Washington e Teheran, la caduta del Muro

SIAVUSH RANDJBAR-DAEMI*
7.03 del mattino del 14 luglio: Catherine Ray, la portavoce della responsabile esteri dell’Unione Europa, Federica Mogherini, twitta l’annuncio criptico che gli addetti ai lavori attendono da ben 18 giorni: “Final plenary of E3/EU+3 and Iran at 10h30 at the UN. Will be followed by a press conference at the Austrian Center Vienna” (“Riunione plenaria finale del 3+3 e l’Iran al centro Onu, seguita da conferenza stampa”). Parole che danno una prima conferma ufficiale che il lungo negoziato con l’Iran, spesso sull’orlo di una fine ben meno lieta, aveva davvero raggiunto la propria conclusione.

A plenaria conclusa, alle 10.54, la Mogherini in persona, che nel corso dell’ultimo paio di settimane ha ampiamente smentito chi nutrisse dubbi nelle sue capacità diplomatiche, ha dato conferma che l’accordo con l’Iran, o IranDeal nel “lingo” di Twitter, era stato siglato. Dopo dodici anni di crisi nucleare, tra cui gli otto di presidenza di Mahmoud Ahmadinejad all’insegna di un divario sempre crescente tra le parti, la vertenza aveva finalmente una conclusione positiva.

Per capire le radici del processo straordinario iniziato meno di due anni fa, all’Assemblea Generale dell’Onu e conclusosi in una maniera che, per parafrasare l’ex ministro degli esteri svedese Carl Bildt, rende quasi elementare il lavoro del Comitato Nobel per la Pace per l’assegnazione del Premio a John Kerry e Javad Zarif, occorre tornare al giugno 2013, quando Hassan Rohani, chierico moderato ma ben inserito nella nomenklatura della Repubblica islamica, conduce una campagna elettorale presidenziale con una promessa-cardine: quella di risolvere una volta per tutte una questione nucleare che aveva causato il forte isolamento finanziario del Paese mediorientale, l’embargo sull’acquisto di greggio iraniano da parte dell’Ue, difficoltà nell’importazione di medicinali e materie prime per l’industria e persino l’impossibilità, per la compagnia di bandiera Iran Air, di rifornirsi di carburante in molti aeroporti europei.
Rohani poteva mettere sul tavolo il suo caparbio negoziato tra il 2003 e 2005, quando riuscì a evitare l’imposizione di sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza Onu.

Un elettorato esausto ripose le proprie speranze in Rohani, che vinse inaspettamente le elezioni al primo turno, dopo aver condotto una serie di tosti dibattiti televisivi con il caponegoziatore nucleare uscente, Said Jalili, pur’egli candidato alla successione ad Ahmadinejad.

LA PESANTE EREDITA’ DI AHMADINEJAD

Sin dal suo insediamento nell’agosto 2013, Rohani ha potuto gestire un’eredità importante lasciatagli dal suo controverso predecessore. Mentre l’Iran, all’inizio della presidenza Ahmadinejad, contava su un programma nucleare allo stato primordiale, la fine del primo mandato dell’ex sindaco di Teheran nel 2009 era contraddistinto dal raggiungimento del ciclo nucleare completo e, soprattutto, dalla posa in opera di migliaia di centrifughe che raggiunsero il livello d’arricchimento rasente il venti per cento.

Rohani quindi poteva agire in maniera assai diversa dai suoi predecessori. Anziché negoziare in base a future proiezioni sullo stato del programma nucleare, il neo-presidente poteva utilizzare percentuali di arricchimento come pedine per giungere all’obiettivo finale di Teheran, un ciclo atomico domestico riconosciuto dalla comunità internazionale.

L’avvio della presidenza Rohani coincide con la prima fase di un nuovo tentativo da parte dell’amministrazione Obama per riallacciare un dialogo con la leadership della Repubblica islamica. Come ribadito pure dopo la conclusione del lungo round negoziale di Vienna, la Casa Bianca ha progressivamente abbandonato tutte le opzioni fuorché il negoziato nel tentativo di bloccare una potenziale corsa verso gli armamenti atomici da parte di Teheran.

GLI INCONTRI SEGRETI IN OMAN

Dopo vari tentativi andati a vuoto, emissari di Washington e Teheran danno inizio a un dialogo segreto e preliminare in Oman durante la primavera del 2013, diversi mesi prima che fosse noto il successore ad Ahmadinejad. Dopo aver assemblato buona parte della squadra che aveva a disposizione un decennio prima, Rohani prende in consegna il negoziato con Washington, con una condizione: quella di porla finalmente sotto i riflettori dell’opinione pubblica.

È così che, alla fine del settembre 2013, il neo-ministro degli esteri Javad Zarif, che ha trascorso la maggior parte della propria vita all’Onu, soprattutto al Palazzo di Vetro di New York, ha un primo incontro con il suo omologo americano John Kerry ai margini ai lavori dell’Assemblea Generale, e Hassan Rohani dà vita al breve e storico colloquio telefonico con Obama, poco prima di tornare a Teheran.

