Il nuovo doge è di Spinea. E sarà lui l’erede di Silvio

GUIDO MOLTEDO
Il nuovo doge di Venezia è un uomo della terraferma che s’è fatto da sé, è nato a Mirano e vive a Spinea. I suoi sostenitori e fan, nella notte di domenica, hanno disteso dai balconi di Ca’ Loredan/Ca’ Farsetti un ampio drappo fucsia, il colore simbolo della sua campagna elettorale. Kitsch e politica.

L’elezione di Luigi Brugnaro, 53 anni, è l’esito di una mutazione di Venezia che Pasolini avrebbe definito antropologica. Una trasformazione che procede da diversi anni e che è andata di pari passo con il processo di desertificazione della sinistra cittadina, influenzandosi reciprocamente.

È dunque l’esito di un percorso trasformativo radicale della città, ma è anche l’inizio di un nuovo percorso che, non trovando di fronte a sé contrapposizioni significative, potrebbe cambiare definitivamente i connotati di Venezia.

Lo spostamento del baricentro veneziano dal centro storico alla terraferma, dove vivono quasi due terzi dei cittadini, trova in Brugnaro il suo evidente coronamento, invocato da tempo da molti mestrini, che lamentano un’attenzione nei confronti della città d’acqua a discapito della città di terra.

Ma l’elezione dell’ex-presidente della Confindustria veneziana non configura un riequilibrio tra le parti della città ma la progressiva, rapida e forse irreversibile marginalizzazione di Venezia, trasformata definitivamente in luogo turistico, appendice disneylandiana di Mestre e Marghera, città deindustrializzate, destinate a gravitare sempre più intorno a Venezia e alle sue attività turistiche come prestatori di lavoro e come retroterra logistico.

Naturalmente, la situazione amministrativa del Comune di Venezia è talmente mal messa che la marcia trionfale di Brugnaro dovrà molto presto fare i conti con la dura realtà. Ma siccome la sinistra, in tutte le sue articolazioni e specificità, da quella radicale a quella renziana, penserà bene di affrontare questa nuova fase beccandosi reciprocamente come i capponi manzoniani; e siccome una parte consistente dell’elettorato di sinistra preferisce starsene a casa con i suoi mugugni e regalare le redini del loro comune a un Berlusconi locale o, come l’abbiamo definito, a un “Guazzaloca in saor”: per queste e altre ragioni, Brugnaro non troverà ostacoli se non nella sua eventuale incapacità di governare un comune, che non è un’impresa, e nell’oggettiva, gravissima situazione che troverà a Ca’ Farsetti un minuto dopo il suo insediamento.

Cercare introiti nel turismo, in ogni modo, sarà fatalmente la strada che imboccherà e, da non veneziano, e da imprenditore, lo farà senza tanti problemi.

Ci sbagliamo? È la nostra unica speranza in questo momento. Trovare in Brugnaro la soluzione giusta per Venezia, perché no? Non è un’apertura di credito, ma semplicemente la doverosa attesa verso chiunque assuma una carica come quella di sindaco di una grande città, oggi, di vederlo alla prova dei fatti.

Resta aperta la domanda delle domande? Perché Luigi Brugnaro si è candidato? Perché c’era un vuoto politico che poteva essere riempito? E che poteva essere lui a riempirlo? Avrà fatto i suoi calcoli, l’imprenditore, e da come governerà la città, si capirà un po’ meglio di che calcoli si tratta.

Indubbiamente, il modo nel quale ha condotto la sua campagna elettorale, la sua determinazione a vincere, a “conquistare” Ca’ Farsetti, ci parlano di un personaggio deciso ad andare lontano. Fino a Roma?

Nel centrodestra, tolti Salvini e Zaia, e a parte Meloni, che sono peraltro figure molto ben definite dentro perimetri ideologici, la leadership di Berlusconi non ha eredi. Su Brugnaro, che gli somiglia molto, Silvio potrà puntare le sue carte.

Gli elettori veneziani, anche quelli che non hanno votato, non si rendono ancora conto di avere “creato” una nuova figura nazionale.

Ottimo trampolino, Venezia. Però molto pericoloso, oggi. Per Brugnaro la vera sfida comincia adesso

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