Atene, Stalingrado dell’unione monetaria? Peggio

FRANCESCO MOROSINI
Atene, anche a causa delle potenziali debolezze del piano di salvataggio imposto dall’Eurosummit a Tsipras, potrebbe divenire la Stalingrado dell’Unione monetaria europea (UME)? No; i problemi sono altri e peggiori: al massimo Atene ne fa da cartina di tornasole. Inoltre, almeno nell’immediato, l’accordo di Bruxelles del 12 luglio ha evitato il meltdown (fusione del nocciolo) dell’Eurosistema. Il punto è, piuttosto, che il “caso ellenico” ha scosso l’UME.

La ragione di ciò è che, ben al di là dei possibili sussulti determinati dai delicati passaggi (rigidità politiche; haircut e/o riscadenzamento del debito greco) che tuttora attendono il percorso del “salvataggio” di Atene, il vero dramma è che la crisi ha mostrato come l’UME sia un “Re nudo”. Perché, da un lato, l’affaire greco ha evidenziato le spinte auto-dissolutrici che la percorrono; mentre, dall’altro, ha esplicitato come sia l’euroexit unilaterale di un suo membro sia lo scioglimento concordato dell’UME medesima, hanno entrambi contro di sé il rischio di uno tsunami finanziario globale.

Facile da prevedere, del resto, immaginando come, dinnanzi a pre-annunci politici sulla “fine dell’euro”, cioè a mesi di campagne elettorali e dibattiti parlamentari, i mercati potrebbero reagire. Questi ultimi, infatti, al massimo si possono condizionare giocando d’anticipo (ad esempio, svalutazioni annunciate nei weekend, a mercati chiusi); cosa che, viceversa, è impossibile fare dinnanzi alla democratizzazione, inevitabile essendone in discussione la legittimità, della “questione euro”. Per dirla tutta, l’Euroarea è minacciata sia da paralisi sia da implosione.

Come uscire dall’impasse? Forzando verso gli Stati uniti d’Europa? Operazione questa, oltreché complessa dal punto di vista giuridico, destinata ad arenarsi per debolezza politica. Merita allora chiedersi se, capovolgendo lo schema, per salvare l’euro ci volesse meno europeismo (ideale)?

In altri termini, fare meno ideologia e muoversi pragmaticamente. A partire dalla questione più immediata: tagliare il nodo di Gordio che, destabilizzando l’Euroarea, lega assieme il possibile rischio di default di uno Stato membro al rischio di collasso, avendo in bilancio debito dello Stato in questione, del suo sistema bancario. Questa è la priorità; oggi vale per Atene; domani al sorgere di nuove crisi di debito sovrano e bancarie. Viceversa, voler accelerare verso la Federazione europea è correre verso l’eutanasia dell’Eurozona. Perché vorrebbe dire prima mettere mano ai trattati; poi affrontare referendum elettorali: e, a parte i tempi biblici che necessiterebbero, gli esiti referendari potrebbero essere scioccanti. In più, il percorso potrebbe essere frenato da “barriere giuridiche” pesanti, a partire dalla giurisprudenza della Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe per la quale è errato concepire l’Unione come una singola unità politica essendo viceversa una somma di Stati; e altra simile giurisprudenza di altre Corti costituzionali potrebbe aggiungersi.

In sintesi: in questa fase politica la via agli Stati uniti d’Europa pare preclusa; e insistervi potrebbe delegittimare l’euro. E analoghe osservazioni valgono per la cosiddetta Unione fiscale federale col mito accessorio e illusorio della forza salvifica degli eurobond.

Meglio accontentarsi, come si diceva, di lavorare a ipotesi di default sovrano senza euroexit e a una versione degli eurobond aliena dal “tutti bravi ma con i soldi degli altri”; cioè pensando ai cittadini degli Stati forti dell’Eurozona come ai contribuenti d’ultima istanza per le spese altrui. L’esperienza del referendum Tsipras/Varoufakis ha dimostrato che la cosa è impossibile. Pertanto, prima di riprendere questi ultimi temi (default ed eurobond), vale la pena affrontare il macigno che blocca il “federalismo all’europea”.

È che l’Unione monetaria (però sempre ricordando che l’uscita equivarrebbe a un taglio di salari e pensioni reali) è sorta come una sfida al “classico” principio di Realpolitik che, da sempre, vede nella creazione di una nuova moneta il suggello di un potere emergente. Viceversa, Maastricht ha preteso che fosse la valuta a fare l’Europa “reale”. Mitterrand, uno dei padri dell’euro, nel 1992, in occasione della firma del Trattato di Maastricht, disse su di esso: “È un transfert di sovranità, uno dei più importanti di quelli considerati finora”.

Vero; ma è di qui che nasce la tensione tra la costruzione costituzionale dell’Europa e il consenso democratico espressivo della “vecchia” sovranità degli Stati. Poi lo tsunami economico, partito oltreatlantico ma incistatasi nel Vecchio continente, ha mostrato la difficoltà a tenere in equilibrio il livello decisionale monetario, che è comunitario, e quello fiscale, legato tuttora alle democrazie nazionali. A questo punto, dato che il macigno di cui si è detto è difficilmente eludibile, le strade aperte paiono essere due.

La prima, propria ai “falchi del Nord”, consiste nel considerare l’Eurozona reversibile; perciò chi non sta alle regole esce. Pare l’idea del ministro delle finanze tedesco Schäuble per Atene: uscita temporanea dall’Eurozona; default del debito (da notare che per Berlino non sarebbe gratis); e poi, con l’acqua alla gola, super/terapia d’urto di mercato (per evitare ciò Tsipras ha firmato); infine, se del caso, di nuovo nell’Eurocasa. Infatti, i “falchi del Nord” sono convinti che a pagar pegno è chi esce dall’euro; non gli altri: potrebbero aver ragione.

La seconda strada, conseguentemente più a difesa dell’euro che di un europeismo impossibile, ha come primo obiettivo, si è detto, evitare che un default sovrano ricada su banche e sistema dei pagamenti; altrimenti, per sostenerli, uno Stato (oggi Grecia; domani chissà) dovrà, magari alla disperata, abbandonare l’area monetaria in cui è e darsi, per quanto svalutata, una nuova moneta. Infine, ci sarebbero gli eurobond, purtroppo immaginati come pietra filosofale.

È un’illusione visto che neppure nel federalismo “vero” (gli USA) si mutualizza il debito dei singoli Stati; e neppure accade che esso sia monetizzato dalla FED. Nessun bengodi, quindi, come dimostrano, sempre negli States, le leggi di bilancio locali (il fiscal compact per la spesa correte d’oltreatlantico). Ciò posto, per limitati obiettivi comuni, il loro utilizzo potrebbe già da oggi essere accettato ripensando così le possibilità del bilancio comunitario. Insomma, l’Euroarea necessità di aggiustamenti. Ma sono possibili solo se si adotta un approccio di “ingegneria istituzionale” dal basso profilo; diversamente, evitare i marosi dell’antieuropeismo sarà difficile.

“Che cos’è” l’Europa? Nessuno lo sa dire bene. Per questo, meglio accontentarsi dell’euro.

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