La Calabria spietatamente allo specchio

GUIDO MOLTEDO
Se si fa uno di quei test nei quali s’associa a una località una serie di stereotipi diffusi, negativi o positivi, – per esempio: Roma-Vaticano, Roma-ladrona, Napoli-pizza, Napoli-monnezza, etc – quando si dice Calabria l’associazione inevitabile è oggi con una sola parola: ‘ndrangheta.

La bellezza unica di questa regione, paesaggi, località, mare, montagne, l’ospitalità proverbiale della sua gente, il cibo buono e genuino, la sua storia millenaria legata alla civiltà della Magna Grecia. Raramente vengono in mente. Prevale l’immagine dell’arretratezza. Della fatica a stare al passo con il resto dell’Italia, della fuga dei giovani di maggior talento, e su tutto questo s’allunga e si consolida l’egemonia sull’intera regione, ormai incontrastata, della ‘ndrangheta, con la sua capacità di mascherare i suoi tratti arcaici con una considerevole mimesi “modernizzatrice”. Dentro la questione meridionale, ormai e da tempo, c’è una questione calabrese.

Visitando la Calabria, si ha l’impressione di una partita persa definitivamente. È così?

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Un recente libro di Alessandro Tarsia – “Perché la ‘ndrangheta? Antropologia dei calabresi”, Pungitopo – indurrebbe a un pessimismo ancora più forte, senza speranza. Il libro di Tarsia è di una violenza inaudita nei confronti della sua terra e dei suoi conterranei. Una durissima requisitoria, secca, precisa, del tutto scevra da autoindulgenze e da vittimismi.

Alessandro vive a Paola, è un giovane antropologo, ottimo fotografo e cineoperatore, conosce come pochi la Calabria (dal libro peraltro apprendiamo che i calabresi, nella loro regione, si muovono poco e raramente oltre il perimetro della loro zona di residenza), ha studiato la civiltà della Magna Grecia e delle popolazioni native che erano lì prima dell’arrivo dei greci. Ha una passione e una sobria e contagiosa competenza per la natura della Calabria, le piante, le colture, l’ambiente. Ha studiato le usanze, il folklore, le danze, la musica della sua terra. Insomma, Alessandro è un calabrese doc, un calabrese che ama la Calabria.

L’ama lucidamente. E’ l’amore di una persona adulta che non ha alcuna intenzione di nascondersi infantilmente dietro la litania del Sud tradito, del “ci hanno abbandonato” – per molti versi giusta e fondata eppure sbagliata se tale rimane, e soprattutto se copre ogni responsabilità e soggettività e reattività. Che invece danno corpo alla denuncia di Tarsia, e costituiscono il sottotesto del suo libro.

La scrittura di Tarsia è tagliente e brillante, si segue il suo filo con crescente inquietudine, a volte si ride nervosamente quando si arriva a descrizioni tragicamente fantozziane di certi tratti dell’autolesionismo sociale che ha portato la Calabria e i suoi abitanti a restare in uno stato di arretratezza orribilmente camuffato da una modernità cialtrona e devastante. Una mutazione antropologica, per dirla con Pasolini, che, tuttavia, non muta certi caratteri fondamentalmente arcaici, ma li trucca e li maschera.

A volte, però, il registro si fa così alto ed eccessivo da sfiorare il paradossale, un crescendo che rischia perfino di ridurre la credibilità stessa di quanto denunciato. Il libro sarebbe stato perfetto se fosse stato un po’ più breve, evitando anche così l’eccesso, che talvolta c’è, dell’accanimento.

Abbiamo conosciuto Alessandro Tarsia nel corso di un recente breve soggiorno ad Arcavacata, il grande campus “all’americana” che si trova nei pressi di Cosenza. Una location unica. Vicino all’autostrada (che però è la famigerata Salerno-Reggio Calabria), vicino alla linea ferroviaria tirrenica (che però è una linea obsoleta), non lontano dall’’aeroporto (Lamezia). C’è un clima che consente la crescita rigogliosa di piante mediterranee, che adornano il verde del campus, e alla sera, d’estate, c’è una brezza rinfrancante di collina, quasi da pullover. Il paesaggio intorno è (era) molto bello. La verde Sila. E il mare azzurro, il Tirreno, a un quarto d’ora d’orologio, in treno.

In un mondo normale l’università di Arcavacata sarebbe diventata l’equivalente delle celebrate università californiane, culle dell’innovazione tecnologica, un polo formativo capace di attrarre intelligenze da ogni dove e di creare intorno a sé una brillante e colta comunità di ricercatori e di studenti, volano a sua volta di un circolo virtuoso in tutte la regione.

