Il ballo dell’orso cinese al guinzaglio del PCC

FRANCESCO MOROSINI
La settimana finanziaria è partita male in Oriente. Cede, infatti, il mercato finanziario della Cina; e questo si riflette in Asia (Tokyo scivola in territorio negativo); poi, le brutte notizie arrivano a New York (Wall Street va in rosso) e, naturalmente, in Europa; compresa la nostra Piazza Affari. Insomma l’orso cinese – nelle borse è l’animale simbolo delle cadute dei titoli – ha colpito duro.

Tocca ora ad analisti e operatori vedere come fronteggiare eventuali perdite; ma pure farci dei guadagni: perché logica di mercato vuole che, vinca l’orso o il toro (simbolo zoologico speculare al primo), c’è sempre chi vince e chi perde. Nondimeno, se si osserva la finanza politicamente, la domanda è: come incidono questi scossoni di mercato rispetto al progetto di Pechino di creare attraverso la borsa un ceto medio più ricco e, per ciò stesso, leale al Partito comunista (PCC) e al suo esperimento di “capitalismo rosso”.

Quesito peraltro destinato a permanere anche se, come insegna la stessa esperienza di pochi giorni orsono, lo Stato decidesse di ricorrere a strumenti eterodossi (almeno rispetto al metro occidentale) per bloccare la caduta dei mercati. Anzi; questo mostrerebbe ancora di più l’importanza dell’esperimento lì in corso. D’altronde, qui si gioca una decisiva partita del consenso ed il cui motto è: arricchitevi pure col pluralismo del mercato; ma quanto a quello politico, c’è il PCC e basta.

Pensare che la partita in questione si decida a giorni, solo al ritmo sincopato delle borse, sarebbe un errore; difatti, è un affaire sociopolitico di lungo corso. Guai, allora, limitarsi a leggere con esclusiva logica economica i mercati; perché sarebbe come guardare il dito invece della luna che indica. Piuttosto, in questa prospettiva, i loro andamenti vanno letti come metafore della possibilità, e della fragilità, di tenuta di quella sorta di “capitalismo ordinato” (o “capitalismo socialista”) che è al cuore dell’esperimento cinese almeno dal tempo di Deng.

Si tratta un po’ di un Marx risvegliatosi in Oriente con l’ambizione di dimostrare che la democrazia abbia una sua prima dimensione nell’economia (in fondo, nelle cosiddette “democrazie popolari”, al di là degli esiti infelici, democrazia e pianificazione tendevano a sovrapporsi) piuttosto che nel suffragio universale. Lecito il dubbio, naturalmente, che la tesi regga la sfida. Anche perché, come insegnava il sociologo Luhmann, proprio nelle nostre moderne società complesse la duplicazione delle opzioni possibili (programmi politici in alternativa) consentite dalla democrazia elettiva occidentale consentono una flessibilità gestionale altrimenti preclusa, e questo per l’Occidente potrebbe essere un elemento di forza.

Ma nessuno può esserne sicuro; per questo la sfida tra i due modelli di capitalismo (nel mezzo c’è il fallimento del modello sovietico) è decisiva per il futuro. Certo, anche in Occidente si favorisce la partecipazione del ceto medio alla creazione del valore finanziario; ma lo scambio tra quest’ultima con le libertà politiche “liberali” è il cuore dell’esperimento cinese. In ragione di ciò, il ricorso a categorie politiche per leggere quanto accade nelle borse di quel paese pare lecito.

Il politologo cinese Fang Ning (Prospect 28 marzo 2008; ma citato pure in Maoeconomics di Loretta Napoleoni), guardando da Pechino, già anni fa metteva la questione così: nella democrazia occidentale si scelgono (votano) i cuochi ma non i piatti proposti (programmi); all’opposto, in Cina il cuoco resta sempre lo stesso (il PCC), ma i piatti sono vari. Da notare: è un’idea, idealizzata, della via orientale alla democrazia come, appunto, partecipazione alla creazione/distribuzione del valore economico; il guaio è che, se applicata questa concezione ai mercati finanziari, si crea, qualora le cose dovessero andare male, e proprio per il fatto che il sistema economico cinese non è funzionalmente separato da quello politico, un forte rischio di delegittimazione dello stesso ruolo del PCC.

Pertanto è possibile supporre che Pechino ancora una volta intervenga autoritativamente sulle borse al fine di scongiurare questi rischi politici. Conseguentemente, proprio per l’originale conformazione del “capitalismo rosso”, è impossibile leggere la vicenda della finanza cinese (ma forse non lo si può neppure per l’occidentale) con lenti solo economiche. Perché la posta in gioco è il consenso/potere in uno dei grandi protagonisti del nuovo secolo. E si è in mare aperto.

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