L’ondivago Matteo nel Mediterraneo in tempesta

ETTORE SINISCALCHI*
Dalla cravatta regalata al primo incontro agli attacchi via twitter, il rapporto tra Renzi e Tsipras riflette le difficoltà di manovra, e la mancanza di una chiara rotta di marcia sull’Europa del capo del governo italiano.

Era febbraio quando l’uomo nuovo della politica europea, fresco di vittoria elettorale, veniva col neo ministro Varoufakis in visita ufficiale a Roma, scelta come esordio nell’arena europea in vista della trattativa sul debito greco.

I due parvero destinati a intendersi. Un’alleanza che stava nelle cose, come spiegava, intervistato da Linkiesta.it, Giulio Sapelli, professore di Storia economica dell”Università degli Studi di Milano con esperienze d’insegnamento alla London School of Economics and Political Science e all’Università Autonoma di Barcellona: « [Renzi] dice che non farà nessun asse con la Grecia, mentre poi alla fine lo farà. Sarà costretto a fare un asse con la Grecia, e intanto rassicura. In ogni caso la situazione è chiara: la vittoria greca è l’inizio di un ciclo di fine dell’austerity e non si può non tenerne conto. La Germania, dal canto suo, ha cominciato il suo declino. E anche di questo si deve tenere conto».

Un quadro chiaro anche a Bruxelles, visto che appena annunciata la visita di Tsipras a Roma, Jean-Claude Juncker ha avvisato Renzi: «Cancellare il debito della Grecia è escluso. Gli altri Paesi della zona euro non lo accetterebbero», ha detto in un’intervista a Le Figaro.

L’incontro di oltre un’ora, Renzi aveva portato lo staff delle grandi occasioni con ministri e sottosegretari, finì con una lunga conferenza stampa, uno scambio di doni e dichiarazioni ottimistiche. «Non ho imparato l’italiano ma con Renzi parliamo la stessa lingua perché i nostri popoli hanno sofferto. Ora è il momento della crescita e delle riforme per Stati più funzionali», disse Tsipras. E Renzi: «Abbiamo la stessa età ma veniamo da esperienze diverse e apparteniamo a famiglie politiche differenti. Ma abbiamo in comune l’idea di restituire alla politica la possibilità di cambiare le cose. Vogliamo dare una mano alla Grecia».

Quando, il 21 febbraio, si raggiunse l’accordo per l’estensione di quattro mesi del programma di aiuti, pareva che l’asse si stesse consolidando. Il governo sottolineò sulla stampa il ruolo dell’Italia nella mediazione. «Di cerniera», fece sapere Renzi. Il ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, disse: «Un successo storico, una vittoria per tutti e un passo avanti per l’Europa, un accordo che va nella direzione giusta». Anche Tsipras confermò il ruolo di Roma, telefonando a Renzi per ringraziarlo.

Sappiamo che quei quattro mesi poi sono stati sprecati. Le posizioni rigoriste si sono irrigidite. Rivederle voleva dire anche ridiscutere alle fondamenta le politiche anti-crisi dell’Ue, rigettare i dogmi del pareggio di bilancio, cessare la pratica della socializzazione delle perdite a fronte della privatizzazione dei profitti. Il referendum sgombra il campo dagli alibi rendendo evidente lo scontro.

Apparire al fianco di Tsipras non era più conveniente. Sarebbe stato comprensibile se Renzi avesse scelto un basso profilo. Meno comprensibile è che abbia deciso di attaccare Tsipras in modo tanto duro a ridosso di un momento delicato come il referendum.

La “piccola guerra” inizia il 29 giugno con un tweet (non in italiano ma in inglese, perché chi deve capire capisca): «The point is: Greek referendum won’t be a derby EU Commission vs Tsipras, but euro vs dracma. This is the choice».

Renzi sposa la propaganda dei rigoristi sul referendum. E spiega meglio la sua posizione in un’intervista del giorno dopo sul Sole 24 ore. «Se vincono i no, a mio giudizio, la Grecia va verso l’abbandono dell’euro. Torna alla dracma. E sarebbe un dramma innanzitutto per i greci. Ma a questo punto devono decidere loro: i leader europei rispettino il volere di Atene, senza impicciarsi» spiega l’ex sindaco di Firenze al direttore, Roberto Napoletano. «Scusi, noi abbiamo fatto la riforma delle pensioni: ma non è che abbiamo tolto le baby pensioni agli italiani per lasciarle ai greci, eh! Noi abbiamo fatto la riforma del lavoro, ma non è che con i nostri soldi alcuni armatori greci possono continuare a non pagare le tasse».

