Sulle orme del cibo. Il percorso del filmmaker Piero Cannizzaro

MARIA LUNA MOLTEDO
Questa sera, presso la CineArena della Casa Internazionale delle Donne di Roma, verrà proiettato il documentario “Il cibo dell’anima” (2008) di Piero Cannizzaro.
La sua filmografia è spesso caratterizzata da tematiche legate all’alimentazione e, per la realizzazione del documentario “Il cibo dell’anima”, ha passato un intero anno a stretto contatto con diverse comunità spirituali. ytali. ne parla con Cannizzaro.

Mi potresti raccontare il percorso che ti ha portato a girare questo documentario?
Per la realizzazione del documentario “Il cibo dell’anima” ho passato un intero anno a stretto contatto con diverse comunità spirituali. Il legame tra cibo e religioni è strettissimo, tanto che ne discendono regole alimentari molto differenti. Allora mi sono chiesto quali scenari si aprono in un mondo in cui le diverse culture sono vicinissime e a volte “costrette” a convivere. Forse il cibo può diventare strumento di dialogo e opportunità di costruzione di un linguaggio multiculturale.

In un anno sono stato tra la comunità Ebraica di Roma, quella Valdese della val Pellice (Piemonte), quella Islamica di Torino, dei Sikh di Novellara (bassa padana tra le province di Parma e Reggio Emilia), il Convento Benedettino di Suore di Clausura in provincia di Macerata, il convento Buddista di Pomaia in provincia di Pisa, la comunità di Osho a Miasto. Un incontro di comunità e gruppi che si distinguono per scelte di fede, ma anche di laicità, per scelte di cibo strettamente collegati al credo religioso o più in generale alla spiritualità, a completamento del benessere dell’anima, nella scelta del giusto e corretto benessere fisico.

Stasera il documentario è inserito nella rassegna “Dentro fuori” e la prossima settimana verrà proiettato “Ossigeno”, un altro mio documentario  che racconta la storia di un uomo che ha dimostrato come attraverso la pratica dell’arte e l’esercizio della poesia si possa risalire da un precipizio e conquistare una rinascita interiore.

Con un neologismo, potresti essere definito un autore glocal. Il tema del cibo è centrale in quasi tutti i tuoi documentari.  Questo anno il food è anche il filo rosso l’Expo. Che ne pensi?
Penso che sia l’Expo ad avermi copiato. Scherzi a parte, personalmente mi occupo di questo tema da più di venti anni. Il cibo per me è un viatico, una chiave di lettura come la musica. Penso che il cibo è memoria, colore, identità e dunque è uno spunto stupendo per raccontare la realtà. L’Expo è una grande occasione perché si può mettere in evidenza che quello che mangiamo è fondamentale, fa parte della nostra storia.

Il cibo m’incuriosisce, mi piace cucinare. Quando vado in giro che sia a Napoli, in Francia o in Africa mi viene naturale rapportarmi al territorio attraverso il cibo e la musica. Dietro al cibo c’è un mondo: chi ci lavora, i contadini, la storia, l’identità. Dietro ad un piatto, c’è una storia. Il cibo come storia e cultura, memoria e gusto, concetto rituale e simbolo, incontro e integrazione. Conoscere piatti, consuetudini e regole alimentari può aiutare a capire meglio l’essenza delle diverse culture.

Ricordo il tuo bel documentario “La notte della Taranta e dintorni”. Anche la musica è un filo conduttore e un elemento molto importante dei tuoi documentari?
Sì, la musica come il cibo sono temi che mi interessano moltissimo. Dietro c’è un mondo. E sono i due elementi da cui parto quando giro un documentario. Sono centrali.

Cambiando un po’ tema, pensi che un giovane italiano, oggi, abbia chance per fare il documentarista?
Io dico sempre che con i documentari non si mangia. Le difficoltà sono tante però si possono trovare nuove strade attraverso i mezzi tecnici, la tecnologia. Ovviamente uno deve avere delle idee. Perché senza le idee non si va da nessuna parte.

Se uno ha passione, come sempre, può farcela. Anche nel deserto, poi alla fine da qualche parte arriva anche l’acqua. Penso che sia molto importante la determinazione.

Il punto è che la situazione è difficile per tutte le professioni però bisogna anche arrangiarsi e cercare di guardare oltre. La libera professione è sempre penalizzata perché non sei “protetto”, non hai ammortizzatori sociali. Ma se uno pensa a tutte queste cose, non fa più questo mestiere. Penso che se uno ha la passione, poi in qualche modo riesce nel suo obiettivo.

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