Kenya, quando Obama fu accolto come una rockstar

In occasione della visita di tre giorni in Kenya di Barack Obama, pubblichiamo parti del capitolo di “Barack Obama, la rockstar della politica americana“(Guido Moltedo, Marilisa Palumbo, UTET, 2008), dedicato alle sue radici africane e al suo primo viaggio, allora senatore dell’Illinois, nella terra del padre, anch’egli di nome Barack (Benedetto) Hussein.

barack

Migliaia di persone assiepate ai bordi delle piste sterrate. Ragazzi arrampicati sugli alberi per vederlo arrivare da lontano. La luce calda dell’estate africana. Agosto 2006, Barack Obama, l’astro nascente dei democratici americani, torna nel “suo” Kenya. Accolto come una vera star. Nel paese del padre arriva, questa volta, in visita ufficiale, come membro del subcommitee per l’Africa della potente commissione esteri del senato. Quasi una ventina d’anni prima era atterrato a Nairobi, giovane saccopelista alla ricerca delle sue radici. Era il 1988 ed era stato appena accettato alla Law School di Harvard: era entrato nell’età in cui si sente il bisogno di riordinare e ricomporre i frammenti del proprio vissuto, di definire i contorni della propria identità. In Africa, ritrovando i parenti lontani, il giovane Obama aveva pianto a lungo. Aveva ascoltato i racconti della sua immensa famiglia africana. Aveva pregato presso la tomba del nonno e quella del padre, che a stento aveva conosciuto. Adesso, a pochi metri da quel cimitero, mentre chiacchiera con la nonna sull’uscio di casa, ci sono i fotografi e le telecamere dei network americani che rubano le immagini della sua intimità, un lusso ormai per una celebrità quale è ora. Anche il pranzo con l’anziana Sarah – pollo, cavoli e un porridge tradizionale – trova spazio a fatica nella fitta agenda del tour.

Questo, in realtà, è il suo terzo viaggio in Africa. Quattordici anni prima, ne aveva fatto un altro, insieme a Michelle. Desiderava presentare la fidanzata alla nonna paterna prima del matrimonio. Appena tre visite dunque, ma per la gente di Alego è come se il senatore fosse sempre stato lì. È uno di loro. Qui, in questo villaggio sulla sponda orientale del Lago Vittoria, nacque suo padre, e Barack è considerato a pieno titolo un membro della tribù dei Luo. Per i kenioti home e house hanno due accezioni diverse, e se la house, la residenza di Obama, è a Chicago, il Kenya è la sua home, la sua patria.

Nairobi e Alego sono solo una tappa di un lungo tour africano che lo porta dal Sudafrica al Rwanda, dal Congo al Kenya, da Gibuti al Ciad. Niente più sacco a pelo, ora la cravatta e il blazer sono dell’uomo politico affermato. Che, dalla postazione conquistata, spera oggi di attirare l’attenzione dell’America e del mondo sulle piaghe di un continente martoriato. A Pretoria parla di Aids, critica apertamente la carenza di politiche adeguate contro il virus Hiv e la negligenza del presidente Thabo Mbeki. E sfida la reticenza dei governanti sudafricani sottoponendosi pubblicamente, con la moglie Michelle, al test Hiv, in un centro medico ambulante. In Ciad incontra i rifugiati provenienti dal Sudan. In Congo incoraggia i fragili progressi della democrazia. A Kibera, la più grande bidonville di Nairobi, oltre 600mila dimenticati da dio, cammina tra i rifiuti e stringe decine e decine di mani speranzose. «Siete tutti miei fratelli e sorelle», ripete. E quando, in un discorso trasmesso dalla tv nazionale keniota, denuncia l’assenza di una vera libertà di stampa, le degenerazioni del tribalismo, la corruzione che come un cancro uccide il buon governo, il furto portato a sistema di governo, la cleptocrazia, a parlare è, certo, un politico americano, ma anche il Luo che alza la voce contro gli storici avversari Kikuyo, il gruppo etnico dominante cui appartiene il presidente keniota Mwai Kibaki.

