“La Fenice vola alto, nonostante i tempi duri”. Parla Cristiano Chiarot

CLAUDIO MADRICARDO
Solo pochi giorni fa, a Giuseppina Manin del Corriere della Sera che lo intervistava, Mario Messinis, decano della critica musicale in Italia, direttore artistico e in anni non lontani Sovrintendente del Teatro La Fenice, dichiarava che “nei teatri ormai si parla solo di produttività e questo si traduce in mancanza di progetto di autentico valore. E così si è arrivati a disperdere un patrimonio prezioso come quello del nostro Novecento storico”. Un’analisi al contempo impietosa e allarmata fatta a commento di un’inchiesta pubblicata sull’ultimo numero di Classic Voice sugli enti lirici del nostro paese, accusati di mancanza di coraggio e di riproporre sempre nei propri cartelloni titoli tradizionali.

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Della situazione degli enti lirici nostrani e del Teatro La Fenice abbiamo voluto parlare con il Sovrintendente Cristiano Chiarot nel suo piccolo ufficio al secondo piano dello stabile in Campo San Fantin che ancora conserva la facciata originale del Selva, mentre tutto all’interno è stato ricostruito dopo il terribile incendio del ’96. Una laurea in filosofia, un esordio come giornalista, un incontenibile amore per l’India, e una vita passata in teatro. Dove è entrato tanti anni fa per occuparsi di comunicazione, vivendo tutte le vicende liete e anche drammatiche che lo hanno riguardato. Fino a giungere a ricoprire il ruolo più importante con la nomina a Sovrintendente.

Cristiano, tu sei a capo del Teatro La Fenice da alcuni anni e vanti una gestione che generalmente viene considerata virtuosa. Da fine maggio ricopri anche la carica di presidente dell’Anfols, l’associazione che raccoglie le fondazioni lirico-sinfoniche italiane. Quali sono le problematiche del settore, e quali i problemi del Teatro La Fenice di cui sei Sovrintendente?
In realtà i problemi degli enti lirici sono gli stessi problemi delle aziende che in questo momento in Italia cercano di trovare nuove strade produttive e imprenditoriali e che non possono non avere a che fare col mondo del pubblico. Ministeri, regioni e comuni. Principalmente in questo momento il problema è di far capire che questo comparto cui aderiscono otto fondazioni che hanno dichiarato lo stato di crisi più altre quattro che non l’hanno fatto, sta compiendo uno sforzo immane per riprendere in mano una situazione che aveva portato quasi al baratro. E questo sforzo viene condotto attraverso una forte riprogrammazione delle stagioni lirico sinfoniche e di balletto, un dialogo diverso con i sindacati e una grande ricerca di nuovo pubblico anche grazie alla comunicazione e al marketing per poter essere quello che tutti si aspettano dalle Fondazioni liriche nel nostro paese. L’altro problema è che noi facciamo budget annuali e piani triennali ma quasi fino a fine anno non sappiamo mai con sicurezza quale sarà il contributo pubblico.

Questo tipo di spettacolo deve trovare tutte le forme di finanziamento, dalla biglietteria e dal privato. Ma in questo momento di crisi il finanziamento pubblico rimane per noi il principale sostegno. E’ chiaro che noi cerchiamo di recuperare sempre di più l’autofinanziamento ma questa nostra forma di spettacolo non è stata pensata all’interno di un piano economico, ma è nata come un’utopia e per tutto il suo sviluppo ha continuato a essere un’utopia. Aumentavano gli organici, l’uso degli strumenti, raddoppiavano le voci, i cori. Non è come il musical americano o londinese, o il teatro di prosa che sono nati sulla base di precisi modelli economici.

Come dice il professor Brunetti noi siamo la dimostrazione del fallimento del mercato. In nessuna parte del mondo il teatro lirico si autofinanzia con la biglietteria. Questi sono i problemi, avere la sicurezza. Se i finanziamenti ministeriali sono sicuri, l’incertezza di quelli regionali e comunali crea problemi di liquidità che ci costringe a ricorrere al prestito bancario. Alla fine, tutto ciò impedisce di programmare con molto anticipo. C’è inoltre la questione del rinnovo del contratto del comparto, e su questo con il vice presidente stiamo facendo pressioni sul ministero affinché la situazione si sblocchi.

