UFO a Genova e a Venezia

ALBERTO LEISS
Un vecchio amico (Cesare Salvi) mi ha chiesto come mai il giorno dopo i risultati elettorali alle regionali, ho parlato di oggetti volanti non identificati e non di che cosa era successo in Liguria, con la sconfitta del Pd.

Il motivo è molto semplice. Ho lavorato come portavoce del presidente ligure Claudio Burlando dal 2007 al 2010. Quando Burlando è stato rieletto sono andato in pensione, mantenendo una collaborazione relativa alla gestione di testi e di notizie istituzionali.

Mi è difficile dunque parlare di quanto è successo con il dovuto distacco. Ciò che affermo può essere considerato condizionato da questa esperienza. Ma ora che si è conclusa (e si sarebbe conclusa in ogni caso), qualcosa vorrei provare a dirla.

Ero nel 2002 tra quei milioni in piazza con Cofferati, contro il tentativo di Berlusconi di abolire l’articolo 18. Sembrava che il segretario della Cgil potesse essere il nuovo leader della sinistra. Invece il suo percorso politico è stato assai diverso e io, nel più grande rispetto, non l’ho molto compreso. Fino alla scelta di candidarsi in extremis nelle primarie liguri, salvo rifiutarne il responso. Con una posizione tutta tesa a delegittimare l’avversaria Raffaella Paita e l’intero partito da cui si è dimesso. Non sono mai stato iscritto al Pd e non ho preso parte a quelle primarie, ma questa volta Cofferati non mi ha convinto.
Anche se Renzi e il suo partito avrebbero dovuto prendere molto più sul serio una scelta così dirompente.

L’altro oggetto poco identificabile era una candidata molto schierata per Renzi in un partito verticalmente diviso sul segretario. Una divisione che però ha una storia recente che con Renzi ha poco a che fare. A Genova nel 2000 ho ritrovato quasi lo stesso gruppo dirigente del Pci che avevo lasciato nel 1986. Un nucleo di persone (tutti uomini, per inciso) che ha saputo inventare una politica per la Genova post-industriale, che ha gestito la “svolta” di Occhetto, che ha favorito sindaci non “di partito”, anche molto diversi, come Adriano Sansa e Giuseppe Pericu. E che ha cominciato a frantumarsi sulla candidatura Vincenzi, per poi soccombere quando Marco Doria vinse le primarie contro Marta Vincenzi e Roberta Pinotti.

Lo stesso Burlando ha riconosciuto – nella sua ultima conferenza stampa – di aver rinunciato a quel ruolo di “federatore” svolto per alcuni decenni, e si è assunto piena responsabilità della sconfitta. Aggiungendo due osservazioni: il Pd non ha futuro se le minoranze interne pretendono di abbattere Renzi senza aspettare il congresso e se Renzi non capisce che per fare riforme come quelle sul lavoro e sulla scuola è necessario coinvolgere e ricomporre un “corpo sociale” oggi confuso e ostile, che non va più a votare o premia i grillini e liste come quella di Pastorino.

Alle europee votai la lista Tsipras: pensavo che il Pd di Renzi avrebbe preso molti voti e che era opportuno un segnale per un’Europa diversa dall’austerità. In Liguria ho votato Pd: non mi andava proprio di favorire la prevedibile vittoria di Toti, cioè di Berlusconi più Salvini. La sconfitta dell’anti-renziano Casson a Venezia conferma il tema, aperto anche in Liguria, dell’unità a sinistra e delle alleanze possibili per governare. So di trovarmi in una infima minoranza, ma faccio mie le parole di Giuliano Pisapia, che conclude il suo libro (Milano città aperta. Una nuova idea di politica. Rizzoli) con l’opzione per “una sinistra che sia parte integrante di un centrosinistra unito e unitario, capace di fare sintesi tra storie, sensibilità, priorità in alcuni casi diverse”. Persino con Renzi.

Pubblicato sul manifesto il 16 giugno 2015 e su DeA

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