Foto da far girar la testa. La mostra di Graziano Arici a Arles

CLAUDIO MADRICARDO
Mon Manège à moi, sì, l’indimenticabile “tu mi fai girar la testa” di Edith Piaf. E’ il bel titolo che Graziano Arici, istituzione nella storia della fotografia veneziana da quasi un quarantennio, ha dato alla sua ultima mostra inaugurata qualche giorno fa alla Galerie l’Atelier du Midi di Arles, città già cara a Vincent Van Gogh, in Provenza. In quella terra dove vive ormai da tre anni, avendo scelto coscientemente di lasciare il luogo in cui per lunghi anni ha lavorato.

È l’ennesima tessera del puzzle della diaspora veneziana nel mondo per condividere un destino che è già stato di tanti. Regalando, nemo propheta in patria, un’esposizione che presenta in parallelo due insiemi di produzioni fotografiche: i suoi lavori professionali e quelli che attengono alla sua ricerca personale.

mostra

Sessantasei anni, Graziano ha orientato il suo lavoro fotografico sul mondo della cultura e dell’arte, seguendo per decenni gli artisti all’opera, e realizzando decine di migliaia di ritratti, che documentano la vita culturale internazionale. Parte del suo immenso archivio, che contiene quasi un milione di fotografie, numerate e catalogate, visibile sul suo sito.

Di questa mostra, ma di tante altre cose, abbiamo voluto parlare direttamente con Graziano, rubando tempo al suo impegno di questi giorni all’Atelier. Per parlare di lui, della sua vicenda umana, della sua fotografia e di Ariane. Di Venezia, dei colori e profumi della Provenza, e dei pomodori che coltiva nel suo orto in terrazza.

Arici con Joseph Koudelka

Arici con Joseph Koudelka

Graziano, noi ci conosciamo da una vita ed è giusto che partiamo da lontano per lentamente ricostruire e focalizzare l’uomo che sei ora. Che cosa ha rappresentato per te essere stato iscritto a Sociologia a Trento in “quegli” anni? In che modo ha influito poi nella scelta di una forma espressiva come la fotografia?
Trento in quegli anni è stata il centro in cui hanno operato tutte le componenti che in seguito avrebbero innervato vita e dibattito politico a sinistra in Italia. In quell’epoca c’era anche Renato Curcio, che ricordo come un moderato. Pensa che l’ho sentito con le mie orecchie affermare “Se mai accadrà che mi troverete col mitra in mano, vorrà dire che sono diventato pazzo”. Comunque, più che gli studi, l’esperienza di Trento è stata fondamentale nella mia esistenza per la comprensione dei fatti e della storia.

Poi nel 1978 il tuo incontro con la fotografia, la scelta radicale e inappellabile della tua vita. Il lavoro per il Teatro La Fenice e il Consorzio Venezia Nuova. Le tante mostre e le pubblicazioni. L’Agenzia Grazia Neri a Milano e Sygma a Parigi. Mi vuoi parlare un po’ del tuo percorso?
Cominciamo dal Consorzio Venezia Nuova del quale sono stato fotografo per lungo tempo. Il che mi ha permesso di seguire e documentare tutti i lavori fatti in laguna fin dall’inizio anche se non ho mai avuto un contratto che mi legasse a loro. A un certo punto il Consorzio è sparito, non mi ha chiamato più. Mazzacurati? Persona gentile. Mi apprezzava. Dopo, le sue storie sono un’altra cosa.

E La Fenice?
Per certi versi è una storia un po’ simile a quella del Consorzio. Per il Teatro sono stato fotografo per 21 anni. Anche lì non avevo alcun contratto. Un giorno mi arriva un fax in cui il Teatro mi chiede di regalare il mio archivio in cambio di un contratto di due anni, rinnovabile. Ecco, il mio rapporto con Venezia è stato così.

Hai citato il tuo archivio fotografico. Come hai potuto raccogliere un milione d’immagini e che cosa ne vorresti fare?
Ho sempre avuto interesse a che le cose siano conservate. Nell’archivio è contenuto innanzitutto il mio lavoro fotografico e poi tutte le foto che ho acquistato negli anni. La sezione dei ritratti d’artista costituisce il più grande archivio privato d’Europa consacrato a questo tema. E raccoglie molte decine di migliaia di fotografie che vanno dagli anni 1940 fino ai nostri giorni, e rappresentano l’insieme degli attori della cultura mondiale.

