Nozze gay sul Canal Grande. Bell’idea, se non fosse che…

Dalla cerchia ristrettissima del nuovo sindaco di Venezia – e diciamo a proposito ristrettissima, essendo Luigi Brugnaro un grande accentratore che interagisce solo con un pugno di fedelissimi di lunga data – filtra un’indiscrezione di notevole interesse, che contrasta con la fama del personaggio.

Palazzo Cavalli

Palazzo Cavalli

Il tema dell’indiscrezione è il seguente: Venezia potrebbe diventare meta di coppie omosessuali che scelgono la città più romantica del mondo per sposarsi, e nel frattempo, per celebrare unioni gay.

In Italia il matrimonio tra omosessuali non è consentito, solo in qualche città illuminata si celebrano al massimo unioni civili. I gay italiani sono costretti ad andare all’estero per godere del sacrosanto diritto di unirsi in matrimonio.

Eppure si pensa comunemente che nel nostro paese sia ormai solo questione di relativamente poco tempo perché si arrivi alla parità di diritti tra coppie etero e coppie omo anche in tema di matrimonio. Al divorzio, noi italiani, ci arrivammo tardi, ma ci arrivammo. Al diritto di interruzione della gravidanza pure. Lo stesso avverrà con il matrimonio tra gay. Saremo tra gli ultimi in Occidente, ma non passerà troppo tempo.

Intanto, com’è accaduto anche nella capitale, che è anche la capitale del cattolicesimo, il sindaco Marino ha recentemente registrato diverse unioni gay nel cosiddetto Celebration Day.

Con grande dose di realismo – il realismo dell’imprenditore che fiuta l’affare, di chi sa anteporre il principio del fare ai principi – Brugnaro si accinge a seguire l’esempio del collega romano. Il sindaco dii Venezia non solo intende rafforzare l’attività di palazzo Cavalli, ormai sede da anni anche di matrimoni di coppie non residenti e straniere, ma si prepara a fare di Venezia un luogo privilegiato delle comunità gay nel mondo per celebrare le loro nozze in laguna,  e, per adesso, le unioni civili, oltre che – come già avviene da tempo – per trascorrervi la luna di miele. Una città gayfriendly.

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In questa direzione già si preparano diverse agenzie specializzate di wedding planner, locali, nazionali e internazionali.

Più in generale, Venezia dovrebbe già essere la meta preferita nel Belpaese per la celebrazione dei matrimoni di coppie di non residenti e straniere. Non solo non è così, ma è molto al di sotto del suo potenziale.

Secondo una ricerca di JFC, società che svolge attività di consulenza turistica e marketing territoriale, nel 2012 sono state seimila le coppie straniere che si sono sposate nel nostro Paese. Al primo posto tra le mete preferite c’è la Toscana, scelta dal 43,5 per cento delle coppie. Seguono la Costiera amalfitana, con il 9) per cento delle preferenze, e l’Umbria con il 7,7. Anche il Veneto, in particolare Venezia e Verona, la città di Giulietta e Romeo, è tra le destinazioni predilette, ma con percentuali ridicole rispetto al suo potenziale: solo il 7,5 per cento delle scelte.

Il matrimonio, lo scorso anno, di George Clooney e Amal Alamuddin, è stato uno spot straordinario per Venezia e per palazzo Cavalli. Ma a Ca’ Farsetti non si è mosso nulla lungo quella scia. Adesso, per via della penuria finanziaria, la nuova giunta considera con più attenzione le forti potenzialità economiche di palazzo Cavalli e di tutto “l’indotto” cittadino coinvolto nel matrimonificio lagunare. Compresa l’apertura alle coppie gay.

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GUIDO MOLTEDO
In un mondo normale, quanto abbiamo finora scritto suonerebbe perfettamente coerente con la fama e con la tradizione di Venezia, città aperta, plurale, accogliente e inclusiva come poche, una città che proprio su queste sue peculiarità ha costruito la sua storia di grande potenza e che, in epoca contemporanea, è sempre stata considerata città progressista e – in felice contrasto con la sua impareggiabile architettura del passato – incredibilmente moderna e proiettata verso il futuro.

NO, QUANTO ABBIAMO FINORA SCRITTO E’ SOLO UN PIO DESIDERIO: anzi, è quanto di più opposto alla realtà reale. Nella realtà prosaica del primo mese di attività del nuovo sindaco, il suo esordio è caratterizzato da un’odiosa decisione, imbarazzante quanto mai per i cittadini di Venezia, anche per l’inevitabile rimbalzo mediatico: la decisione di ritirare dalle scuole comunali 1098 libri di favole – 36 titoli diversi per la scuola per l’infanzia, dieci per i nidi – acquistati all’inizio del 2014, su indicazione dell’allora delegata del sindaco ai Diritti civili e alla lotta per le discriminazioni, Camilla Seibezzi. Fiabe che attraverso disegni e storie di animali introducevano al tema delle famiglie omogenitoriali, ma anche alle differenze religiose o di nazionalità.

La sua parziale e goffa marcia indietro non ha fatto altro che mettere ancora più in rilievo la rozzezza dell’improvvida decisione.

Proseguendo su questa strada, non ci vuol poi tanto a ritrovarsi in sintonia con i governatori dell’Indiana e dell’Alabama , fautori di quel Religious Freedom Restoration Act che permette a singoli individui o società denunciate per discriminazione di appellarsi al rispetto delle proprie convinzioni religiose. Per esempio, proprietari di negozi o imprese di servizi possono rifiutarsi di servire coppie sposate gay – come per esempio è già successo in America per quanto riguarda ditte di catering specializzate in matrimonio – affermando di averlo fatto perché il proprio credo religioso li porta a riconoscere solo il matrimonio tra un uomo e una donna.

Venezia non dovrebbe trovarsi in sintonia con i più retrivi conservatori della destra americana, ma andare nella direzione esattamente opposta, come quella indicata dalla nostra “indiscrezione”.