L’Isis e l’ipocrisia dell’Occidente. L’ultimo libro di Franco Cardini

MARINA MONTESANO
In questi giorni la crisi greca e il referendum hanno rubato il posto di primo piano che le notizie sull’avanzata dell’Isis occupano quotidianamente: dall’attentato di Sousse a Palmira occupata, solo per ricordare gli sviluppi più recenti.

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Dinanzi all’orrore di morti inutili e di patrimoni devastati, è sempre più difficile cercar di capire cosa davvero stia succedendo fra il vicino Oriente e il sud del Mediterraneo; e per questo, va detto, i media principali aiutano ben poco; in apparenza prodighi di notizie, in realtà molto bene attenti a schivare le domande che davvero contano: com’è organizzato l’Isis? quali sono i suoi reali meccanismi interni? le sue tecniche di espansione? e soprattutto (ed è la cosa più importante) chi sono i suoi finanziatori e quali le sue finalità? Sotto il suo stendardo, l’ormai temibile bandiera nera, potrebbe celarsi ogni sorta di forza eversiva o provocatrice, ivi comprese quelle di delinquenti comuni o di provocatori (e di quali Stati?) intenzionati a intorbidire le acque.

Nel suo recente libro L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfo, il terrore e la storia (Laterza 2015), Franco Cardini non ha la pretesa di rispondere a tutte queste domande, ma conduce un’analisi che ci aiuta a far chiarezza sulla scena contemporanea in almeno due direzioni differenti e però complementari: da una parte, quali sono state le mosse dell’Isis e le reazioni della politica occidentale nei suoi confronti; dall’altra, in che modo i media hanno registrato e proposto le informazioni a riguardo. Per farlo, Cardini propone una sorta di diario che segue le vicende del 2014-15; non un racconto lineare, ma un testo ricco di digressioni indietro nel tempo oppure intorno al tema principale, che arricchiscono la visione complessiva del fenomeno.

L’ipocrisia alla quale allude il titolo si riferisce all’atteggiamento poco chiaro dei governi occidentali verso il terrorismo islamico. Prendiamo il caso della Siria, lo scenario oggi più tragico; ebbene, mentre da una parte si mostrano le immagini dei jihadisti nerovestiti che imperversano nel paese, ci si dimentica troppo facilmente che soltanto l’anno scorso una coalizione di paesi europei avrebbe voluto intervenire contro il governo Assad a fianco dei sedicenti rivoluzionari. Alla testa di questo gruppo vi era la Francia di Hollande, peraltro reduce insieme all’Inghilterra di Cameron dell’attacco alla Libia nel 2011, con le tragiche conseguenze delle quali oggi ci andiamo rendendo conto.

Ma nel caso siriano, il parlamento inglese impose al suo primo ministro un severo alt; e ciò, insieme alla ferma opposizione russa, fu causa di un effetto a catena che finì per isolare Hollande, abbandonato anche da Barack Obama. Ma Hollande è andato comunque avanti sulla sua strada bellicista, spalleggiato all’interno del suo paese dagli Amis de la Syrie, il sodalizio che formalmente riunisce undici paesi i governi dei quali sembrano convinti che l’Occidente debba impantanarsi in un’altra avventura militare e insensibili alle lezioni afghana, irachena e libica. Ma gli Amis de la Syrie sono soprattutto francesi, a partire da quel Bernard Henri-Lévy che ha predicato necessità belliche dall’Ucraina all’intero vicino Oriente.

All’inizio dello scorso anno, scrive Cardini, fra Parigi e la Svizzera si sono susseguiti i meeting a sostegno della carneficina siriana messa in atto per abbattere il governo di Assad. Governo sciita, come quello irakeno, come i ribelli che hanno preso il potere in Yemen, e contro i quali si scatena il fondamentalismo sunnita dell’Isis. Perché un altro dato che si dimentica spesso (ma è difficile pensare a una casualità in questa dimenticanza) è l’importante partita che si sta giocando in seno all’Islam contemporaneo. Dove la più che millenaria rivalità religiosa tra sunniti e sciiti si carica di valenze politiche che non è impossibile intravedere: l’Iran, attaccato nei decenni scorsi dal Saddam Hussein filoamericano, poi dalle bombe israeliane, nonché dall’assurdo embargo economico occidentale, sembra essere con i suoi alleati (Assad, il governo iracheno) il vero obiettivo dell’Isis. E dietro all’Iran, naturalmente, ci sono gli interessi dei russi e dei cinesi.

Insomma si ha netta l’impressione che sulla pelle delle popolazioni che soffrono quotidianamente la guerra, e di quegli occidentali che recentemente hanno subito gli attacchi dei terroristi, si stia giocando una partita molto più ampia.

Follow the money“, diceva un personaggio di Tutti gli uomini del presidente, celebre fiction sullo scandalo Watergate; il che indica evidentemente come, seguendo il flusso dei finanziamenti, si arrivi ai mandanti, ai corrotti e così via. Bisognerebbe allora risalire lungo il flusso di soldi che finanziano i SUV nuovissimi dell’Isis, le armi, persino quei video spesso molto manipolati che fanno circolare per pubblicizzare le loro dubbie imprese, per comprendere chi e cosa c’è dietro questo esercito. Un esercito peraltro raccogliticcio e ampiamente mercenario: alla cui testa ci sono spesso gli ex comandanti dell’esercito di Saddam Hussein (che col fondamentalismo islamico poco hanno a che fare), ma dove combattono ceceni, inglesi, francesi e rappresentanti di tante altre nazionalità. Per alcuni a far da collante sarà certamente il radicalismo, ma che senza i soldi dei finanziatori farebbe pochissima strada.

Chi prende sul serio oggi il consiglio di “seguire i soldi”? Poche persone, ci pare di poter affermare, anche alla luce di quanto leggiamo nelle pagine de L’ipocrisia dell’Occidente. I media preferiscono raccontare la favola dell’Isis che si mantiene con il petrolio di contrabbando e i riscatti e contro il quale l’Occidente è impegnato in una dura battaglia (che consiste in qualche sporadico bombardamento). D’altra parte, da giornalisti così


è difficile aspettarsi di meglio, no?

Un estratto dell’ultimo saggio di Franco Cardini per Laterza, L’ipocrisia dell’Occidente

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