Stregati da Lagioia

ROSANNA LAMPUGNANI
In Puglia, dove è nato, ci torna ogni tanto, ma non per le vacanze che, solitamente, trascorre in giro per il mondo. A Venezia, invece, ci viene spesso perché fa parte del gruppo di selettori per la mostra del cinema. Sono tre anni che, proprio di questi tempi, si chiude in conclave e con la serietà e pignoleria che gli sono proprie visiona decine di film per stabilire quali andranno in concorso.

Ma è molto probabile che lascerà la città della laguna per andare a Roma in occasione del verdetto finale del premio Strega che, alla vigilia, in tanti pronosticano sarà suo appannaggio.

einaudi

Nicola Lagioia, nato a Bari nel 1973, con il suo “La ferocia“, edito da Einaudi, ha raccolto 182 voti su 406 espressi dai lettori ed è quindi in testa alla cinquina arrivata alla finale del premio che verrà assegnato il 2 luglio nel Ninfeo di villa Giulia. Dovrà vedersela con Mauro Covacic (“La sposa“), Elena Ferrante (“Storia della bambina perduta“), Fabio Genovesi (“Chi manda le onde“) e Marco Santagata (“Come donna innamorata“), contando sulla peculiarità del romanzo che lo stesso autore così definisce: “E’ tante cose insieme: è un romanzo familiare, gotico, civile. E’ soprattutto un romanzo sull’Italia di questi anni ed è anche, in qualche modo, una storia di fantasmi. “. Poi Lagioia aggiunge: “E’ un romanzo sul Sud, ambientato in Puglia. Come la Sicilia è stata spesso metafora dell’Italia, così in questo caso Bari e la Puglia sono metafore dell’intero Paese”.

Non è la prima volta che Bari e la Puglia sono al centro delle sue riflessioni scritte, della sua ricerca personale, in particolare è “Riportando tutto a casa” (sempre per Einaudi e che gli valse nel 2009 i premi Viareggio-Rapaci, Vittorini, Volponi, il premio SIAE-Sindacato scrittori) – forse il lavoro più riuscito, sicuramente quello che gli ha meritatamente dato la grande notorietà – quello che svela il rapporto complesso con la sua città, immersa negli anni 80 e che presto gli va stretta.

Così approda a Milano dove inizia l’avventura editoriale, rivelatasi in quel caso deludente. Si sposta a Roma e dopo alcune esperienze minori approda in Castelvecchi, di cui diventa ghostwriter. Intanto pubblica racconti e con Minumum fax nel 2001 il primo romanzo sperimentale “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (Premio Lo Straniero). Con la casa editrice romana inizia un rapporto di forte collaborazione, ne diventa “lettore”, impegno che svolge come sempre con grande serietà e che gli consentirà di scoprire giovani talenti, come Valeria Parrella.

Sul suo tavolo – narra chi gli è amico e lo conosce bene – arrivarono due racconti della giovane scrittrice napoletana, sufficienti a spingerlo ad insistere con l’autrice affinché continuasse a scrivere, affinché affinasse la sua produzione.

Intanto Lagioia continua a cimentarsi con la scrittura e negli anni pubblica per Einaudi “Occidente per principianti” (Premio Scanno, finalista Premio Bergamo, finalista Premio Napoli), per Einaudi Stile Libero, 2005 dopo Cristo, scritto assieme a Francesco Pacifico, Francesco Longo e Christian Raimo firmato con il nome collettivo di Babette Factory. Poi per Fazi il saggio “Babbo Natale. Ovvero come la Coca-Cola ha colonizzato il nostro immaginario collettivo” e ancora racconti in varie antologie, tra cui quella edita da Laterza: “Periferie“.

Ma è “Riportando tutto a casa” il lavoro più importante, cui segue a distanza di tempo “La ferocia” che si aggiungono a “Occidente per principianti“, tre prove importanti comparse a intervalli medio-lunghi, perché Lagioia, come ha spiegato recentemente in un’intervista, scrive e riscrive pagine, “cancello interi capitoli o li smonto, poi li rimonto. E non mollo mai il libro perché ho paura che la magia, il magnetismo che mi lega alla storia che sto raccontando, possa svanire. Confesso che nei momenti più bizzarri mi capita di calcolare quanto potrebbe mancare statisticamente alla mia morte, e rapportare il risultato ai libri che potrei scrivere. A un certo punto ero talmente ossessionato dal rapporto morte/libri da scrivere, che ne ho parlato con un’analista”.

La ferocia” è il prodotto di tutto ciò, è il libro per cui, come ha detto lui stesso, lo scrittore ha gettato il cuore oltre l’ostacolo, un romanzo complesso di 411 pagine. Un tomo, si potrebbe definire, di una dimensione con cui raramente si cimentano gli autori italiani che di solito non scrivono più di 240 pagine, preferendo rivolgersi al pigro lettore medio. E quindi, considerando la ferocia autocensura cui Lagioia sottopone il proprio lavoro, “La ferocia” acquista un’importanza ancora più significativa, come hanno capito i buyer presenti alla fiera di Francoforte e la Wider film che ne ha acquistato i diritti cinematografici.

Intanto Lagioia aspetta il verdetto del 2 luglio, preparandosi a uno dei frequenti viaggi negli Stati Uniti, dove si reca per Minimum fax, per coltivare importanti rapporti con i letterati di New York; e continuando la collaborazione con Rai Radio3, per cui cura la terza pagina culturale.

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