Vi è contenuto, inoltre, un insieme di fotografie di Venezia scattate dal 1854 alla fine del secolo, duemila stampe al sale o all’albumina. Molte sono inedite. In questa sezione storica si trovano inoltre parecchie centinaia di foto e di documenti della Comune di Parigi, e altri fondi di negativi fotografici che vanno dal 1948 a 1978.

Tempo fa la Fondazione Musei Civici Veneziani mi aveva chiesto di mettere tutto l’archivio in uno stesso spazio. In tre anni non sono riusciti ancora a trovarlo. Anche la Fondazione di Venezia mi aveva contattato per il museo del contemporaneo di Mestre, l’M9, e per la Casa dei Tre Oci alla Giudecca. Sembrava fossimo arrivati a un accordo su cui avevano assicurato il loro assenso, poi si sono dileguati. Più sentiti.

Quindi la decisione di lasciare Venezia e di trasferirti in Provenza. Ricordo ancora con un po’ di tristezza le foto della barca che portava le tue cose in terraferma per il trasferimento ad Arles.

Era un pezzo di Venezia che se ne andava. Non ridere, ma mi sono venuti in mente Casanova e Goldoni.

Solo che io non avrei mai potuto scrivere “Una delle ultime sere di Carnovale”. Me ne sono andato senza alcuna amarezza. Ad Arles avevo già una casa in centro su tre piani. Con una terrazza dove ho un piccolo orto e coltivo dieci piante di pomodori. Vi ho sistemato anche il limone che avevo a Venezia, l’unica cosa che mi sono portato da lì. E veneziana è rimasta la mia cucina. Amo e cucino i risotti, le paste e perfino i bigoi in salsa.

Sembrerebbe una sorta di rinascita, anche per quella parte della tua esistenza non intersecata dalla fotografia. Parlami del tuo rapporto con Arles. E di Ariane. Come vi siete conosciuti?
Per caso. Ariane ha frequentato la Scuola di fotografia qui a Arles, dove c’è l’unica università della fotografia in Francia. E la Scuola Normale Superiore di Lione, sul cui esempio è stata fondata in seguito Pisa. Con Ariane viviamo assieme da tre anni e sta facendo una tesi di dottorato sul mio archivio. Arles invece è il luogo che ospita ogni sabato il più grande mercato della Provenza, dieci volte più grande di quello di Rialto. Pensa che ci sono banchi che vendono solo cipolle. Venti trenta specie differenti di cipolle. E zucchine, dieci o quindici tipi differenti, e poi melanzane. Quattro banchi vendono spezie, un centinaio. Insomma, abbiamo una qualità della vita molto alta, mentre i prezzi sono più bassi rispetto a Venezia. E c’è anche una piccola comunità d’italiani che vivono qui.

Scusami Graziano, mi rendo conto di averti fatto parlare di tutto tranne che della cosa che avrebbe meritato il centro massimo dell’attenzione.
Questa mostra che ho inaugurato all’Atelier du Midi durante i Rencontres de la photo, che è l’evento più importante al mondo per la fotografia, mai me la sarei potuta sognare non dico a Venezia, ma nemmeno in Italia. Vi espongo 160 foto, parte di ritratti, molti sono lavori di ricerca personale mai esposti a Venezia. Una, l’ho scattata pochi giorni fa. La mostra ve benissimo, in quattro giorni ha avuto 1200 visitatori. È una selezione d’immagini che riunisce il ritrattista, l’archivista e l’artista, e credo che riveli ciò che costituisce il cuore della mia pratica fotografica. Vi puoi cogliere un certo senso della solitudine, una situazione di crisi permanente e di disperazione che colpisce il mondo quotidiano. Per quanto attiene invece a me come persona, essa sancisce la conferma del fatto che qui ho avuto una rinascita, mentre a Venezia mi stavo spegnendo, perché la città è popolata anche da istituzioni che portano a questo.

A proposito, ci torni mai?
Sì, una volta l’anno. Per la Biennale d’Arte o di Architettura.

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