Democrazia europea, il vero quesito del referendum greco

ADRIANA VIGNERI
In attesa di conoscere il destino della Grecia e quello nostro, di europei (e di italiani), soffermiamoci sul tema democrazia. Dentro e intorno alla questione greca si è fatto un gran parlare di democrazia. È uno strumento di democrazia il referendum indetto da Alexis Tsipras o si tratta di un plebiscito? E se gli strumenti della democrazia (diretta in questo caso) li attivassero i paesi creditori?

Non è neppure una questione nuova. La Francia e l’Olanda, quando si è trattato di approvare il trattato costituzionale dell’Unione europea approvato nel 2003 dalla Conferenza intergovernativa, si sono ben guardate dal ratificarlo in parlamento, lo hanno sottoposto a referendum popolare, con l’esito che sappiamo. Ma quale voto dovremmo dare all’UE, quanto a democrazia?

Alexis Tsipras ha parlato qualche giorno fa nell’assemblea del Parlamento, in una sede altamente rappresentativa, in quello che è stato considerato dalla stampa un tentativo di captatio benevolentiae, riuscito solo in parte. Il parlamento greco ha votato, approvando impegni, dicono i giornali, ancora più pesanti di quelli contenuti nel memorandum rifiutato (chi ci capisce è bravo). Pare superata questa fase di crisi, ma nulla garantisce che la situazione che abbiamo vissuto in queste settimane non si riproponga.
Ripartiamo da qui, per chiederci se le procedure che sono state usate meritino un domani di essere replicate; per chiederci che ruolo ha giocato la democrazia nella conduzione dei rapporti con la Grecia debitrice (e quindi colpevole).

I finanziamenti concessi alla Grecia sono stati sopportati per più di due terzi dai paesi europei, per meno di un terzo dal FMI. Si è trattato di prestiti bilaterali, di quote nei fondi salva Stati (EFSF/ESM), di quote nel capitale della BCE. Il ruolo fondamentale è stato svolto dalla c.d. troika, composta da un rappresentante per ciascun ente creditore: il FMI, la BCE e la Commissione. Il FMI è un soggetto istituzionale anomalo che non è, né un organo dell’Unione, né un organo internazionale, ed opera come una banca. La BCE è la banca europea. Della Commissione diremo poi.

Ma l’interesse dei creditori, per quanto importante, non è l’unico interesse in gioco. Vi sono anche altri interessi in gioco, e quello dei creditori può essere salvaguardato con modalità diverse, in relazione alla tutela degli altri interessi, quelli dell’eurozona e dell’Unione intera, e quelli di carattere geopolitico. Ci è stato detto e ripetuto – nella stampa – che il problema economico, per la sua modestissima incidenza nei conti dell’Unione (il tre per cento), non è il problema principale di una eventuale Grexit. Ben più gravi i messaggi politici che ne deriverebbero, di incapacità di gestire il problema, di provvisorietà e non definitività dell’euro, di rischio sfaldamento dell’intera Unione, anche a causa dei movimenti politici interni ai singoli stati, di sottovalutazione delle conseguenze geopolitiche. Ben più grave costringere la Grecia a cercare altri padrini e altre alleanze.

Questi problemi, quelli più seri, problemi nostri come Unione europea, da chi sono stati discussi e valutati? Si è molto discusso, per lo più informalmente, delle condizioni da imporre alla Grecia, non sempre avendo chiara l’idea che l’obiettivo principale in questi casi è tenere in vita il debitore. Ma sulle sedi e sulle procedure da utilizzare?

L’Unione europea ha due organismi pienamente politici: il Parlamento europeo e il Consiglio (dei ministri). Il Parlamento è come sappiamo l’organo che condivide con il Consiglio il potere legislativo ed è eletto direttamente. Il Consiglio che adotta gli atti normativi e coordina le politiche dell’UE, impegnando i relativi governi.

Fin dall’inizio (2010), le decisioni sono state prese tra il FMI e i capi di Stato e di Governo dei paesi dell’Unione, o da alcuni di essi, per lo più informalmente, non da un organismo rappresentativo dell’Unione europea. Il Consiglio che, a differenza del Consiglio europeo, costituito dall’insieme dei capi di Stato e di Governo, decide con regole precise, è stato totalmente emarginato. Il Parlamento europeo non si è espresso. La stessa Commissione, che ha il compito di promuovere l’interesse generale dell’Unione e adottare le iniziative appropriate a tal fine, non ha manifestato una posizione che identifichi il nostro interesse come Unione nella crisi greca; che non è certo un fatto improvvisamente sopravvenuto.

In una parola, l’Unione europea, attraverso i suoi organi a questo deputati, non ha definito i propri interessi e le modalità per proteggerli, con le relative priorità.

Questa è manifestazione palese della debolezza europea e delle sua attuale organizzazione, del basso tasso di democrazia, se anche quella che c’è non è utilizzata. Le scelte e indicazioni politiche che Draghi dice di attendere ed eseguire (non volendo e non potendo svolgere un ruolo di supplenza politica) da chi verranno? Dalla troika? Ammesso che questa fase sia ora in via di superamento e si passi ad altro, ci dimenticheremo bellamente del problema perché i tempi non sono maturi? Pare di sì.

Una via di uscita, difficile e stretta, ci sarebbe: la Grecia potrà uscire dalla sua situazione soltanto se corregge seriamente il suo comportamento, come Stato e come amministrazione. Così l’Unione europea potrà dire di aver fatto bene a mantenerla nell’Unione e nell’euro, e riuscirà forse a rafforzare in senso politico e di legittimità democratica la propria struttura. Due piccioni con una fava. Ma così difficili da prendere, questi piccioni.

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