Il laboratorio veneziano e la “cosa” renziana

Cara ytali,

E adesso? Non avete più niente da dire su Brugnaro, adesso che è sindaco? Il vostro Casson, dov’è finito?

A parte qualche buon articolo di Madricardo, nel corso della campagna elettorale ytali si è distinta per il suo astio preconcetto verso Brugnaro. Per difendere l’indifendibile, e per la solita puzza sotto il naso che ha la sinistra di cui fate parte, non avete proprio capito la novità rappresentata da Brugnaro. Non avete fatto il minimo sforzo per capire che l’aria è cambiata a Venezia e che quello che avete definito il Guazzaloca in saòr o il Berlusca della laguna non ha proprio niente in comune con quei personaggi.

Continuo nonostante tutto a leggere ytali, perché le riconosco di proporre diversi articoli interessanti, come l’intervista con Fabio Carrera. Ma quando andate sulla politica, non fate che ripetere il solito, prevedibile ritornello ideologico. Che noia.

Cordialmente,
Michele C. Vianello

Da poco più di una decina di giorni sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro è un personaggio già conosciuto a livello nazionale. L’imprenditore di Spinea “prestato” alla politica è osservato con attenzione non solo dai cittadini veneziani – quelli che l’hanno votato, quelli che hanno votato Casson, la maggioranza che non ha votato affatto – ma pure dai tanti che seguono i fatti della politica e che, in certi fenomeni locali eccentrici, intravvedono tendenze che potrebbero riverberarsi in altre parti del paese ma anche nei Palazzi della capitale.

C’è Guazzaloca in Brugnaro? Non tanto nel personaggio, ma nelle ragioni dei tanti che – come a Bologna alla fine degli anni 90 votarono il commerciante di carni in reazione all’amministrazione rossa diventata “regime” – hanno voluto mandare a casa il Pd e i suoi esponenti, considerati responsabili massimi della crisi veneziana. C’è Berlusconi? Ci sono molte affinità temperamentali e biografiche con il cavaliere, l’energia esibita dell’uomo del fare, l’ottimismo del sorriso a volte stereotipato, il successo personale ostentato, lo sport – passione, competizione, impresa – come vera base ideologica, il proporsi non solo come leader ma anche come role model.

Se nella campagna elettorale che ha portato alla sua elezione, certe analogie con il Guazza e con il Berlusca erano evidenti, nella sua azione di neosindaco già si osservano alcune differenze interessanti.
Innanzitutto, nell’assillo di praticare fin dall’inizio una politica trasversale, tesa a coinvolgere pezzi dell’opposizione e a stemperare la presenza delle parti più estreme della coalizione che lo ha sostenuto elettoralmente.

Il primo Berlusconi avrebbe voluto fare la stessa operazione. Come imprenditore televisivo aveva dialogato con tutti, aveva cercato appoggi dappertutto, aveva sponde anche nel Pci. Ma divenne il perno del pentapartito declinante e poi in frantumi e quando scese in campo ne raccolse i cocci, sdoganò Fini e s’alleo con Bossi, un Bossi perfino più estremista e ideologico dell’attuale Salvini. Rimase e ed è rimasto prigioniero di quell’alleanza.

Brugnaro è stato eletto con un largo mandato, ha vinto anche nei feudi rossi della città. Deve la sua elezione anche ai voti della Lega e della destra? Certo, ma la portata del voto è tale da poter essere considerata una “sua vittoria”. E infatti si sta comportando di conseguenza.

Brugnaro sta mettendo a frutto l’ampia investitura ricevuta dagli elettori, comportandosi come chi tiene conto dei suoi alleati ma non ne è ostaggio. Dà l’impressione, anche se non lo farà, di avere la forza perfino di cambiare maggioranza. In questo si comporta come un azionista di maggioranza forte ma anche come un abile politico. Che sa di godere di un vuoto politico che può riempire – sapendosi muovere accortamente – nel modo che gli è più congeniali. In un certo senso, dispone di “due forni” politici, quello del centro destra e quello di un nuovo centro “renziano”.