Cristiano Chiarot (foto di Michela Crosera)

Cristiano Chiarot (foto di Michela Crosera)

L’ultimo numero di Classic Voice accusa i teatri lirici di avere poco coraggio e di scegliere “l’usato sicuro”. Anche se, a onor del vero, alla Fenice riconosce di essere stato il teatro che più ha voluto rischiare mettendo in cartellone ben undici titoli tra novità e riscoperte.
Ieri ho fatto un comunicato in cui mi chiedevo perché per le fondazioni liriche gli esami non finiscano mai. Siamo sottoposti a esami continui sulle cose più varie. Si dovrebbero prendere in considerazione tutte le variabili e pure lo sforzo in cui tutti siamo impegnati teso ad aumentare il pubblico. E ciò accade. Per avere maggiori incassi, il che accade. Sono cose positive aumentare il pubblico e gli incassi o no? Preferirei che la domanda fosse se gli enti lirici riescono a ridare quello che ricevono in termini di cultura e di programmazione.

È vero che in passato si faceva di più. Io sono in questo settore da quasi quarant’anni e sono nato con l’idea che prima o poi lo stato avrebbe ripianato i debiti. Non è più così. Ora si pretende che le fondazioni liriche siano in grado di essere economicamente autonome e nel contempo diffondano la cultura musicale a un pubblico sempre più vasto.

Nel marzo scorso un articolo dell’Economist spiegava il successo della tua gestione alla Fenice accusandoti di voler perseguire un progetto di disneyland musicale. Un articolo del Corriere della Sera giorni fa parlava di “arenizzazione” delle fondazioni liriche. Non è che dalla stampa siate trattati con i guanti di velluto.
Io credo che l’Economist avrebbe fatto bene a rivolgere questa critica ai teatri inglesi. Avrebbe dovuto parlare in questi termini del Covent Garden, de l’Opera Nationale di Parigi, della Scala. Che fanno giusto quello che facciamo noi. Abbiamo rotto con un modello vecchio di gestione dei teatri, abbiamo voluto sperimentare e abbiamo avuto successo. L’Economist ha detto il falso e avrebbe invece dovuto analizzare in maniera più corretta il nostro operato. Non ci sono teatri che fanno sedici allestimenti diversi all’anno o otto nuove produzioni. Non vedo che nei teatri inglesi si metta in scena opere di Cavalli, di Caldara etc. In barba a quello che dice l’Economist continueremo a fare le 33 recite di Traviata, perché grazie a questo riusciamo a garantire la ricerca musicale e le novità.

La Traviata in scena alla Fenice lo scorso febbraio (foto di Michele Crosera)

La Traviata in scena alla Fenice lo scorso febbraio (foto di Michele Crosera)

Ogni anno nella stagione sinfonica programmiamo quattro nuove commissioni musicali promosse da noi, durante il festival facciamo una maratona con quaranta prime assolute e quest’anno abbiamo raccolto attorno alla Fenice numerosi compositori da tutto il mondo. Facciamo opere per bambini. Molti teatri stanno guardando a noi e stanno seguendo la nostra strada. Ti faccio io una domanda. Cosa dovremmo offrire ai nostri turisti se non i capolavori del repertorio musicale italiano? Sono persone che si fermano in città due tre giorni e prenotano il teatro ogni sera per vedere tre opere. Come faremo a settembre quando programmeremo Traviata, Tosca e L’occasione fa il ladro di Rossini. Noi abbiamo il teatro pieno con mesi di anticipo. Vogliamo essere non solo un centro di produzione culturale ma anche restituire alla città quello che economicamente ci viene dato.

