottamatore e la stessa dichiarata voglia di palingenesi generazionale.

Il feeling non è scattato. Anche perché Renzi aveva ormai deciso che fossero gli elettori veneziani a scegliere il candidato sindaco, attraverso le primarie, consapevole che espandere il suo decisionismo anche nelle vicende locali, e in una situazione spinosa come quella veneziana, sarebbe stato velleitario e controproducente.

Essì, nonostante la sua esibita spavalderia, Matteo ha in realtà un acuto senso del limite e dei suoi limiti. Il suo spiccato fiuto politico gli consente di vedere i varchi entro cui infilarsi e farsi spazio, e di annusare le insidie, come nel caso veneziano.

Opporsi alla candidatura di Felice Casson, candidato in pectore già da un paio d’anni, spingendo in campo o favorendo un “suo” candidato, avrebbe avuto solo l’effetto di rafforzare il senatore e di consentire alla sinistra piddina di fare del caso veneziano un’altra vicenda emblematica della sua allergia alla democrazia e della sua vocazione accentratrice e leaderistica.

In Veneto Renzi ha preso una brutta botta, con il pessimo risultato conseguito da Alessandra Moretti. A tutto quanto si è scritto e detto subito dopo questa sconfitta, va aggiunto un aspetto trascurato nelle analisi a caldo.

Nella “geopolitica” renziana il Veneto era una regione chiave. A Treviso, un feudo leghista, la vittoria nel maggio 2013 di Giovanni Manildo, considerato un renziano doc, lui sì apertamente sostenuto da Matteo, aveva fatto immaginare che la crisi della Lega avrebbe potuto aprire la strada a una sorta di ritorno del Veneto alle sue origini, non la riesumazione della balena bianca dorotea, egemone per decenni, ma la costruzione in senso moderno di qualcosa che le somigliasse, un primo passo verso quello che poi è stato definito il Partito della Nazione. Una forza centrista, non moderata ma innovatrice in senso blairiano, innervata di cultura solidaristica cattolica, nella migliore tradizione della regione.

Lo scacco subito da Moretti, avvenuto in uno scenario considerato irripetibile, quando la Lega s’è spaccata tra seguaci di Zaia e seguaci di Tosi, mette fine a ogni elucubrazione di laboratorio veneto.

Quel che accadrà a Venezia domani non può più essere visto dentro il quadro che si erano immaginati gli strateghi renziani, quando ancora pensavano che la conquista del Veneto fosse possibile, e Venezia, in quel quadro, sarebbe diventata marginale. In presenza di un successo di Moretti, la vittoria di Casson avrebbe avuto un peso relativo minore.

Adesso, nonostante l’avversione reciproca tra Renzi e Casson, la vittoria di quest’ultimo assume un rilievo politico, perché comunque mitiga, nell’immediato, la portata della sconfitta subita da Moretti. Al contrario, nonostante sia tutt’altro che un renziano, una sconfitta di Casson confermerebbe il grave impasse in cui si trova oggi il renzismo.

È un’ambiguità evidente, che gli elettori percepiscono e che potrà avere un peso sull’esito del voto, a partire innanzitutto dal tasso di affluenza elettorale.

Infatti, per settori cruciali dell’elettorato di sinistra critico, che in parte si è astenuto al primo turno, in parte ha votato Cinque stelle, la relazione tra Casson e il Pd, sia nazionale e renziano sia locale, è considerata irrisolta.
Da una parte dell’elettorato meno politicizzato ma arrabbiato, arrabbiato soprattutto con il Pd locale che ha governato per decenni, Casson è visto come il migliore dei peggiori, perché lo ritengono integro ma non sufficientemente autonomo dal Partito democratico.
Bisognerà vedere se e quanto peserà quest’atteggiamento “sospettoso”, e il primo indizio sarà certamente il livello di partecipazione al voto.

Alla fine, se sarà Brugnaro a prevalere, non è detto che per Renzi sia in fondo il minore dei mali, sostengono alcuni, ma sono quelli che conoscono molto poco il premier. Il presidente del consiglio, nella situazione in cui si trova Venezia, preferisce avere a che fare con una figura, anche molto diversa dalla sua, come quella di Casson, ma determinata e decisa a rimettere ordine in città, piuttosto che con un imprenditore che farebbe blocco con Zaia più che con palazzo Chigi, e che con il suo impeto e il suo sorriso dividerebbe la città, e Venezia di tutto ha bisogno, dicono nel giro renziano, tranne che di un sindaco “divider”.

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