Tsipras e “la pelle dell’orso”

FRANCESCO MOROSINI
Inutile negarlo: dopo il referendum il Grexit è nell’aria. Il motivo è che Tsipras ha venduto ai propri elettori “la pelle dell’orso” (stare nell’Eurozona con aiuti rinnovati) prima di averlo preso. Infatti, le eventuali basi di un nuovo accordo tra popoli creditori (nel gruppo c’è, anche se spesso lo si dimentica, il Belpaese) e debitori è tuttora tra le nuvole.

Anzi, neppure è detto che tutti, da entrambi i fronti, lo vogliano. Diversamente l’espressione “aiuti umanitari”, pronunciata da autorevoli voci germaniche, ma coerente col sentire di molte democrazie dell’ex Est sovietico, mai sarebbe stata pronunciata. Il motivo è semplice: essa esprime il senso del soccorso a favore di popoli in improvvise difficoltà in quanto colpiti, ad esempio, da cataclismi naturali; ma è inapplicabile a un partner di una comune area monetaria, per quanto in difficoltà esso possa essere.

All’opposto, l’idea di “aiuti umanitari” sa in toto di un “paracadute salva-coscienza” per attutire i costi di un paese che, oltreché fuori dall’euro, finisse alla deriva socioeconomica. Oggi potrebbe essere la Grecia; ma domani, ecco il punto, chissà. La posta è alta perché ammettere l’uscita di un socio dal club euro equivale a mutare l’identità di quest’ultimo ammettendone la reversibilità. Non a caso, difatti, l’annuncio, sempre ripetuto, di irreversibilità dell’Eurozona ha un senso politico prima che economico: ovvero, di fare della moneta il simbolo di una comunità dallo stesso destino (per quanto ora zoppicante) geopolitico.

Diversamente, la reversibilità dell’euro, che apparirebbe evidente al primo abbandono (prossimamente potrebbe essere il Grexit), farebbe apparire l’Euroarea un semplice accordo di cambio. Si dirà: forse è esattamente ciò che l’Eurozona è e può essere, al di là dell’utopia europeista. Tuttavia, il dichiararlo esplicitamente equivarrebbe ad ammettere che il “re è nudo”; ed i mercati, percependo il vuoto politico attorno all’euro, potrebbero divenire aggressivi; nel caso l’Italia, in recessione ed indebitata, finirebbe facilmente nei guai.

Quindi, meglio evitare il Grexit; ma che lo si possa fare facilmente è tutt’altro discorso; e il referendum greco, sia per lo strappo diplomatico che ha comportato che per come viene letto in molte capitali europee (di fatto un NO popolare all’euro), aiuta poco a ricucire la “tela di Penelope” delle trattative. Anche perché ad Atene è andato in scena un abbaglio ideologico, inaccettabile agli altri partner, per il quale nelle urne si sono scontrati da un lato il popolo, cioè la democrazia stessa, e, dall’altro, la finanza e i suoi “comitati d’affari” politici. Quasi che le pretese di FMI, BCE, nonché di altri creditori, equivalessero a un attacco alla democrazia della Grecia, ma è un ragionamento fallace.

Perché, al di là di ogni valutazione relativa all’azione economica della Troika, anche una democrazia, se deve ricorrere al sostegno finanziario di creditori, ne subisce un condizionamento, inevitabile come lo sono i vincoli tra contraenti di un debito e un credito. Inoltre, una democrazia, come ogni Stato (è successo e succederà ancora) può pure rifiutare un debito; ma rischiare sui mercati in nulla vuol dire che i creditori la negano come democrazia solo perché si tutelano. Cui aggiungere che mai va dimenticato che dietro i crediti, privati o pubblici che siano, ci sono i soldi (com’era per le famiglie italiane al tempo dei famigerati tango bond) di altri popoli; e che quindi dietro i crediti della BCE e dei vari fondi salva Stati ci sono i diritti democratici dei contribuenti/elettori delle altre democrazie europee.

Ecco, quindi, l’abbaglio di Tsipras: di avere aperto, nel presentare il referendum come lo scontro tra popolo e oligarchia, una porta pericolosa che, facendo saltare la mediazione diplomatico/politica, conduce al possibile scontro diretto tra popoli creditori e debitori. È una bomba a tempo che può portare l’Unione monetaria al meltdown (fusione) politico del proprio nocciolo; non ci siamo ancora; ma, dopo Atene, ce ne siamo avvicinati parecchio. In ragione di ciò, il referendum appena svoltosi ad Atene, che nulla ha prodotto a parte un mandato plebiscitario per Tsipras più il “gelo” intereuropeo, ha solo complicato la via di soluzione, dell’eurocrisi.

Ciò posto, qual è la domanda greca al resto dell’Unione? Sostanzialmente, più aiuti e meno condizionati. È accettabile? Difficile dirlo a priori. Prendiamo il caso dell’Italia, ad esempio: la Penisola paga sul suo debito sovrano all’incirca il cinque per cento di Prodotto interno lordo (Pil); mentre Atene, già oggi, il 2,3 per cento; e chiediamoci: è politicamente sostenibile chiedere agli elettori italiani, date le condizioni, di aprire il portafoglio? E se qualcuno chiedesse, una volta aperta la via dai greci, un referendum in materia? A occhio si vede subito che l’impasto inizialmente messo in forno ad Atene è pericoloso.

Certo, le dimensioni di scala della Grecia cambiano le proporzioni del discorso; inoltre, le misure imposte alla Grecia sono state assai dure; poi, il Grexit e/o il collasso dell’Euroarea ci costerebbero parecchio; quindi una mediazione politica con Atene sarebbe razionale. Tutto vero; ma la partita apertasi ad Atene col referendum potrebbe essere, al di là della ratio economica, assai problematica.

Ma un merito il referendum greco ce l’ha. È quello di aver fatto emergere, perché prima o poi la realtà emerge, un problema sottaciuto e mascherato sotto grandi discorsi ideali dell’europeismo. Ed è che sotto le bandiere dell’euro ci sono diverse idee sul come costruire la “casa monetaria” comune: dalla questione della finanza pubblica a quella degli eurobond. Da un lato c’è il modello tedesco, spesso da Berlino astrattamente proiettato sul resto d’Europa; mentre dall’altro, solo in apparenza di Sinistra, c’è il mito populista di fare spesa pubblica ed il relativo sogno di accollarne l’onere ai tedeschi con gli eurobond. Le difficoltà di Berlino con Tsipras, interpretato come una variante radicale di tutto ciò, è che teme che voglia fare una specie di socialismo mediterraneo con i soldi del Nord; e dicono, anche per evitare altrui tentazioni, no, grazie.

È questo muro di sospetti che oggi stressa la tenuta dell’euro; il futuro dell’Unione monetaria è appeso alla capacità/possibilità di aprire un varco su di esso. Diversamente l’Euroarea cambierà forma restringendosi alla “corona” tedesca. E sarebbe goodbye Europa.

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