Bibi, Matteo e il “Boycott Israel movement”

La missione in Israele e in Palestina di Matteo Renzi è la prima di un leader occidentale nella regione dopo la firma dell’accordo sul nucleare iraniano a Vienna. Il presidente del consiglio aveva dunque un primo, evidente, obiettivo: rassicurare il governo israeliano, che dell’intesa di Vienna ha detto tutto il male possibile, prima della firma e dopo la firma, rassicurarlo non solo sul merito dell’accordo ma soprattutto sulle sue conseguenze geopolitiche e militari in Medio Oriente.

Sia nell’incontro con Bibi Netanyahu sia nell’applaudito discorso alla Knesset, Renzi ha fatto ricorso a un doppio registro: ha sostenuto convintamente il senso e la portata del Nuclear Deal e al tempo stesso ha speso parole altamente emotive a favore delle ragioni di Israele, fino ad affermare: “La vostra sicurezza è la nostra sicurezza”. Soprattutto, Renzi ha toccato abilmente il tasto più delicato, che oggi sta più a cuore al governo Netanyahu, quello del montante boicottaggio internazionale delle merci israeliane, un movimento non più semplicemente “politico” ma considerato sempre più insidioso per l’interscambio dello stato ebraico con i paesi occidentali.

“Chi pensa di boicottare Israele boicotta se stesso, tradisce se stesso – ha dichiarato Renzi di fonte ai parlamentari israeliani -. L’Italia sara’ sempre contro ogni tipo di boicottaggio, sterile e stupido”.

Due dossier sensibili per Israele, quello iraniano e quello del boicottaggio.

Dialetticamente, Renzi ha saputo districarsi bene, se il successo si misura dagli applausi (ma altrettanti improperi gli arrivano dal campo palestinese e arabo). Ma nella sostanza resta evidente, agli occhi degli israeliani, come su questi due temi l’Italia abbia in realtà poco peso.

Sulla questione del nucleare iraniano, l’Italia non ha avuto parte attiva, non avendo partecipato ai lunghi e complessi negoziati con Teheran. A Federica Mogherini è stato riconosciuto un ruolo, ma nelle sue vesti di “ministro degli esteri” della Ue. Ma adesso l’Italia è in prima fila tra i paesi in cerca d’affari con l’Iran. E, non tanto paradossalmente, Israele (come il mondo sunnita) teme un Iran che diventa una potenza economica, e resa tale dal grande giro di business che si profila, perfino più che un Iran nucleare.

Per quel che riguarda il boicottaggio delle merci israeliane, le prese di posizione dei singoli governi – e dunque di quello italiano – hanno un valore politico assai relativo e privo di conseguenze pratiche (sì, “sterile”), essendo il movimento, per sua natura, prevalentemente “dal basso”, associazioni, università, personalità, aziende. Tra l’altro il grosso del movimento di boicottaggio è attivo in Nord America e in Nord Europa, più che in Italia. In più, va notato che esso riguarda le imprese israeliane che operano nei territori occupati e le attività direttamente connesse al settore militare-industriale. Nei giorni in cui Renzi si è trovato in Israele, spiccava la notizia della rinnovata minaccia di evacuazione forzata degli abitanti del villaggio di Khirbet Susiya, che ha provocato la ferma protesta dei ministri degli esteri dalla Ue. Un movimento tutt’altro che “stupido”, che Israele, innanzitutto, non considera tale.

Eppure, anche considerando il peso ancora leggero dell’Italia nelle partite che contano in Medio Oriente, sembra esserci in Israele un interesse reale nei confronti di Matteo Renzi, sia come personaggio politico sia come leader di una nazione che, in un mondo in rapida trasformazione, sembra poter – e a sentire Renzi, anche volere – assumere un ruolo adeguato alla sua posizione davvero unica nel Mediterraneo, di paese nevralgico tra Medio Oriente, Nord Africa, Balcani e il Nord Europa.

L’attivismo politico e diplomatico di Renzi, che continua a gestire assertivamente in prima persona la politica internazionale italiana, è dunque visto con grande attenzione in Israele. Per giunta egli è considerato da ben prima che diventasse presidente del consiglio, un grande amico d’Israele.

Quando nel febbraio del 2014 s’insediò a palazzo Chigi, il quotidiano Haaretz ricordò che due anni prima Renzi era stato molto netto, a proposito dell’Iran, affermando che rappresentava il maggiore problema nella regione e che l’Europa avrebbe dovuto dare ascolto ai giovani dell’onda verde che protestavano in piazza contro il regime degli ayatollah. Il giornale ricordava anche le riserve di Renzi a proposito del sostegno europeo alla richiesta d’ingresso della Palestina nell’Onu come membro con status di osservatore permanente.

Quelle prese di posizione possono essere considerate di un’altra epoca, perfino remote, ma restano parte della biografia politica di Renzi. Ed è importante per Israele poter contare su interlocutori così, specie nel momento in cui l’Iran acquista un ruolo cruciale nella regione, un fatto che ridisegna gli equilibri regionali e assetti che, per la loro importanza, non sono però solo regionali.

Bibi ora si rende conto di avere sbagliato grossolanamente i suoi calcoli politici sull’Iran. Concentrando ossessivamente la propaganda sul rischio della bomba nucleare, adesso che il pericolo è disinnescato dall’accordo di Vienna, non solo non ha più argomenti, ma si trova abbastanza isolato, e con rapporti anche compromessi con una parte consistente della comunità ebraica statunitense, che ancora non gli perdona l’affronto fatto a Obama, accordandosi con la destra oltranzista repubblicana per bloccare l’Iran Deal, addirittura intervenendo al Congresso per attaccare frontalmente il presidente che la stragrande maggioranza degli ebrei americani aveva contribuito a eleggere con il sostegno e con i voti.

Netanyahu ha dunque bisogno di sponde e di alleati nel panorama nuovo, nel quale l’Iran, anche come potenza economica, avrà un ruolo reale, avrà un grande peso, mentre, nel frattempo, Israele, per responsabilità del suo governo attuale e della politica di nuovi insediamenti, potrebbe trovarsi in una posizione più debole, anche sul piano economico, dovesse il movimento internazionale di boicottaggio crescere ulteriormente. Anche se come effetto concreto contano poco, le parole di Renzi sono d’aiuto, politicamente, e infatti la stampa israeliana a quelle parole dà più rilievo che a tutto il resto del discorso alla Knesset.

(g. m.)

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