Il ghiaccio rotto nei primi cento giorni della presidenza Rohani dà vita a un’iniziativa politico-diplomatica dai contorni ben definiti. Anziché tentare di risolvere tutti i punti del contenzioso, dall’avversione dell’Iran per Israele alle contrapposizioni sulla Siria, passando per la profonda crisi tra l’Iran e uno degli alleati principali di Washington in Medio Oriente, l’Arabia Saudita, Zarif e Kerry compiono il masterstroke: creare l’equivalente diplomatico di un “compartimento stagno” dove contenere la questione nucleare.

IL FEELING PERSONALE TRA KERRY E ZARIF

Il ruolo del resto dei Paesi 5+1 si è così progressivamente ridotto a quello di gregari che avevano già portato i rispettivi velocisti allo sprint finale. La presenza obbligatoria delle varie Lady PESC, Catherine Ashton prima e Federica Mogherini poi, in mezzo a Zarif e Kerry, per dare agli incontri tra i due una natura “trilaterale” che li ponesse al riparo dai rispettivi avversari politici interni, si è presto trasformata in una serie apparentemente interminabile – e tuttora ai limiti dell’incredibile – di incontri diretti conditi da ripetute strette di mano e attestati di stima da parte dei rappresentanti di due diplomazie che sino a pochi mesi prima lanciavano smentite quasi quotidiane su incontri con l’altra parte.

Il feeling tra Zarif e Kerry era anche aiutato da un allineamento dei pianeti più unico che raro. Oltre alle lunghe permanenze a New York del ministro di Teheran, ad aiutare lo spinta diplomatica sono state, con tutta probabilità, i legami familiari di Kerry, la cui figlia è sposata con un affermato medico iraniano. Si spiega forse anche così la sensibilità del segretario di stato statunitense verso il dossier iraniano, Ancora senatore, al Forum Economico di Davos del 2007, si sedette accanto all’ex presidente Mohammad Khatami durante una sessione moderata da David Ignatius, a cui partecipava anche il futuro presidente turco Abdullah Gul.

Verso la fine del 2013, era ormai chiaro che le due parti potevano raggiungere un accordo duraturo. Il processo, che è spaziato dagli accordi preliminari di Ginevra del novembre 2013 alla bozza di Losanna di aprile e si è concluso a Vienna ieri, si è protratto a causa della necessità di tener fermi i paletti imposti dalla Guida Suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei.

Il documento che pone fine al contenzioso durato dodici anni è, prevedibilmente, lungo ben 159 pagine. Pur mantenendo un ciclo atomico completo, l’Iran arricchirà uranio entro la soglia del 3.67 per cento, assai lontana dal novanta per cento e oltre, necessaria per finalità militari. Il combustibile nucleare “consumato”, da cui in teoria è possibile estrarre materiale fissile, sarà processato all’estero. Le diverse generazioni di centrifughe assemblate dall’Iran nel corso degli anni non saranno smantellate ma il loro utilizzo sarà severamente limitato. Un meccanismo complesso di verifiche, affidato come al solito all’Aiea di Vienna, controllerà l’adesione dell’Iran al nuovo regime, pena la re-imposizione di sanzioni entro 65 giorni.

AIRBUS E BOEING, PISTACCHI E CAVIALE

I vantaggi di tale configurazione sono notevoli per l’Iran. Per la prima volta in 35 anni, l’Iran potrà acquistare aerei di linea di nuovi di zecca, mettendo così a riposo i vetusti Boeing e Airbus acquistati di seconda mano e spesso in condizioni fatiscenti. Oltre al ritorno ai circuiti bancari internazionali e alla Swift, l’Iran potrà vendere il proprio greggio all’Europa e tornare nel mercato americano, inizialmente tramite la vendita di caviale e pistacchi. L’Iran potrà anche eventualmente ambire a veder superato il veto per l’entrata nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (Wto), a cui ha tentato di farne parte fin dai primi anni Novanta.

Rimane da vedere se gli accordi di Vienna saranno l’apripista per una maggiore collaborazione tra Iran e Stati Uniti e se “l’opzione cubana”, vale a dire la normalizzazione piena dei rapporti e rimozione dell’Iran dal novero degli stati sponsor di terrorismo, sarà messo in moto pure per Teheran. Nel suo discorso in seguito all’annuncio dell’accordo, Obama è stato chiaro su quello che ritiene essere l’elemento centrale dell’accordo: la “verifica” dell’adesione della Repubblica islamica ai suoi dettami, anziché la “fiducia” sulle decisioni della dirigenza iraniana.

I mesi a venire indicheranno se il principio del compartimento stagno, che ha retto con successo durante il negoziato nucleare, potrà esser applicato percettive vertenze come l’Iraq, la Siria o lo Yemen. I festeggiamenti di strada di Teheran e il commento di molti tra i moderati interni alla Repubblica islamica lasciano preasigire una volontà, seppure al momento timida a causa dell’anti-americanismo tuttora espresso dalla Guida Suprema Khamenei, di porre fine al grande contenzioso con Washington.

*Assistant Professor in Storia dell’Iran presso l’Università di Manchester

UN’ANALISI DI GUIDO MOLTEDO SULLA POLITICA DI OBAMA NEI CONFRONTI DI IRAN E CUBA

2 risposte a “Washington e Teheran, la caduta del Muro

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