Cina, azioni e reazioni che scuotono il mondo

FRANCESCO MOROSINI
Il mercato azionario cinese, sospeso com’è tra liberismo (forse più immaginato in Occidente che reale) ed economia pianificata socialista, in questi giorni ha interessato l’economia mondiale. Certo, per la sua rapida caduta; ma anche per le modalità in nulla di mercato con cui le Autorità di Pechino hanno, almeno nell’immediato, bloccato la “zampata dell’orso” che, nel gergo borsistico, rappresenta la caduta dei titoli.

Felici tutti, naturalmente, dato che un’ulteriore crisi, e proprio nel bel mezzo del pasticcio del sì/no al Grexit, nessuno la desiderava. Tuttavia, al di là dell’apparenza, forse illusoria, di scampato pericolo borsistico globale, l’interrogativo per l’Occidente è: quale “animale politico” raffigura, a partire dai suoi mercati finanziari per andare alla geo-strategia, la Cina oggi? Domanda assai interessante se si pensa che Pechino è la “creditrice rossa” della super-capitalistica Washington.

Con ragione lo storico Marc Bloch rapportava la moneta (ma vi si può aggiungere la finanza) a uno strano sismografo che, oltre a registrare le scosse, talvolta le provoca; difatti, ne consegue che l’osservazione dello yuan (renminbi) come delle borse di Shanghai e di Shenzhen può aiutare a decodificare il senso strategico dell’agire del grande competitore d’Oriente; quindi, di cosa aspettarsi da esso.

Il punto geopolitico è: la Cina, sebbene guidata da un partito comunista (il PCC), è ormai di fatto un paese capitalista? Oppure, l’Impero di mezzo va valutato con ipotesi affatto diverse? La risposta è decisiva; e impatterà sia nel business che negli equilibri militari in Asia; in Europa; negli USA.

Insomma, quello che è successo nei mercati finanziari cinesi, dalla caduta al rimbalzo determinato da “economia da comando” di origine politica, qualche idea già la dà. Perché suggerisce che Pechino si appresti a giocare la sua partita per determinare l’economia mondo con regole altre rispetto all’ortodossia capitalista. Ovviamente, ciò potrà causare delle tensioni, in particolare se Pechino riuscisse a minacciare l’attuale egemonia economico/finanziaria degli USA nel Pacifico e oltre (l’Asian Infrastructure Investiment Bank di recente costituita dal PCC potrebbe esserne uno strumento). Ma oggi, dinnanzi al rischio che la Cina, permanendo la crisi borsistica, fosse costretta a ricapitalizzare i propri intermediari bancario/finanziari in difficoltà monetizzando (vendendo) i bond del Tesoro USA in portafoglio così alterando a proprio favore il rapporto dollaro/yuan e spingendo al rialzo i tassi d’interesse in Occidente, piace in Occidente l’eterodossia socialista di Pechino contro la crisi finanziaria. Nondimeno, almeno in prospettiva, questo mix di autoritarismo politico accompagnato da una libertà di mercato pronta a finire sotto tutela dell’economia di comando socialista qualche problema potrà portarlo.

Ma qual è la ragione che ha spinto il PCC ha invogliare i cittadini a correre in borsa? Essa sta nella necessità di implementare quello scambio politico tra ricchezza e consenso senza libertà borghese che è alla base dello sviluppo cinese dalla morte di Mao in poi. E che in qualche modo è l’erede, fatte le debite proporzioni, della NEP (nuova politica economica) voluta da Lenin nel 1921 in URSS per superare il “comunismo di guerra” provando, allora come oggi, a tenere assieme pianificazione centralizzata, cioè il potere del partito, e mercato col conseguente arricchimento di alcune fasce sociali: ieri pezzi del mondo rurale (i Kulaki, i contadini ricchi poi “fulminati” da Stalin; ed oggi, in Cina, i piccoli azionisti necessari al rapporto del PCC con la sua opinione pubblica.

Peccato che l’operazione, in quanto fatta in un mondo finanziario ancora piuttosto primitivo rispetto alle moderne piazze occidentali; nonché facilitata da troppa liquidità (per comprare azioni a debito); per di più sostenuta dall’idea che le perdite fossero impossibili per garanzia pubblica, abbia prodotto prima una bolla e poi la sua esplosione. Fin qui, però, la storia è quella di una tipica “follia del denaro” che da sempre, Occidente compreso, segue i mercati borsistici come un’ombra. Poi Pechino, ecco il fatto interessante, diverge dall’ortodossia. Infatti, ricorre al pugno di ferro (la stessa polizia è usata per “scoraggiare” chi vende) ed impone nei mercati finanziari sotto il suo controllo politico solo acquisti di titoli. Nell’immediato, come si diceva, tutti sono contenti, in Oriente come in Occidente; tuttavia si riapre la questione della “diversità” politico/economica della Cina con USA ed Europa sul modo di concepire i rapporti tra economia, moderna (di mercato) finanza e democrazia. È possibile prevedere che su questi aspetti si creeranno le basi identitarie che opporranno i competitor del ventunesimo secolo; che, certo, pur nella forte interdipendenza reciproca, utilizzeranno le rispettive differenze per giocarsi la partita dell’egemonia planetaria.

Perciò interessa capire il rapporto tra mercato ed economia di piano in Cina. Il tema, decisivo per i rapporti internazionali, inciderà pure sui rapporti di forza socio-politici a Pechino. Nel senso che le attuali tensioni sulla finanza riflettono uno scontro per l’appropriazione del credito tra settori diversi (imprese pubbliche/private) dell’economia cinese che, inevitabilmente, condizioneranno il conflitto prossimo venturo interno al PCC. Insomma, come sempre dietro la moneta e la finanza c’è la società ed i suoi conflitti. Pechino non fa eccezione: per questo, dato il suo oggettivo peso, merita porvi attenzione.

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