Se un marxista “incontra” il papa

ALDO TORTORELLA
L’editoriale dell’ultimo numero di Critica Marxista s’intitola “Le parole antiche di un Papa”. Uno dei massimi dirigenti del Pci, politico e intellettuale raffinato e oggi instancabile direttore di una testata carica di storia e di prestigio, Tortorella scrive parole di grande attenzione nei confronti del Papa argentino sulle quali vale la pena riflettere. Ripubblichiamo ampi stralci dell’editoriale*.

L’attenzione che suscita il Papa che, come disse, viene dai confini del mondo, è imparagonabile con quella suscitata dal suo (vivente) predecessore, a parte l’inedita rottura rappresentata dalle umanissime dimissioni.

Non vorremmo creare equivoci, naturalmente, e, magari, favorire senza volerlo la campagna, neppure troppo coperta, che una parte della gerarchia ecclesiale gli rivolge contro bollandolo, addirittura, come “comunista”.

Lo ha chiarito lui stesso dicendo che la sua fonte è, ovviamente e unicamente, il Vangelo. E sappiamo bene che Bergoglio, in quanto docente poi rettore di una università cattolica – oltre che sacerdote – è stato ed è un fiero oppositore del marxismo alla cui versione come aspetto della criticità del pensiero questa rivista ha voluto continuare a ispirarsi, tanto più quanto più anche la maggior parte di coloro che si dichiaravano di sinistra venivano schierandosi sotto le insegne dei dominanti convincimenti liberistici.
[…]
Ma si può imparare anche da chi, magari, ti detesta. E non c’è dubbio, ormai, che sul terreno specifico che appartiene alla sua funzione religiosa, e, dunque, al suo magistero, il Papa viene compiendo nei contenuti e nel linguaggio (che è anch’esso, in sé, un contenuto) un’opera di radicale innovazione, rispetto ad una Chiesa troppo spesso vicina ai potenti, con il suo ideale di «una Chiesa povera per i poveri». E viene manifestando la propria indignazione per le assurdità di un mondo dove si soffoca di merci e ci sono centinaia di milioni di persone alla fame, dove le guerre fanno stragi immani e c’è chi ci si arricchisce col commercio delle armi o col traffico di esseri umani, dove si coltiva il culto del danaro e si dimentica la tragedia dei miseri.

Tutti capiscono quando lui parla, ma c’è chi nella Curia, e non solo, si scandalizza. E c’è chi lo dà già per finito. Il suo è un “rinnovamento nella continuità”, come dice chi è interno alla esperienza ecclesiale (il vescovo), o addirittura un’impresa “rivoluzionaria”, come dice la filosofa guardando dall’esterno, con sguardo consapevole dei complessi riferimenti culturali impliciti nel linguaggio popolare volutamente scelto dal Papa.

Immagino bene che cosa si obietta da parte dei dirigenti politici più o meno democratici ai molti che, qui da noi e altrove, dapprima sorridendo e poi sempre più calorosamente (fino alla commozione di Raúl Castro) venivano e vengono dicendo, che è rimasto solo il Papa a dire ancora qualcosa di sinistra. Lui, si pensa e si borbotta da parte dei politici al comando, predica principi morali secondo la sua funzione ma noi dobbiamo scontrarci con le difficoltà reali, con la mancanza di soldi, con i debiti antichi e nuovi, con i manovratori delle quotazioni di borsa, con gli scafisti, con la demagogia montante, coi rischi di terrorismo, con i coinvolgimenti nelle guerre in atto e in quelle minacciate, eccetera, eccetera.

A parte il fatto che questo Papa non solo predica ma agisce in corrispondenza con le parole (la mediazione per Cuba, l’attenzione alla Palestina,la riforma della banca vaticana, ad esempio), è ovvio che una autorità morale è (dovrebbe essere) cosa diversa se non opposta al potere politico. Ed è in ogni caso giusto, chiunque lo dica, ricordare che l’azione politica è sempre condizionata. Coloro che esprimono il proposito di ripensare una sinistra politica degna di questo nome, come anche noi andiamo facendo da tempo, sarebbero del tutto fuori strada se non lo intendessero, come succede abitualmente a molta parte della sinistra che suppone di essere alternativa.

Ricordo la generosa passione con cui, in anni lontani, qualche tendenza operaista veniva mitizzando la classe operaia come “rude razza pagana”, matrice della palingenesi sociale, per poi cadere nello sconforto perché gli operai veri e propri dimostravano desiderosi di conquiste economiche e normative immediate, magari con qualche “caduta” corporativa. Ma che deve volere prima di tutto chi non guadagna abbastanza per arrivare alla fine del mese e fa un lavoro subalterno, se non un miglioramento della paga e un rispetto della sua dignità? La sostituzione dei propri schemi mentali allo studio dei fatti della vita, cioè l’ideologismo, è un male endemico difficile da curare.

Tuttavia, il contrario dell’ideologismo non coincide con l’assenza di orientamento ideale per le proprie azioni. Coloro che si professano “pragmatici” volendo far credere che agiscono senza paraocchi, ma con il puro calcolo di ciò che è possibile e di ciò che non lo è, mentono sapendo di mentire (meno quelli tanto sprovveduti da credere alle proprie bugie).