Non credi che la trasformazione in Fondazioni degli enti lirici con la conseguente entrata del privato nei consigli di amministrazione abbia in qualche modo impoverito l’offerta culturale?
Assolutamente no, non è accaduto questo. Purtroppo i privati non sono entrati nel numero auspicabile. Da noi manca la cultura del mecenatismo, che è propria di altri paesi dove il settore pubblico si è ritirato da tanti settori, non solo dall’opera lirica. E dove il mecenatismo è motivo di orgoglio. Siamo in un mondo in cui competiamo con Pechino, con Los Angeles, con Parigi, con San Francisco. C’è una forte competizione per prendersi gli artisti. E le regole di mercato sono diverse. Se penso che in Germania i teatri hanno dal pubblico dall’80 all’85 per cento dei finanziamenti, è chiaro che lì hanno delle sicurezze che noi non abbiamo. Presto darò i risultati di una ricerca che ci dice che la nostra produttività è di gran lunga più alta considerando tutte le variabili. Considerando che noi abbiamo meno finanziamenti rispetto ai tedeschi e ai francesi, ma produciamo di più. Direi che tutto il nostro comparto sta avendo una vita che forse non ha mai avuto prima, attenta alla parte musicale, a quella produttiva e a quella economica.

Come vedi il futuro della Fenice? Continuerà ad avere una propria orchestra o pensi siano ipotizzabili altri modelli di organizzazione?
Se vogliamo mantenere le nostre posizioni e non essere invasi da orchestrali stranieri dobbiamo pensare alla stabilità. Alla Fenice abbiamo un’orchestra di circa 98 elementi e un coro di 72. Dal 2010 abbiamo aumentato di un quaranta per cento le produzioni liriche, abbiamo cioè dato significato alle masse stabili. Abbiamo raddoppiato le entrate della biglietteria, e senza aumentare i costi. Utilizzando quanto permesso dal contratto, abbiamo impegnato di più l’orchestra e il coro. Ma e’ il progetto culturale che sta sotto che consente di raggiungere il massimo della capacità produttiva. Con il nuovo contratto che è stato siglato abbiamo ottenuto maggiore elasticità, in modo che le masse stabili possano essere impegnate ancor più sul palcoscenico. Per lavorare a far si che il teatro sia sempre aperto e possa svolgere ampiamente la sua funzione sociale.

 Progetto per la ricostruzione del Teatro La Fenice, Venezia 1997, presentato da Aldo Rossi


Progetto per la ricostruzione del Teatro La Fenice, Venezia 1997, presentato da Aldo Rossi

Tu hai vissuto l’incendio del ’96 e poi tutta la fase della ricostruzione. Col senno di poi, sei ancora d’accordo sul rifare il teatro “dov’era e com’era”, o forse preferiresti avere ora un contenitore che ti permettesse di mettere in scena un repertorio più vario?
Guarda io sono felice di avere il teatro che ho a disposizione. Qui siamo in grado di fare tutti i repertori. Il progetto di Gae Aulenti, che era arrivato primo, probabilmente dal punto di vista della produzione ci dava maggiori garanzie. Quello di Aldo Rossi, che poi è stato adottato, aveva avuto un grande punteggio per quanto riguarda la qualità architettonica. Ma per quanto riguarda l’equilibrio tra produzioni costi etc. era superiore il progetto di Gae Aulenti. Quello di Aldo Rossi è un progetto che sconta un po’ la mancanza di spazi e il costo di mantenimento. Questo ci crea qualche problema, perché mantenere questo teatro ha dei costi molto alti. In più in una fase di espansione produttiva sentiamo parecchio la mancanza di spazi. I complessi ospiti spesso si meravigliano degli spazi in cui operiamo e ci chiedono come possiamo fare tre spettacoli con quel palcoscenico. Certo non mi posso nemmeno sognare di avere a disposizione lo spazio che hanno i teatri tedeschi, ma confido che in futuro potremo avere qualcosa in città, il che migliorerebbe ancora la qualità della nostra produzione.

Ti faccio un’ultima domanda. Giorni fa, con l’occasione di un’intervista a ytali. per la sua mostra di foto ad Arles, Graziano Arici ha ricordato il suo rapporto con la Fenice non concluso felicemente per una questione di diritti sull’archivio fotografico.
Ho grande stima della professionalità di Graziano Arici. Egli confonde la proprietà intellettuale con la partecipazione al progetto pubblico. Avrebbe dovuto avere maggiore considerazione e meno egoismo per i propri interessi personali in un momento delicato per il nostro teatro. Questo non è avvenuto e mi dispiace molto. Se uno vuol bene a questa città che gli ha dato tanto, dovrebbe porsi una domanda. Come posso ricambiare il tanto che ho avuto?

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