“Caro Bolaffi, basta parlare a vanvera di sindrome antitedesca”

DIMITRI DELIOLANES
C‘è una “preoccupante sindrome antitedesca” nell’Unione Europea ha affermato il germanista Angelo Bolaffi su ytali. Gli europei “non sanno decidersi se aver paura del dominio tedesco o temere di essere abbandonati dalla Germania” ha, poi, affermato Bolaffi in un lungo articolo su La Repubblica. Il pericolo, spiega è il “ritorno della deutsche Frage, della questione tedesca”.

Bolaffi attribuisce questa deriva a ignoranza: “Gli europei non conoscono affatto o solo in modo molto superficiale la Germania”. E questo perché la lingua tedesca è poco diffusa perché “presenta grande difficoltà”. Quindi egli ha assunto il compito di spiegarci in dettaglio l’invidiabile efficienza dello stato sociale tedesco, nonché le indiscutibili – e per nulla ignote – virtù di quella società: il senso civico e quello dello stato, la disciplina, la perfetta organizzazione. Ma è evidente che qualsiasi “sindrome antitedesca” attraversi l’Europa, sicuramente non riguarda il modello di società applicato in Germania.

Può darsi che il tedesco sia scarsamente diffuso, ma non si può dire certo che la cultura tedesca sia ignota al resto del mondo. Non c’è autore tedesco di un certo peso che non sia tradotto e i maggiori organi di informazione italiani hanno diligenti corrispondenti a Berlino. Quello del Corriere della Sera è talmente volenteroso che si occupa anche delle “aree d’influenza tedesca”, compresa la Grecia.

IL TEDESCO CHE TUTTI CAPIAMO

In questi lunghi anni di crisi abbiamo imparato anche a capire un po’ di tedesco: per esempio, la parola “riforma” significa tagli alla spesa pubblica e abbattimento dei diritti del lavoro, la parola “equilibrio finanziario” significa stagnazione e deflazione, la parola “fiducia” significa che un certo governo europeo non è gradito a Berlino. È successo nel 2011 con i governi di Silvio Berlusconi e di George Papandreou e ora succede di nuovo con il governo di Alexis Tsipras in Grecia. E sicuramente abbiamo imparato a conoscere a fondo le regole dell’ordo-liberismo, anche se, ci scuserà Bolaffi, preferiamo il sistema keynesiano e siamo anche un po’ stanchi della fobia tedesca verso l’inflazione, quasi un secolo dopo Weimar.

Quanto all’invidiabile amministrazione pubblica tedesca, sicuramente pesa su di noi, europei meridionali, la responsabilità di non averne potuto costruirne una simile. Ma va anche detto che la Germania non è sembrata disposta a esportare il suo modello sociale all’estero. Un buon esempio è quello delle privatizzazioni. Mentre il “grande europeista” (secondo Bolaffi) Wolfgang Schäuble imponeva un estesissimo piano di privatizzazioni in tutta Europa, alcuni settori strategici della Repubblica Federale rimanevano strettamente sotto il controllo pubblico. In questo momento la Grecia è costretta a privatizzare 14 aeroporti locali e il più probabile acquirente è la società pubblica tedesca Fraport.

Il grande germanista non ignora che la pioggia di critiche sul governo tedesco riguarda il suo atteggiamento verso il processo di unificazione europea e in particolare nell’eurozona. Le sue risposte però sono disarmanti: non ci sarebbe una politica di austerità tedesca perché la stessa parola “austerità” non esisterebbe in tedesco; l’errore della Germania sarebbe che si è fatta “paladina dell’equilibrio finanziario ma non potendo o non volendo intervenire nel merito della politica interna dei paesi, di fatto è stata vista come la paladina dei tagli che in realtà poi hanno fatto governi senza portare avanti le riforme”; i tedeschi, inoltre, avrebbero “terrore di un ruolo egemonico” Ma, ammonisce Bolaffi, bisogna prendere atto che non esiste Europa “senza e contro la Germania”, quindi niente “velleitarie alleanze mediterranee in funzione antitedesca”.

QUEL “GRANDE EUROPEISTA” DI SCHÄUBLE

L’ammonizione dell’illustre germanista è importante, perché ci riporta esattamente agli inizi degli anni ’90, quando infuriava il dibattito sulla moneta unica. L’unificazione tedesca era già avvenuta, (con il generoso sostegno dell’Europa) e il nuovo stato unificato aveva dato segni delle sue intenzioni già nelle guerre di secessione jugoslave, intervenendo apertamente in favore della Slovenia e della Croazia. Quando è stato posto sul tavolo il problema della moneta unica, è stata esattamente la forte volontà di tutti gli europei di coinvolgere la Germania nel progetto della moneta unica che ha creato buona parte degli attuali squilibri dell’eurozona. Non mi dilungherò su questo perché sono cose stranote. Bisogna però segnalare a Bolaffi che, durante questa lunga e logorante crisi, che ancora ci attanaglia, le storture di Maastricht si sono ulteriormente aggravate grazie a specifiche scelte del governo tedesco e in particolare del “grande europeista” Schäuble.

