Grecia, Germania, Europa. Conversando con Habermas

Il giudizio sul recente accordo tra Europa e Grecia del professor Jürgen Habermas, uno dei più importanti filosofi del Ventesimo secolo e uno dei massimi pensatori nella Germania d’oggi in una conversazione con Philip Oltermann del Guardian. Alessandro Pastore ha tradotto per ytali. il testo integrale dell’intervista.

habermas

Qual è il suo giudizio sull’accordo raggiunto lunedì scorso?
L’accordo sul debito greco annunciato lunedì mattina è dannoso sia per il suo risultato sia per il modo in cui è stato raggiunto. In primo luogo, l’esito dei colloqui è stato mal consigliato. Anche se si dovesse pensare che le condizioni da strangolamento siano la direzione giusta, non ci si può aspettare che queste riforme siano portate avanti da un governo che, per sua stessa ammissione non crede nei termini dell’accordo.
In secondo luogo, il risultato non ha senso in termini economici a causa della miscela tossica di necessarie riforme strutturali dello stato e della sua economia con ulteriori imposizioni neoliberiste che scoraggeranno completamente la popolazione greca esausta e taglieranno qualsiasi impulso alla crescita.
In terzo luogo, il risultato significa che un Consiglio europeo senza aiuti si sta dichiarando politicamente fallito: la retrocessione di fatto di uno Stato membro allo status di protettorato contraddice apertamente i principi democratici dell’Unione Europea. Infine, il risultato è vergognoso perché costringere il governo greco ad accettare la creazione di un fondo per le privatizzazioni economicamente discutibile e prevalentemente simbolico, che non può essere capito se non come un atto di punizione contro un governo di sinistra. È difficile vedere come maggiori danni sarebbero potuto essere fatti. Eppure il governo tedesco ci è riuscito, quando il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha minacciato l’uscita della Grecia dall’euro, mostrandosi senza vergogna, come capo della disciplina in Europa. Per la prima volta, ha apertamente affermato la pretesa di un’egemonia tedesca in Europa – questo, in ogni caso, è come le cose sono state percepite nel resto d’Europa, e questa percezione definisce la realtà e conta. Temo che il governo tedesco, compresa la sua componente socialdemocratica, ha indebolito in una notte tutto il capitale politico che una Germania migliore aveva accumulato in mezzo secolo – e per “migliore” voglio dire una Germania caratterizzata da una maggiore sensibilità politica e un mentalità post-nazionale.

Quando il primo ministro greco Alexis Tsipras ha indetto un referendum il mese scorso, molti altri politici europei lo hanno accusato di tradimento. La cancelliera tedesca Angela Merkel, a sua volta, è stata accusata di ricattare la Grecia. Quale parte, secondo lei, deve portare la maggiore colpa per il deterioramento della situazione?
Sono incerto circa le reali intenzioni di Alexis Tsipras, ma dobbiamo riconoscere un semplice fatto: al fine di consentire alla Grecia di rimettersi in piedi, i debiti che il anche il FMI ha ritenuto “altamente insostenibili”, hanno bisogno di essere ristrutturati. Nonostante questo, sia Bruxelles che Berlino hanno fin dall’inizio costantemente rifiutato al primo ministro greco la possibilità di negoziare una ristrutturazione dei debiti della Grecia. Per superare questo muro di resistenza tra i creditori, il primo ministro Tsipras ha infine cercato di rafforzare la sua posizione per mezzo di un referendum – ottenendo un sostegno nazionale maggiore del previsto. Questa rinnovata legittimazione ha costretto l’altro lato o a cercare un compromesso o a sfruttare la situazione di emergenza della Grecia per agire, ancora più di prima, con la disciplina. Sappiamo come è andata finire.

La crisi in corso in Europa, è un problema finanziario, politico o morale?
La crisi attuale può essere spiegata da cause economiche e dal fallimento politico.
La crisi del debito sovrano che è emerso dalla crisi bancaria ha le sue radici nelle condizioni sub-ottimali di un’unione monetaria eterogeneamente composta. Senza una politica economica e finanziaria comune, le economie nazionali degli stati membri pseudo-sovrani continueranno ad allontanarsi in termini di produttività. Nessuna comunità politica può sostenere tale tensione nel lungo periodo. Allo stesso tempo, le istituzioni europee concentrandosi sulla prevenzione di un conflitto aperto, impediscono il nascere delle necessarie iniziative politiche per evolvere da un’unione monetaria ad un’unione politica. Solo i capi di governo riuniti nel Consiglio europeo sono in grado di agire, ma proprio loro sono quelli che non sono in grado di farlo nell’interesse di una comunità europea comune perché pensano principalmente al loro elettorato nazionale. Siamo bloccati in una trappola politica.

Wolfgang Streeck ha in passato messo in guardia sul fatto che l’ideale habermasiano di Europa è la radice della crisi attuale, non il suo rimedio: l’Europa, non salverebbe la democrazia ma l’abolirebbe. Molti a sinistra in Europa, ritengono che gli attuali sviluppi siano una conferma della critica di Streeck al progetto europeo. Qual è la vostra risposta alle loro preoccupazioni?
A parte la sua previsione di una fine imminente del capitalismo, in linea di massima io sono d’accordo con l’analisi di Wolfgang Streeck. Nel corso della crisi, l’esecutivo europeo ha accumulato sempre più autorità. Le decisioni chiave vengono prese dal Consiglio, dalla Commissione e dalla BCE – in altre parole, proprio le istituzioni che sono o non sufficientemente legittimate per prendere tali decisioni o mancano di una qualsiasi base democratica. Streeck e io, siamo concordi nel ritenere che questo svuotamento tecnocratico della democrazia è il risultato di un modello neoliberista di politiche di deregolamentazione del mercato. L’equilibrio tra la politica e il mercato e’ andato fuori sincronia, a spese dello stato sociale. Dove ci differenziamo, è sulle conseguenze da trarre da questa situazione. Io non vedo come un ritorno agli Stati nazionali che devono esser gestiti come grandi aziende in un mercato globale sia in grado di contrastare la tendenza alla de-democratizzazione e la crescente disuguaglianza sociale – qualcosa che tra l’altro si vede anche in Gran Bretagna.
Tali tendenze possono essere contrastate solo, se non del tutto, da un cambiamento di direzione politica, permessa da maggioranze democratiche raggruppate in un “nocciolo duro europeo” più fortemente integrato. L’unione monetaria deve acquisire la capacità di agire a livello sovranazionale. In considerazione del processo politico caotico innescato dalla crisi della Grecia, non possiamo più permetterci di ignorare i limiti del presente metodo che si basa sul compromesso intergovernativo.

Jürgen Habermas è professore emerito di filosofia presso l’Università Johann Wolfgang Goethe di Francoforte. Il suo ultimo libro, “Nella spirale tecnocratica. Un’arringa per la solidarietà europea”, è pubblicato in Italia da Laterza.


Traduzione di Alessandro Pastore

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