Il “NO” dei greci ha una lunga storia. Che i nostri soloni ignorano

CATERINA CARPINATO
Sui banchi del Parlamento italiano quanti hanno cercato di opporsi alla riforma della Buona scuola renziana hanno esposto cartelli con l’ΟΧΙ, con i caratteri greci, per ribadire fermamente l’opposizione democratica a quella rivoluzione nella scuola appena varata, le cui conseguenze nel nostro Paese saranno palpabili sin dal prossimo settembre.

I cartelli in blu e bianco (i colori della bandiera greca) e l’uso dei caratteri greci sono serviti per rendere più forte il messaggio e per rendere nello stesso tempo omaggio al popolo greco in ginocchio che domenica scorsa ha chiesto al suo Governo di continuare le trattative senza accettare il diktat europeo. Ma perché i greci hanno detto NO? Perché dalle urne è venuto fuori questo risultato?

Del NO dei greci in questi giorni tutti parlano un po’ a sproposito perché in realtà la Grecia moderna, la sua storia e la sua cultura nonché la sua lingua, sono praticamente sconosciute nel nostro Paese. Quanti hanno competenze in economia e in giochi della finanza si sono ritrovati a gestire un problema che non ha solo rapporti con i numeri e con le banche, ma ha anche una forte componente storica e storico-culturale. E qui casca l’asino.

Perché se la ristrutturazione del debito è qualcosa che si può eventualmente studiare e capire, per capire i greci e rendersi conto del loro “NO” non è sufficiente leggere i giornali, seguire gli indici delle borse, parlare di PIL, di debito e di errori macroeconomici, ripetere luoghi comuni sulla “cicala e la formica”, e varie banalità “neoclassiche”, ma sono necessarie competenze storiche culturali che mancano quasi del tutto nel nostro Paese, dove la Grecia è stata la terra dei classici o quella delle vacanze, fino a quando non ci siamo ritrovati a fare i conti con questa crisi, che dal 2011 è diventata attualità anche da noi

Il NO dei greci ha una forte motivazione antropologica, che non è stata percepita dai media e da quanti si stanno improvvisando esperti di Grecia e greci. Tra questi Franco Debenedetti, che l’8 luglio scorso, presso la sede dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale a Milano, alla presentazione dell’instant book di Vittorio Da Rold (Sole24 ore), La Grecia ferita. Cronaca di un waterboarding spietato, Asterios Editore, ha esordito definendo testualmente il governo greco “ricattatore e incapace, eletto da un paese fallito”.

La superficialità e l’impreparazione di quanti si trovano a commentare gli eventi greci in questi giorni è drammatica: il conduttore dell’incontro, Antonio Villafranca, è riuscito a sbagliare anche l’accento di una (fondamentale) parola greca, facendo diventare il partito Nea Dimokratìa, una “Nea democràzia” (e se avesse pronunciato “freedom” “freedòm” scandendo le due “e” e mettendo un bell’accento sulla “o” ci sarebbe stata una bella risata, invece la “democrazia”, che vuoi… graecum est, non legitur, scrivevano i copisti medievali latini che non sapevano di greco. Qui la professoressa di greco può solo bacchettare per un apparentemente lieve errore… però, da professoressa, avrei dovuto bocciare tutti se avessi chiesto di sapere le ragioni del “no” all’Italia nel 1940.

L’avvocato Theodoros Dallavekuras, in collegamento da Atene, durante la presentazione ha fatto un cenno al “no” di Metaxàs a Mussolini il 28 ottobre 1940. Questo “no”, il grande OXI che è diventato festa nazionale, simbolo dell’orgoglio dei greci che hanno rifiutato di piegarsi davanti alle grandi potenze straniere ha avuto un ruolo di primo piano nelle scelte dei greci.