La sua vittoria, infatti, non è solo più della somma dei partiti e della forze che l’hanno sorretto, è anche la sconfitta storica del variegato fronte della sinistra veneziana.

Quando Matteo Renzi afferma di considerare Brugnaro l’unico renziano incontrato a Venezia, fa una doppia manovra. Cerca di annettere il vincitore nel suo campo ma al tempo stesso disarticola e sgretola quel resta del suo stesso partito locale. Lo fa volutamente? È plausibile, in vista di una nuova stagione politica nazionale nella quale tutto è possibile, nel campo delle connessioni che si creeranno, localmente e nazionalmente, per costruire la “cosa” renziana.

Al di là delle intenzioni, però, è chiaro che l’atteggiamento del segretario nazionale del partito mette in mutande chi a Ca’ Farsetti dovrà almeno provare a fare opposizione al sindaco. Pochi, spaesati, tramortiti dalla sconfitta, e perfino delegittimati dal segretario, faranno fatica anche solo a impedire che, nel corso del tempo, ci sia una trasmigrazione verso le fila del sindaco.

D’altra parte, gli elettori che abbiamo definito “possibilisti”, quelli che “non demonizzavano” Brugnaro, e dicevano peste e corna di Casson, lasciando facilmente intendere che le loro critiche erano solo la giustificazione del loro voto a Brugnaro o della loro astensione, ebbene questi elettori si sono rivelati essere numerosi. E ci sarà pure chi vorrà rappresentarli e sicuramente troverà l’espediente per mettersi al servizio del sindaco.

Si direbbe, dunque, che Luigi Brugnaro abbia un’autostrada di fronte a sé. La verità, e basta leggere le cronache di questi giorni, è che ha di fronte a sé, già adesso, un percorso stretto e accidentato.

Intanto, le condizioni in cui il nuovo sindaco trova il comune e le aziende ad esso collegate: peggiori delle peggiori previsioni. Sia dal punto di vista finanziario sia dal punto di vista organizzativo/amministrativo. La conferma per alcuni mesi dei massimi dirigenti non è solo buon senso ma anche la presa d’atto che la situazione non può essere affrontata come egli avrebbe desiderato, dando cioè subito segnali di forte di discontinuità. Le foto con il direttore generale Marco Agostini costantemente al suo fianco sono l’emblema piuttosto di un’evidente continuità, sia pure provvisoria (chissà quanto però provvisoria).

Politicamente, forse anche perché a corto di soldi, ha messo in campo una serie di azioni “muscolari” che non costano niente – con i vigili contro vu cumprà e ritirando dalle scuole le favole a favore del cosiddetto “gender” – con l’idea di figurare come il candidato che mantiene subito le promesse, già il giorno dopo le elezioni.

Evidentemente, o è ingenuo o è poco politico – diversamente da quanto detto prima – o ha in mente un disegno per noi imperscrutabile, ma così facendo rischia di compromettere la costruzione di ponti a sinistra e di restare ostaggio della destra oltranzista e intollerante.

Dalle prime mosse, poi, lui, uomo della terra ferma, dà un’impressione speculare d’impaccio a Venezia a quella che davano i suoi predecessori “veneziani” nei confronti di Mestre. È un compito ulteriore, difficile, quello che incombe sul sindaco di Venezia, essere sindaco di “due città”. E intanto la sua idea, condivisibile, sensata, della grande città metropolitana già s’infrange con il niet leghista, proprio come accadrebbe a un sindaco di Venezia di sinistra. É più facile intendersi con Giovanni Manildo, il sindaco renziano di Treviso, che con l’arcaico e arcigno Bitonci, sindaco di Padova.

Burgnaro non è più in campagna elettorale. Le attese che egli stesso ha alimentato sono elevate. Il contesto è difficile. Da imprenditore poteva giocare d’anticipo, adesso deve imparare anche il gioco di rimessa, senza però venirne risucchiato, dovendo così rinunciare ad ambizioni “trasversali” più grandi. Le elezioni ponevano agli elettori veneziani una scelta tra tre opzioni, lui, Casson e il non voto. D’ora in poi, come accade a chi governa, sarà un quotidiano referendum su di lui.

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