Mi limito a quella più eclatante. È quella che riguarda il ruolo centrale che si trova a occupare l’eurogruppo, il regno assoluto del ministro tedesco. Malgrado l’eurogruppo sia solo un organo informale dell’UE, non previsto da alcun trattato, funzionante senza regolamento, senza un numero certo di componenti e senza verbali, il governo tedesco lo ha innalzato a snodo centrale di qualsiasi decisione dell’eurozona. In sostanza, si è ormai imposto che ogni deliberazione del Consiglio Europeo o dei 19 capi di stato e di governo si deve basare sulle relazioni dell’eurogruppo, cioè di Schäuble stesso.

Come Bolaffi ricorderà, nell’ultima riunione dell’eurogruppo, quella durata due giorni, (12 e 13 luglio) c’è stata per la prima volta la violazione del tabù dell’irreversibilità dall’adesione nell’eurozona, per iniziativa del “grande europeista”. Quello stesso ministro delle Finanze che fin dall’inizio dei negoziati con il nuovo governo greco, emerso dalle elezioni del gennaio 2015, rafforzato dal referendum di inizi luglio e sostenuto dall’intero arco costituzionale greco, non ha mai voluto riconoscere la sua legittimità, insistendo fino alla fine affinché il nuovo governo adempisse gli impegni di quello precedente. Un netto rovesciamento rispetto alla mia maestra dell’UE, di trovare una mediazione tra le esigenze dei creditori e quelle del debitore, mediazione resa ancora più urgente dalle responsabilità dei creditori nel aver provocato con la politica da loro imposta, una recessione spaventosa (-26% del PIL) e un debito insostenibile (177% del PIL).

In sostanza, Schäuble da tempo tenta di rendere inutili o per lo meno inefficaci le elezioni nei paesi indebitati, in modo da trasformare la sua politica economica in “regola” dell’eurozona. E dove non ci riesce, allora teorizza l’espulsione dei reietti, convinto che un’eurozona composta da soli paesi “virtuosi”, cioè dalla Germania e dalla sua area d’influenza, sarà più forte e più efficiente.

GERMANIA EUROPEA O EUROPA TEDESCA

Bolaffi riconosce la mancanza di elasticità della politica tedesca e una certa sua preferenza verso le regole. Ma qui siamo nella piena vanificazione di ogni regola fondativa della stessa Unione Europea: del principio democratico, della pari dignità tra paesi membri, della solidarietà. Sono apertamente violate anche regole minori, come la persistente violazione da parte di Berlino dell’avanzo commerciale, questione che nessun paese osa sollevare.

Ecco quindi quello che Bolaffi ha difficoltà a riconoscere. Anche se ha eccellente conoscenza del tedesco, non tiene conto delle critiche che piovono verso la cancelliera e il suo potentissimo ministro non solo in Europa ma nella stessa Germania. Critiche tutte incentrate attorno all’interrogativo cruciale di Thomas Mann: Germania europea o Europa tedesca?

La risposta che abbiamo ora davanti ai nostri occhi va decisamente nella direzione di un’Europa tedesca. Il caso greco ha un senso proprio perché è estremo quindi rende i contorni della questione molto più netti: estreme sono state le misure economiche liberiste, estrema la reazione greca ed estrema anche la riproposizione tedesca, che ha voluto, con rigoroso spirito protestante, punire e umiliare la “provincia ribelle”. Se Tsipras è riuscito a dimostrare la sua piena adesione all’ideale europeo non è solo perché, durante una notte di trattative durate 17 ore, ha respinto il “grexit”, ma anche perché ha costretto Schäuble a gettare la maschera e a mostrare a tutti gli europei quali sono i suoi veri piani per l’Europa.

Ogni paese ha la sua storia, le sue responsabilità e i suoi fantasmi che lo perseguitano. La storia recente della Germania è pesante e i tedeschi sembra ne tengano conto più del germanista italiano. Come ne tengono conto anche gli altri paesi europei. Nessun “fraintendimento” quindi ma una seria divergenza strategica sul ruolo della Germania in Europa.

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