I fregi del Partenone: “Quod non fecerunt Gothi…”

MARIO GAZZERI
“Faremo tutto il possibile per evitare che i contribuenti del Regno Unito debbano dare un solo penny alla Grecia”. Così il Cancelliere dello Scacchiere britannico, George Osborne, all’indomani dell’accordo tra l’Ue ed Atene. Una frase che tradisce un approccio quanto meno ingeneroso al dramma della crisi greca e che è stata solo parzialmente modificata in un secondo momento. Sintomo anche di una certa valenza di stampo “imperialista” della politica britannica nei confronti della Grecia, già emersa peraltro alla fine del XVIII secolo quando la questione dei fregi, fatti asportare dal Partenone dal diplomatico scozzese Lord Elgin, cominciò ad avvelenare i rapporti tra Gran Bretagna e Grecia, a quei tempi ancora sotto il giogo dell’impero Ottomano. Dividendo, inoltre, la cultura europea tra convinti fautori e intransigenti critici dell’operazione avviata al termine di una serie di lunghe trattative tra il diplomatico e lo stesso Sultano.

frontone

Nei due campi, in posizione opposta, vennero a trovarsi anche Lord Byron e John Keats, due dei massimi poeti del romanticismo inglese. Keats, come ricorda l’archeologo e studioso dell’antica Grecia Antonio Montesanti, arrivò a comporre un sonetto elegiaco (“On Seeing the Elgin Marbles”) in occasione dell’arrivo in Gran Bretagna dei Marmi che le autorità ottomane avevano consentito agli inglesi di prelevare e che erano stati asportati, senza troppe cautele, dagli uomini al soldo di Thomas Bruce, quarto conte di Elgin. Al contrario, Lord Byron, che andò a combattere per l’indipendenza della Grecia e lì morì per una meningite nel 1824 a Missolungi, osservando l’Acropoli dopo la mutilazione dei fregi, pare abbia esclamato “Quod non fecerunt Gothi, fecerunt Scoti“. Una rielaborazione, forse inconsapevole, della più nota “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini“, con riferimento agli scempi edilizi ordinati a Roma da papa Urbano VIII Barberini nel XVII secolo.

In totale furono asportati “ottantatre metri di fregio interno pari a 56 pannelli, 39 metope, 17 statue ‘frontonali’ e una cariatide dell’Eretteo”, (Antonio Montesanti). Ma al di là di ogni valutazione morale sul disinvolto operato di Lord Elgin, va sottolineato come la razzia, oltre a tradursi in una profonda ferita per lo sbalorditivo equilibrio estetico del Partenone, abbia costituito un vero e proprio furto dell’identità stessa dei greci che dopo pochi decenni avrebbero dato inizio alla gloriosa lotta di liberazione dai Turchi.

Nel corso dei secoli, il tempio sull’Acropoli dedicato ad Atena e fortemente voluto da Pericle, che ne affidò la supervisione a Fidia nel “secolo d’oro” della città, era stato più volte manomesso e parzialmente distrutto. Già trasformato dapprima in chiesa bizantina dedicata alla Vergine Maria e poi in chiesa cattolica romana diventò una moschea all’indomani dell’occupazione ottomana nel 1456. Le ferita più grave le fu inferta però dall’artiglieria veneziana del generale Francesco Morosini durante l’assedio di Atene del 1687. Il tempio, che gli ottomani avevano trasformato in una santabarbara, fu colpito lateralmente e subì danni gravissimi.

“Lord Elgin chiese il permesso alle autorità ottomane di prelevare dall’Acropoli pietre con delle epigrafi, come è ancora scritto nel ‘firmano’ che gli fu dato”, scrive Giorgio Manusakis, giornalista e autore di un breve saggio sulla questione dei Marmi, “tuttavia pensò di poter andare oltre e mandò una squadra di operai che con seghe e scalpelli tagliarono le sculture una per una, lasciandole anche cadere dall’alto e danneggiando ulteriormente il monumento”.

La sala del British Museum dove sono esposti i fregi del Partenone

La sala del British Museum dove sono esposti i fregi del Partenone

Dopo il trasferimento a Londra a bordo di una nave che, una notte, rischiò di affondare, i fregi vennero esposti in un giardino privato, “sotto una misera tettoria”. Successivamente vennero trasferiti al British Museum dove il bianco dei marmi e le figure vennero giudicate “troppo naturali” per il gusto degli inglesi. Nel 1928, scrive il professor Montesanti, “Sir Joseph Duveen si offrì di rendere i marmi ‘più fruibili e interessanti al pubblico’”. Si decise inoltre di “modificare” i fregi e le statue e il curatore della sezione Antichità asiatiche e occidentale del British Museum annotò: “Giorno dopo giorno, gli operai usano spazzole metalliche, direttamente sui bassorilievi figurati e sulle statue”.

Certo è che già nel 1816, Hugh Hammersley, membro della Camera dei Comuni espresse il suo sdegno in Aula deplorando “che il governo britannico non avesse impedito un simile furto”. E su tutta la triste vicenda persiste l’eco dei versi di Byron, “ciechi sono i tuoi occhi che non versano lacrime/ quando guardano, o Grecia amata/ le tue sacre membra razziate/ da profane mani inglesi“.

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