L’azzardo di Tsipras e i falchi del Nord

FRANCESCO MOROSINI
La decisione di Tsipras di sottoporre a referendum il 5 luglio le trattative tra Atene e Bruxelles (ma la cosa naturalmente coinvolge sia Berlino sia, poi, gli altri partner dell’Unione monetaria) equivale ad aver minato il tavolo della già pericolante diplomazia economica intereuropea.

Di più, l’annuncio che la Grecia salterà di pagare la rata in scadenza del FMI rende questa settimana pesante per l’euro.

Ma qual è la logica che ha indotto a queste scelte i due partiti del governo greco, ovvero Syriza, numericamente e politicamente leader della coalizione, e Anel, la formazione politica di destra euroscettica? Probabilmente, quella di un azzardo (o tutto o niente) da giocarsi in un’unica puntata totalizzante alla “roulette russa” dell’Eurozona; e fondato, da parte di Atene, sull’idea di puntare tutte le proprie fiches sulla convinzione, o almeno così lascia intendere il ministro delle finanze ellenico Yanis Varoufakis in un’intervista appello su Bild/Repubblica, che il terrore per le conseguenze del Grexit dall’euro sia tale da obbligare i partner dell’Euroarea, a significativi cedimenti.

Peccato che le controparti sembrino voler vedere il bluff di Atene; anche se neppure esse hanno le carte buone per vincere. Al contrario, qui l’esito potrebbe essere quello, sempre per stare alla Teoria dei giochi cara al ministro Varoufakis, di tutti perdenti. Il motivo è che il referendum, radicalizzando le parti, potrebbe togliere forza contrattuale alle “colombe” (la Merkel, in primis) e così, dando terreno libero ai “falchi del Nord”, portare diritti sia al default che al Grexit dall’Euroarea.

Vero, default e Grexit sono momenti separati; e senza che l’uno presupponga necessariamente l’altro; ma le due cose potrebbero intrecciarsi facilmente. Molto dipenderà dalla politica; ovvero da come essa, da entrambi i fronti, agirà per fermare, a partire da questa decisiva settimana, il conto alla rovescia verso il possibile primo strappo della moneta unica. Infatti, è dalla politica, e solo da essa, che dipenderà se la Banca centrale europea (BCE) sarà nelle condizioni giuridico/istituzionali – specie dopo lo strappo con FMI – per garantire alla Grecia la tenuta delle sue banche ed evitare in tal modo che il referendum si svolga in pieno caos economico

Diversamente, in assenza di tali condizioni politiche, l’Istituto di Francoforte avrà il ruolo, tragicamente perfetto rispetto alla mitologia classica dell’Ellade, delle Moire (Parche per i latini) cui, volendolo il fato, toccava tagliare il filo della vita agli uomini. Infatti, se la politica impedirà la continuazione del sostegno alle banche greche (ELA; acronimo di Emergency liquidity assistance), il filo sarà tagliato ad Atene; e allora nessuno può sentirsi sicuro che la crisi, pur avendo come epicentro Atene, resti lì confinata. Il contagio è possibile.

Per questo è un guaio che il referendum – ma lo si capirà meglio nelle prossime ore – paia fin qui aver avvantaggiato, come suggerisce il fatto che l’Eurogruppo abbia deciso di sospendere ogni sostegno alla Grecia nella settimana preelettorale, i “falchi del Nord”.

La ragione è che col referendum Tsipras è apparso poco credibile come soggetto di trattativa; la qualcosa ha indebolito il fronte delle colombe, come evidenziano le difficoltà di Angela Merkel col suo ministro delle finanze Wolfgang Schäuble. E ora, col pasticcio col FMI, la mossa appare ad alto rischio politico. Perché oltre all’Eurozona in ballo c’è pure la geopolitica.

Lo si capisce bene se, radicalizzando il ragionamento, si prova a sommare a un ipotetico Grexit dall’euro pure un Grexit dalla NATO; magari poi con basi russe al Pireo: sarebbe una rivoluzione geostrategica difficilmente accettato dagli USA. Tuttavia, senza andare a scenari estremi, va ricordato che nel “bollente” Mediterraneo l’Europa ha già indebolito la NATO rifiutandosi di integrare la Turchia; pertanto, sarebbe assai poco saggio aprire un’altra falla con la Grecia. Piuttosto, e sarebbe una prima risposta europea alla crisi di Atene, si potrebbe, come segno di solidarietà tra alleati con una moneta in comune, “europeizzare” la sua spesa militare liberandone così (richiamandosi ai mitici Hamilton bond nati del 1879 per sanare i debiti bellici per l’indipendenza degli USA) i bilanci. Comunque sia, la questione greca non è, né può essere, solo contabile: è politica.

Quanto al referendum, suo limite è che scarica sugli elettori una scelta di cui logica e responsabilità democratiche vorrebbero che a farsene carico sia il governo di Tsipras. Diverso, e pienamente democratico, invece il referendum lo sarebbe stato se convocato all’inizio del mandato di Tsipras stesso per conoscere la volontà dei greci sul permanere o meno nell’Eurozona. Inoltre, la perdita di fiducia indotta dal referendum nei confronti di Tsipras può spingere Bruxelles a puntare, nell’ipotesi che un Sì all’accordo, a un cambio politico ad Atene; e lasciare così passare invano questa settimana cruciale potenzialmente rendendo irreversibile la crisi. Un errore; ma un errore in politica, è peggio di un crimine.

Ma, almeno, fuori dall’euro Atene tornerebbe sovrana? No, permanendo la necessità di trovare prestatori disponibili; e ciò vale anche se fossero Mosca o Pechino, perché nessuno, sia che chieda in cambio partite economiche o politiche, da niente per niente. Forse, dopotutto, è meglio un accordo dentro nell’Unione monetaria. A patto che tutti ne rispettino le regole; Germania compresa, chiamata a compensare i surplus commerciali con politiche fiscali più espansive.

La Grecia ha le sue colpe; ma nessuno in Europa è innocente; e neppure esentato da rischi economico/finanziari e politici di un default di Atene. La lunga settimana greca è appena iniziata.

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