“SONO IL SENATORE DELL’ILLINOIS, NON DI ALEGO”

Barack cerca, come può, di contenere le aspettative di questa gente, sa di non poter essere lui, direttamente, adesso, a corrispondere alle loro attese: «Sono il senatore dell’Illinois, non di Alego», mette le mani avanti di fronte alle folle in delirio. Niente da fare: per gli africani la sua carriera americana è un dono insperato. Quando si diffonde anche in Kenya la notizia della sua candidatura nelle primarie presidenziali del Partito Democratico, è un’esplosione di orgoglio e gioia. La sua foto va su tutte le prime pagine, le sue immagini aprono i telegiornali. Per i suoi fratelli africani Obama è già con un piede nella Casa Bianca. «Da africano cresciuto negli Stati Uniti, ha vissuto una vita difficile, e quell’esperienza farà di lui un bravo leader per tutti. E sarebbe positivo per le relazioni Kenya-Usa», commenta un medico di Nairobi. «Se un africano può arrivare alla Casa Bianca – aggiunge un’impiegata – dimostrerà agli africani di ogni luogo che possiamo farcela».

L’Obamamania nel continente africano è contagiosa. I tassisti di Nairobi non fanno che chiedere ai turisti americani che pensano della prospettiva di un presidente keniota. Un’agenzia che organizza safari offre un tour del villaggio da cui partì Obama senior con tanto di «tè delle cinque e fotografia con la nonna di Obama».

L’entusiasmo per il senatore dell’Illinois non si ferma alla terra del padre. Dall’altra parte dell’oceano, nel Pacifico, c’è un’altra comunità che sente “sua” la mirabile ascesa di Barry. Sono gli abitanti delle multietniche isole Hawaii dove il senatore è cresciuto.

[…]
Le Hawaii sono quanto di più diverso si possa immaginare rispetto al Midwest, da dove i Dunham [la famiglia di Ann, la madre di Barack Obama] provenivano. In quel crogiuolo multietnico, dove i nativi delle isole si mescolano con cinesi, filippini, giapponesi e gente di ogni parte del mondo, Ann conobbe, frequentando un corso di russo all’università, il suo futuro marito, Barack Obama [senior]. Alto, la pelle scura, un fascino magnetico, veniva da un lontano villaggio del Kenya. Il padre [il nonno del futuro presidente], Hussein Onyango Obama, era tra i saggi della tribù dei Luo, ma, in epoca di dominazione britannica, lavorava come cuoco per i funzionari del regno. Il figlio Barack trascorreva le giornate pascolando le capre, fino a quando non fu abbastanza grande da iscriversi a una delle poche scuole che il governo coloniale aveva allestito nel paese. Fu lì che un’insegnante, una missionaria, notò la sua intelligenza fuori del comune e fece in modo che potesse trasferirsi in un istituto più prestigioso nella capitale Nairobi. Neanche lì Barack passò inosservato. Fu selezionato tra gli studenti kenioti più promettenti della sua generazione per studiare in America.

In quegli anni, il Kenya aveva da poco ottenuto l’indipendenza da Londra, e gli Stati Uniti erano impegnati nella costruzione di una politica di buone relazioni con i Paesi africani usciti dall’epoca coloniale. In quello spirito, il dipartimento di stato metteva a disposizione degli studenti africani più brillanti borse di studio per perfezionare la loro formazione nei campus statunitensi. Il ventitreenne Barack ebbe in sorte di partire alla volta delle Hawaii dove, nel 1959, divenne il primo studente africano e il primo presidente dell’International Students Association.


ANN E BARACK SPOSI

Sotto un velo di tranquillità sociale, c’era già fermento in America, s’avvertivano i prodromi di quella che sarebbe poi stata un’epoca di forti tensioni razziali, di proteste contro il segregazionismo nel Sud e di lotte per i diritti civili. Ann e Barack, nel 1960, decisero di sposarsi e non fecero troppa fatica a guadagnarsi il consenso dei genitori di lei. Allora, il matrimonio tra una donna bianca e un nero non era storia di tutti i giorni. In metà degli stati era un atto proibito per legge. Un film come Indovina chi viene a cena? sarebbe stato prodotto solo sette anni dopo.

I neosposi dovevano ancora concludere gli studi, e decisero di vivere con Stanley e Madelyn. Quando nacque il piccolo Barry, meno di un anno dopo, Toot, il termine hawaiano per “nonna” che Madelyn si era scelta, trovò lavoro come segretaria in banca per arrotondare le entrate.