Tutto quello che accade nella sfera pubblica anche in Italia è indirizzato dalla ideologia vincente del privatismo e del decisionismo. Si ritiene, nel migliore dei casi – e cioè quando non ci sia di mezzo il più crudo egoismo di classe – che solo favorendo l’impresa, e cioè il capitale, si può uscire dalla crisi e solo ripristinando forme di tipo autoritario si può aver ragione di quelli che si ritengono gli eccessi di democraticità. Di questo si tratta nelle scelte che sono sotto gli occhi di tutti: dal ritorno alla concezione del lavoro come pura merce alla mano libera dell’impresa rispetto ai lavoratori, dalla esaltazione della capacità auto regolatrice dei mercati all’idea della scuola come funzione del mercato, dalla legge elettorale che determina il primato del “capo del governo” al potere padronale dei presidi, per citare solo qualcuno degli sgarri rispetto agli ideali ispiratori della Costituzione italiana ancor prima che alle norme scritte. Che questa visione sia quella della destra politica è cosa scontata, che diventi idea e pratica di chi si dice di sinistra (diffamando il pragmatismo) è una pretesa volta solo alla degenerazione della politica e a favorire l’opera dei comici di professione – uno dei quali ci ha costruito una fortuna e un partito.

So bene che non si affrontano
unicamente con le buone intenzioni problemi come quello della disoccupazione fuori controllo o del peso di un mostruoso debito pubblico – sul quale, però, ricordiamolo sempre, si sono costruite molte fortune private. Ma non sono solo buone intenzioni quelle degli economisti che contestano il corso delle politiche prevalenti in Italia e in Europa. In luogo dell’acquiescenza ai teorici dell’austerità e del neoliberismo ci si potrebbe volgere alla sicura competenza di studiosi come i premi Nobel Joseph Stiglitz, che sostenne “Occupy Wall Street”, o Paul Krugmann, teorico dell’iniziativa dello stato sul modello del New Deal roosveltiano – per non citare tutti i nomi degli accademici italiani critici dell’attuale andazzo appartenenti alla scuola keynesiana o a quella alternativa che viene da Sraffa.

Per scegliere queste competenze al posto di altre, però, occorre una diversa collocazione tra gli interessi in campo e, dunque, una visione critica della società in cui viviamo. Si può dire che, come titolò Ruffolo un suo saggio polemico, «il capitalismo ha i secoli contati», se questo serve a togliersi l’illusione di facili balzi in avanti. E si deve aggiungere la consapevolezza che il bastone dalla parte del manico ce l’ha il capitale finanziario, cioè il sistema complesso che governa l’accumulazione (e i debiti paurosi) del mondo intero. Ma una visione realistica delle cose come stanno non respinge la necessità di un giudizio morale, anzi lo implica. E, infatti, chi sostiene le politiche oggi ovunque più o meno trionfanti poggia su una precisa base etica divenuta senso comune: va bene così, i ricchi e i poveri ci sono sempre stati e sempre ci saranno, ognuno per se e Dio per tutti.

All’opposto, le sconfitte della sinistra novecentesca hanno travolto anche quelle parti della morale popolare che erano il frutto del buon senso e non di dottrina: che ogni ricchezza è frutto del lavoro, che non è giusta quella distribuzione della ricchezza che dà tutto a pochi, poco a molti e niente a tanti, che le guerre servono solo ad arricchire chi ci specula sopra.

Anche per questo certe antiche parole semplici del Papa sono apparse come nuove. Ha osato ricordare le vergogne morali di modo d’essere di una società che viene presentata, ormai, come l’unica e la migliore possibile.

Pessimi laici sarebbero quelli che si dicono progressisti e lo lasciassero solo. Eppure, a ben guardare, è proprio quello che sta accadendo. Entro i gruppi dominanti economici e politici che governano in Italia, in Europa e nella maggior parte del mondo appare scandaloso ricordare che il modello capitalistico divenuto egemone ha generato e ha dentro di se lacerazioni umane inaccettabili.

E, a sinistra, dove oggi, forse, si muove qualcosa, sarebbe bene ricordare che la via del futuro si costruisce anche riscoprendo tracce sepolte. Il tempo che vedranno i giovani di oggi si annuncia come quello di una nuovo e strepitoso avanzamento tecnologico che, a quanto informano gli esperti, viene definito dove esso nasce, nella Silicon Valley, con la minacciosa parola “disruption” e cioè uno sconvolgimento totale del lavoro, delle abilità, dei mestieri, dei modi del consumo con l’annunciata conseguenza di una nuova disoccupazione di massa chissà se non converrà riproporre, con più drastici obiettivi, la battaglia internazionale per la riduzione del tempo di lavoro dei primi del Novecento. Ma soprattutto converrà riscoprire che il movimento volto ad una trasformazione sociale, il movimento socialista, nacque, certo, da bisogni materiali vitali, ma divenne grande perché si poggiò su una eticità nuova sinceramente vissuta.

In questo numero di Critica Marxista, l’editoriale di Aldo Tortorella è legato a una conversazione con il vescovo Agostino Marchetto, a cura di Alberto Leiss e Rosetta Stella (“Francesco: riforma e discernimento”) e a un articolo di Marisa Forcina, Bergoglio e il “buon senso rivoluzionario”.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...