Buio in Ungheria: il muro di Orban

MARIO LAVIA
E pensare che sul parlamento di Budapest la notte brilla una luce che vista dalla collina di Buda suggerisce a chi la guardi la fierezza di un popolo così lontano e così vicino, gli ungheresi. Ebbene, ora quella luce si è offuscata, anzi è come se non si vedesse più, nascosta dal muro di Orban contro gli immigrati.

Già, il muro di Orban: pare il titolo di un romanzo di un grande scrittore ungherese che ha avuto fortuna postuma anche in Italia, quel Sandor Marai autore di capolavori come Le braci, Divorzio a Buda, L’eredità di Ezter, Il gabbiano. E però non è un romanzo ma bruttissima realtà, questa opera di un premier che sembra un mezzo pazzo e banalmente è una specie di fascista 2.0, lontanissimo nipotino di una lunga genìa di bei reazionari.

Un muro è come un filo spinato, solo pieno e più alto, fa meno paura forse ma è più triste ancora. Non è il simbolo dell’arroganza ma della paura, proprio come quella dei comunisti della Ddr che temevano il contagio della libertà occidentale. Ma il Muro di Berlino venne eretto addirittura 54 anni fa, quando i genitori di Viktor Orban erano bambini ignari nella cupa Ungheria del dopo-’56.

Già, l’indimenticabile 1956, lo chiamò da noi Pietro Ingrao, quando il popolo di Budapest si rivoltò contro l’ottuso e spietato regime comunista di Rákosi e venne represso dai carri armati sovietici e il premier cautamente riformista Imre Nagy fucilato. Fu un grande per quanto illusorio sussulto di libertà, che 108 anni dopo seguiva il grande moto risorgimentale di Lajos Kossuth, la cui statua si erge proprio davanti al magnifico palazzo del parlamento, al di là del Danubio.

E poi ancora ecco l’ottobre ungherese del 1989 – ero lì giovane giornalista alle prime armi – con i primi passaggi di cittadini dell’Est in Occidente proprio grazie al famoso “buco” alla frontiera fra Ungheria e Austria, ecco il congresso del partito comunista ungherese tramutare il nome in partito socialista ungherese, di fatto il via libera ad un sistema politico finalmente pluralista, ecco Budapest che torna alla vita culturale, per la verità rimasta viva sotto pelle anche nella stagione kadarista (il famoso socialismo al goulasch), con i suoi caffè, gli intellettuali, i romanzi, i giornali.

Ricordo i giovani dell’Ottantanove nelle birrerie di Buda, sui grandi viali di Pest, sui ponti e le isole del Danubio, c’era tanta rabbia contro il comunismo che gli aveva portato via anni preziosi ma anche la speranza di costruire qualcosa di bello, di libero.
Poi non so bene cosa sia successo. Saranno stati incapaci o troppo smaniosi, gli ungheresi, fatto sta che

come altre volte nella loro storia si sono ripiegati, si sono incattiviti, si sono isolati: loro, popolo strano, caldo come i latini, iroso come gli slavi, e non sono né slavi né latini, sangue tzigano malinconico e incline alla fantasia vibrante di un Béla Bartok, diffidente verso l’altro, a volte libertario a volte tirannico.

Sapere oggi l’Ungheria autoreclusasi dall’Europa è una fitta al cuore, di cui gli attuali governanti di Budapest portano la responsabilità e di cui, speriamo, prima o poi pagheranno il prezzo.

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