Tutti i 28 ottobre i greci scendono in piazza per la festa del NO, per ricordare il fiero rifiuto che il dittatore Ioannis Metaxàs pronunciò all’ambasciatore d’Italia Emanuele Grazzi. Un dispaccio del Governo italiano doveva essere consegnato nel cuore della notte: Mussolini chiedeva che l’esercito italiano, impegnato nella campagna d’Albania, potesse passare attraverso territori greci. Mussolini dava solo tre ore di tempo per l’assenso. In caso contrario l’Italia avrebbe invaso militarmente il Paese.
 
Metaxàs si oppose e la Grecia entrò a far parte del Secondo conflitto mondiale: contro la Germania e l’Italia. Dopo l’occupazione italiana e la tremenda occupazione tedesca (la bandiera con la croce uncinata che sventolava sull’Acropoli fu strappata una notte da un ragazzino che oggi è ancora vivo).
 
Alla fine del conflitto la Grecia, distrutta, anziché rimboccarsi le maniche per avviare la ricostruzione, conobbe un periodo di spaventosa guerra civile fino al 1949: era l’unico paese dell’area balcanica slava che era stato assegnato all’Occidente, confinava con tutti paesi comunisti e con i turchi (che, per i greci sono gli usurpatori di Costantinopoli e gli invasori delle terre dell’Asia minore, dove gli abitanti di lingua greca avevano sempre vissuto fino alla catastrofe del 1922).
 
NO” per i greci dunque è una risposta precisa, piena di orgoglio e di fierezza nazionale: nelle scuole greche si coltiva un profondo senso di nazionalismo e di fierezza del popolo greco, che ha saputo affrontare nemici più forti e potenti, pagando con il sangue, ma non sacrificando la dignità nazionale. Al dittatore Metaxàs sono dedicate piazze e strade proprio perché seppe opporsi agli stranieri. Nell’immaginario dei greci altri “no” hanno una forte valenza “nazionale” : così si celebra nella scuola il “no” all’invasione persiana del V secolo. La gloria di Pericle e dei suoi si deve al “NO” contro i Persiani (la più grande potenza politica e militare dell’epoca). Dopo quel “NO” e il sangue versato,  gli ateniesi ricostruirono sull’Acropoli profanata dallo straniero il Partenone, che è il simbolo scheletrico di ogni democrazia occidentale.

I greci hanno detto NO nel 1940 anche agli italiani e ai tedeschi: hanno subito l’invasione, lo scempio della guerra, la fame, la devastazione della guerra civile, ma hanno mantenuto alta la dignità. Il Paese è stato poi dilaniato dalla Guerra Civile e ha subito sette anni di dittatura militare (mentre l’Europa viveva il maggio del ’68…), e si è faticosamente avviata alla vita democratica solo dal 1974… Tutto questo sembra storia antica, come se fosse inutile sapere la storia per comprendere le ragioni di una comportamento nazionale collettivo..
 
Quando il 5 luglio scorso i greci hanno dovuto frettolosamente scegliere tra il “SI’” e il “NO”, tra le richieste delle potenze straniere e le proposte dei loro rappresentanti politici, hanno sollevato la testa ed ancora una volta hanno detto “no”. Un “No” in linea con una coscienza collettiva che ha nutrito questo senso di fierezza nazionale.

I greci vivono nell’Oriente dell’Occidente e nell’Occidente dell’Oriente, ed hanno due dimensioni: una occidentale-classica-europea ed una (medio)orientale slavo-balcanica.
Questa seconda dimensione è quella che gli occidentali non conoscono e non decodificano.
Ed è quella più autentica e vitale: l’altra è una superfetazione neoclassica, ricostruita a tavolino e voluta dall’Occidente.

Più che tra i monumenti marmorei neoclassici di Washington DC i greci si sentono più a casa nelle chiese ortodosse di Mosca, perché la Chiesa Ortodossa ha salvaguardato per secoli la loro lingua e identità anche sotto le dominazioni straniere.

Prima di sparare giudizi sulla Grecia e sui greci sarebbe meglio rileggere la storia, almeno da quel 28 ottobre del 1940.

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