“Che vogliamo noi, noi greci, i paria dell’Europa?”

ERSI SOTIROPULU
Ho l’impressione di scrivere sotto la spada di Damocle. Ogni pensiero che esprimo, il minimo desiderio, la minima speranza possono essere domani confutati, negati, superati. Penso che la confusione superi il panico. Che cosa vogliamo? Chi siamo?

Noi, i greci. I paria dell’Europa, pigri e irresponsabili che diamo il tormento da mesi all’Eurogruppo, monopolizziamo tutti i vertici europei, mentre ci sono altre questioni cruciali da discutere, l’Ucraina o i prodotti transgenici, per esempio.

La crisi degli ultimi anni ha sollevato un problema di identità. Un piccolo paese, una lunga storia. Un lontano passato glorioso che spesso diventa un fardello e provoca imbarazzo, specie quando, agli occhi degli stranieri, siamo da decenni il paese delle vacanze, della moussaka e della retsina. Ed ecco noi, che eravamo i vecchi amici del pensiero, rimaniamo in sospensione, paralizzati, non riusciamo più a pensare a cosa succede.

Di fronte al Parlamento, ad Atene, gli scontri si fanno sempre più violenti. Laddove tre anni fa manifestavano gli “indignati”, sono agitati adesso gli striscioni pro-Europa. Il conflitto esacerbato dalla disperazione e l’incertezza portano alla polarizzazione. E s’insinua insidiosa l’ombra della discordia nazionale, ancora una volta, 65 anni dopo una sanguinosa guerra civile.

In un primo momento, la vittoria elettorale di Syriza ha suscitato un sentimento di euforia, anche tra alcuni di quelli che non avevano votato per loro. Per la prima volta, l’establishment politico greco, associato ai guai degli ultimi anni, non è nel governo del paese. Alla ventata di speranza dei primi mesi, quando i negoziati sembravano avvicinarsi a un punto di convergenza, è subentrato un clima tossico che ha minato ogni tentativo di dialogo. Il compito principale che s’era prefissato Syriza era quello di cercare di arginare la crisi umanitaria nel paese, che negli ultimi anni ha assunto proporzioni catastrofiche.

Ma è l’unico governo europeo a opporsi all’austerità, e, per di più, si tratta di un governo di sinistra con una visione politica che è contraria a quella promossa dalle élite economiche e politiche – posizioni che disturbano i creditori, e via via diventa chiaro che ciò che vogliono è annichilirla.

Un popolo doppiamente tradito

Nel braccio di ferro di quest’ultimo mese, ci sono due verità riconosciute da entrambe le parti, creditori e debitori. La Grecia non è in grado di rimborsare il debito, e il denaro prestato va alle banche senza sostenere il rilancio della crescita. Accanto a queste verità, vi è una realtà quotidiana che i creditori preferiscono ignorare. Un paese fatiscente, i servizi sociali drasticamente ridotti, nonne che frugano nella spazzatura, drogati che vengono spostati dalla polizia come un gregge da un quartiere all’altro di Atene, ospedali che funzionano al rallentatore senza personale adeguato, farmaci che scompaiono. Non vi è dubbio che le misure adottate per lottare contro la recessione creino una recessione ancora più grande. Senza lavoro e senza crescita, una gran parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Questo è un popolo lasciato nella confusione, che ha perso la dignità, che si considera doppiamente tradito: dai governi che si sono succeduti, la cui cattiva gestione, sprechi e corruzione hanno portato a questa situazione, e dall’Europa che si è dimostrata incapace di un autentico spirito di solidarietà. E questa sensazione di tradimento, invece di generare unità e spirito combattivo, alimenta divisione e discordia. La crisi è banalizzata. Prevale l’apatia. Il disfattismo. Il fatalismo. Le istituzioni sono a brandelli, la democrazia è in pericolo.

Se c’è qualcosa che mi auguro, anzi speravo – poiché se l’attuale situazione porta a elezioni, il nuovo stallo sarà imprevedibile, e probabilmente catastrofico – è che il governo Syriza metta fine al clientelismo, una piaga che accompagna la Grecia fin dalla sua creazione come Stato. Con la conseguenza di una diffidenza quasi atavica nelle istituzioni. Il greco è innanzitutto un individuo, prima di essere un cittadino. Ha ancora i riflessi di un animale braccato, quindi è difficile sopravvivere in uno stato spesso asservito a potenze straniere, destabilizzato dalle disuguaglianze sociali e dall’emigrazione, e tuttora segnato dalla seconda guerra mondiale e dalla guerra civile che l’ha seguita.

Ogni generazione conosce la Grecia e i greci in modo diverso. La più alta considerazione s’alterna al peggiore disprezzo. Un giorno siamo eroi, un altro bastardi. La Grecia non è mai esistita, scriveva André Breton. Una frase su cui riflettere. Siamo come un errore sulla carta. Una piccola macchia alla fine dell’Europa, un po’ Balcani, un po’ Medio Oriente, che continua, che s’ostina a esistere parlando la stessa lingua da oltre 3500 anni.

Un grave sconvolgimento umano

L’eccesso degli ultimi sviluppi è l’occasione per l’Europa per riflettere su se stessa. Con la recessione economica, sembra sia attraversata da una profonda crisi esistenziale. Quali erano i principi alla base di questa avventura europea? Qual era l’ispirazione che ha dato vita all’iniziativa di Altiero Spinelli e Jean Monnet? Che cosa ne rimane oggi? Il declino dell’Occidente, di quella che è considerata la culla della civiltà, è un dato di fatto. Emergono nuovi mercati e impongono le loro condizioni.

Un grave sconvolgimento umano accompagna questo declino. Ci troviamo intrappolati in un sistema che ci sfugge, nel quale ci sentiamo sempre più impotenti, troppo spesso costretti in una passività insostenibile perché le decisioni più importanti sembrano essere prese a nostra insaputa, e nel quale i super ricchi non sono in alcun modo influenzati dai cambiamenti politici nei loro paesi e i poveri non hanno alcuna speranza che la politica possa cambiare alcunché in loro favore. L’uomo ha da tempo cessato di essere la misura della verità e della conoscenza. Folle di sradicati spingono ai confini, profughi cercano di venire nei porti europei, con tutti i mezzi possibili. Il Mar Mediterraneo torna a essere coperto di cadaveri. Forse la crisi greca è un ultimatum perché l’Europa finalmente si decida a ridefinire i suoi obiettivi, a diventare più audace: fare due passi indietro per andare avanti.

 

si legga anche di Ersi Sotiropulu EUROPA A PATRASSO

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