Due anni dopo, Barack [senior] si laureò con il massimo dei voti, il migliore della sua classe. Harvard gli offrì una borsa di studio per la specializzazione in legge, ma non bastava per trasferirsi con tutta la famiglia. Barry e la madre restarono alle Hawaii. Le loro vite si separarono per sempre: dopo la laurea, Barack sarebbe tornato in Kenya. E vi avrebbe ritrovato l’altra sua famiglia. Un’altra moglie e altri figli, come uso nella tribù dei Luo, che tollera la poligamia. Barack restò in contatto con Barry, scrivendogli lettere di saggezza e speranza. Un padre assente che rimase tuttavia una figura eroica, mitica, quasi irreale. L’avrebbe rivisto solo un’altra volta, per un mese, all’età di dieci anni.

La mamma e i nonni cercarono di riempire quel vuoto con tutto il loro amore, senza mai deprecare l’uomo che li aveva abbandonati. Obama ricorda nella sua autobiografia di quando – era già grande allora, frequentava la Columbia University a New York – Ann decise di raccontargli cos’era davvero successo quasi vent’anni prima. Di come i suoi nonni americani, dapprima spaventati, avessero poi accettato con gioia le nozze, e di come invece suo nonno Hussein disapprovasse il matrimonio, sconvolto all’idea che il sangue della sua famiglia si mischiasse al sangue dei bianchi. E poi della prima moglie di Barack [senior], da cui era separato, ma senza alcun documento ufficiale a comprovarlo. «Non è stata colpa di tuo padre se se n’è andato, sono stata io a lasciarlo», aveva detto quella sera Ann al figlio.

La verità sul padre, Barack l’avrebbe appresa solo molto più tardi. Intanto, è un bambino che cresce in una famiglia di bianchi – con i nonni che lo presentano ai turisti sulla spiaggia come il pronipote di re Kamehameha, il primo monarca della Hawaii – totalmente inconsapevole della propria identità. […]

IL RITORNO DEL PADRE IN AMERICA

Nell’autunno del 1971 Obama s’iscrive al quinto anno delle elementari. Per i primi mesi, con i suoi vestiti fuori moda e i sandali indonesiani, ed essendo tra i pochissimi studenti di colore dell’istituto, si sente completamente fuori posto. Non ha molti amici e passa la maggior parte del tempo in casa con i nonni. Scorpacciate di Tv e fumetti.
Fino al giorno in cui un telegramma arriva a sconvolgere la sua routine. È del padre, che annuncia il suo arrivo per le feste di Natale. Due settimane prima, Ann sarebbe tornata dall’Indonesia con Maya. Per Barack si profila una stagione di festa come non l’aveva mai vissuta, con suo padre e sua madre insieme. L’agita però, il pensiero, non sa cosa aspettarsi. Ai suoi compagni, a scuola, racconta che Obama senior è un principe, figlio del capo di una tribù, proprio come quelle degli indiani d’America. Dentro di sé, preferisce quell’immagine costruita con la fantasia, mettendo insieme pezzi di racconti e di ricordi dei suoi familiari, all’idea di dover affrontare la realtà. «Il grande giorno finalmente arrivò – scrive in “Dreams of my Father” – … lasciai l’edificio della scuola sentendomi come un condannato a morte. Le mie gambe erano pesanti, e a ogni passo verso l’appartamento dei miei nonni, il battito del mio cuore si faceva più forte». «Lo vidi, una figura alta, scura, con un’andatura un po’ zoppicante. Si abbassò e mi abbraccio, mentre io lasciavo penzolare le braccia ai lati».

Per tutto il mese successivo, Barry trascorre moltissimo tempo con il padre, a riannodare i fili dei ricordi, ma a distanza di anni, dirà, gran parte di quelle conversazioni è andata persa, «forse perché impresse troppo in profondità…impenetrabili come lo schema dei miei geni…».

Un evento però, resta incancellabile nei suoi ricordi di bambino: il giorno in cui il padre, invitato dalla maestra, lo raggiunge in classe per raccontare ai ragazzi della sua terra, l’Africa. Le parole di Obama senior sulle usanze dei Luo, sulle prove di iniziazione richieste ai ragazzi delle tribù, sulla lotta del Kenya per l’indipendenza dalla Gran Bretagna, sull’anelito di libertà che accomuna i popoli dell’Africa agli Stati Uniti d’America, conquistano i bambini, che, commossi, scoppiano in un fragoroso applauso. Da quel momento guarderanno al loro compagno Barry con occhi diversi.

Due settimane dopo Obama senior parte. Barry non l’avrebbe mai più rivisto.

[Obama senior, alle prese con seri problemi d’alcolismo, sarebbe morto in un incidente stradale nel 1982, all’età di 46 anni]

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