Perché mette in scena in maniera tanto teatrale la sua adesione alle tesi dei rigoristi? Per paura o subalternità? Certamente perché pensa di poter giocare nel campo degli avversari per la creazione di consenso. Così fa proprio l’istinto dell’italiano indulgente con se stesso e rigido con gli altri.

Ad Atene la bomba è inaspettata. Bisognerà attendere la vigilia del voto per la sdegnata reazione dell’economista James  Galbraith, consigliere dell’allora ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, in un’intervista all’Huffington Post Italia: «Una delle cose che ha maggiormente deluso me e molte persone qui in Grecia è stata la presa di posizione di Matteo Renzi lunedì. Ha sposato quella vergognosa minaccia lanciata dall’Europa, per cui se i greci avessero votato no avrebbero scelto l’addio all’euro. Non avrebbe dovuto farlo. Una posizione del genere, così dura, poteva prenderla la Germania, ma non un Paese come l’Italia che sta ancora affrontando una crisi».

Lo scontro è stato così violento da spaventare anche i più convinti della necessità di cambiare strada. Renzi ha pensato non solo di fare un passo indietro ma di schierarsi coi forti. Il capo del governo di Roma conosce bene lo scenario. L’Europa a trazione tedesca non mette in discussione i suoi dogmi economici. La Francia, indebolita da un decennio di errori sugli scenari internazionali, con un governo socialista perso nell’inseguire le parole d’ordine della destra, rappresenta perfettamente il drammatico spettacolo delle socialdemocrazie europee smarrite davanti a “l’appuntamento con la storia”. Il suo governo dipende molto dalle buone parole dei partner europei. L’ultimo entrato nel Pse, il Pd, per quanto sia il più forte rappresentante del gruppo, non può esercitare nessuna leadership su un corpo sfilacciato, incapace di una visione propria e subalterno alle parole d’ordine liberiste. Quale visione propria ha poi il Pd?

Quando Tsipras ha, inaspettatamente per tutti, vinto il referendum, Renzi si riposiziona. Fa scrivere sui giornali che «si apre uno scenario interessante. L’ho detto a Francia e Germania. Non serve un formato a due». Fa sapere che ha parlato con Tsipras al telefono: «Un giorno era furibondo per le battute sui pensionati. Ma in queste ore mi ha cercato per chiedere una mediazione». Il problema sono i vincoli europei: «Se possono essere messi in discussione dalle consultazioni popolari, cosa faranno Podemos in Spagna o la Le Pen in Francia?»

Renzi, seppur in negativo, coglie il punto: tutti i soci sono legati tra loro come tessere di un domino. Ma l’interesse dell’Italia sta proprio ridiscutere quei vincoli. E nell’evitare l’uscita della Grecia e l’imporsi dell’idea che l’euro non sia irreversibile. È l’interesse di tutti i paesi che superano il sessanta per cento di rapporto debito – Pil: Spagna, Portogallo, Francia.

L’economista Luigi Zingales su Il Sole 24 ore, il quotidiano economico di Confindustria, afferma che sia la Grexit sia l’idea della reversibilità dell’euro siano un enorme pericolo per tutti e che la Germania sia l’unica che potrebbe avvantaggiarsi di entrambi gli scenari. Se, continua l’economista, si capisce come Rajoy non possa appoggiare Syriza per la minaccia di Podemos, non si capisce «perché il governo italiano sia così assente dalle trattative».

Atene e Roma non rompono, sono troppi gli interessi in comune, ma non sembrano esserci le condizioni per fare squadra. Renzi cerca delle sponde in Europa. Francia e Italia prendono tempo anche in attesa di vedere cosa accadrà in Spagna. Un continente costretto a essere unito e così poco capace di farlo ha scoperto col referendum greco quanto le scelte di un popolo riguardino tutti. I prossimi appuntamenti della democrazia europea saranno le elezioni portoghesi e spagnole.

*PER GENTILE CONCESSIONE DI logo

Versión Española

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