E invece?

Ecco com’è, nelle parole di Alessandro Tarsia:

[L’Università della Calabria, fondata nel 1972] fu progettata in campagna, secondo la moda dei campus americani. Scegliendo il vicino centro storico di Cosenza si sarebbe potuto rivitalizzare l’unico luogo bello della città, oggi completamente in rovina. La campagna intorno al posto scelto per l’edificazione era ondulata, con verdi colline sormontate da querce, ulivi e alberi da frutto. Sarebbe stata ben armonizzata nel paesaggio una struttura ecocompatibile. Usando materiali locali misti ai nuovi ritrovati tecnologici, come il Villaggio Enrico Mattei a Borca di Cadore (1958). La scelta dell’architetto fu, invece, di rottura narcisistica ed egocentrica, alla calabrese. Vittorio Gregotti, fiero ideatore dell’inumano quartiere Zen di Palermo e organico al PCI, interpretò magistralmente la rappresentazione calabra della landscape art, progettando una serie di giganteschi cubi attraversati da un ponte d’acciaio che va da sud a nord. Nel progetto originale gli edifici–cubi non prevedevano abbastanza finestre, ed erano molto più distanti tra loro di quanto non si sia poi realizzato. La variazione “umanizzante” costò una penale salatissima allo Stato. Nonostante la Calabria sia molto più luminosa del Canada, nonostante sia meno fredda d’inverno e meno umida d’estate, Gregotti pensò al campus come se si trovasse nel Nunavut. Una struttura completamente separata e avulsa dal contesto, che necessita di luce sempre accesa negli uffici e nelle aule, anche a mezzogiorno di Ferragosto, e di pompe calore perennemente in funzione, come piace agli americani.

L’intero complesso dell’ateneo non ha, però, autosufficienza energetica, né l’Italia ha guadagnato tutto quel petrolio che si aspettava, massacrando poveri iracheni. Nel campus le panchine sono rarissime, gli studenti non possono godere della campagna tra una lezione e l’altra, le aree verdi non sono fruibili, sono solo osservabili. Costruito sui resti di una villa romana, di cui si sono perse le tracce, il campus è strutturato come una catena di montaggio, un esamificio, oppure un aeroporto. Si entra da sud e si esce emigrando verso nord. La qualità dei materiali è tanto artificiale quanto pessima. Strutture in acciaio con tubature a vista, rampe di cemento nudo e crudo esposte al sole per friggere studenti. Le aule e gli uffici, separati da esili pannelli di cartongesso, sono scosse da piccoli terremoti quando i camion passano sul ponte d’acciaio per le consegne. I cubi sono rivestiti da una guaina rosso mattone impermeabile che si crepa ogni anno e ogni anno va rispalmata. Perché il ferro delle armature dei pilastri è ormai arrugginito, e così, sotto il nuovo strato di guaina, l’umidità crea bolle nel rivestimento.

Tanto studio e tanta ricerca universitaria sono serviti a una pianificazione politica degli investimenti che conferma un antico trend calabrese: l’economia del mattone. L’università ha acquistato o edificato molte case–palazzine dello studente, edifici per attività onanistiche, due grandi teatri semivuoti. Tagliando, invece, la spesa per lo studio, per la ricerca, per i laboratori, per il personale amministrativo e docente, sottodimensionato e sottopagato. Ancora oggi milioni di euro sono dirottati sulle ditte private che costruiscono case dello studente. Le palazzine hanno ormai saturato tutta l’area intorno al campus. Le belle colline che un tempo caratterizzavano la zona oggi sono cementificate. Molte case sono private e abusive, poste anche su fronti di frana che ne cambiano numero civico di anno in anno. Eppure non è un vero e proprio campus, perché mancano i servizi essenziali: la mobilità delle navette copre un’area ridotta, la biblioteca non è in grado di gestire nuove acquisizioni di libri, non ci sono negozi e servizi. Tutte le strade d’accesso all’università sono bloccate dal traffico negli orari di punta, perché la viabilità è progettata male. Gli ascensori, i bagni, le pompe di calore non funzionano e sono sporchissimi. Tranne che per qualche concertino autogestito dagli studenti, il campus di Arcavacata di sera è deserto. È una zona del crepuscolo mesmerizzata (come tutti gli altri paesi del circondario), abitata da più di trentamila giovani paganti.

Consigliamo di leggere il resto del libro (acquistandolo via Amazon o Ibs) di Alessandro Tarsia, giovane polemista di razza, da tenere d’occhio

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