Yuan, “operazioni di guerra non militari” a Pechino

FRANCESCO MOROSINI
“Invece di maledire il buio, prova ad accendere la luce”: è un detto cinese che invita a capire, poi caso mai a preoccuparsi, della vicende dell’economia del Celeste Impero. Dove, dopo lo shock per la sua crisi di borsa, l’attenzione è ora sul cambio valutario.

Con tre colpi secchi Pechino ha svalutato la propria moneta, lo yuan (renminbi), seppure in modo piuttosto contenuto. Immediata la fibrillazione dei mercati – in fondo, anche i piccoli movimenti di un gigante scuotono il pavimento -; poi però chetatisi all’annuncio della Banca popolare di Cina (PBOC), la Banca centrale del Paese, di opporsi a ulteriori svalutazioni. Ed essendo le dichiarazioni di un banchiere centrale tra i suoi atti, sebbene linguistici, più incisivi sulla realtà (lo si è visto col “faremo tutto il necessario” di Draghi per l’euro), nei mercati è tornata la calma.

Conseguentemente, la PBOC può affermare che il riallineamento dello yuan sia una semplice correzione dei suoi recenti rialzi. Per essa, difatti, che fissa quotidianamente la banda di oscillazione entro cui si scambia il renminbi, il mercato era ribassista; meglio, quindi, prenderne atto e aggiustare. Tuttavia, merita chiedersi se i recenti “giorni di fuoco” della finanza cinese siano “solo” questo; oppure se rimandino alla volontà geo-monetaria della Città Proibita di fare dello yuan, oggi ancora “non liberamente scambiabile”, la moneta delle ambizioni globali del Celeste Impero.

Capirlo è nell’interesse di tutti. L’ipotesi più pessimista afferma che la politica valutaria di Pechino è solo il riflesso – oltreché una risposta immediata per alleviarne la gravità – di un’emergente fragilità dell’economia cinese. A sua volta determinata da bolla immobiliare (le “città fantasma”); da problematicità a creare con l’urbanizzazione un mercato interno capace di modificare il modello di sviluppo; dalla difficoltà a governare il credito per la piramide di debiti del suo cosiddetto “sistema bancario ombra”; e infine, come sottolinea il prof. Sapelli, studioso assai pessimista sul futuro della Cina, da un import “povero” (materie prime e beni di lusso); e che, a sua volta, richiama una società molto polarizzata e, perciò, politicamente fragile.

L’altra tesi, pur riconoscendo le difficoltà appena accennate, vede nelle recenti decisioni della PBOC un obiettivo “offensivo” invece che meramente difensivo (rispondere alle difficoltà): ossia di integrarsi con l’Occidente liberalizzando, come ritiene il FMI, il cambio del renminbi.

Politicamente, per i pessimisti, ciò equivarrebbe a iniettare il “rischio Pechino” nelle arterie del capitalismo; per gli altri, come l’FMI medesimo che, appoggia l’’idea, ciò corrisponderebbe viceversa a portare il renminbi tra le valute (cosiddette di riserva) tra le quali (dollaro, euro, yuan) si potrebbe giocare la partita del potere globale. Il che vorrebbe dire contenderlo agli USA; e basta affermare ciò per comprenderne la difficoltà e la problematicità di tale opzione: ma è una possibilità.

A ben vedere l’euro sorse perché gli europei, sostanzialmente privi di sovranità monetaria, cercarono (ma nel vuoto di pensiero geostrategico) di acquisirla; ebbene, potrebbe essere che il raggiungimento della piena sovranità monetaria sia tra le opzioni di politica valutaria della Città Proibita.

Anni fa Qiao Liang e Wang Xiangsui, ufficiali dell’Esercito di liberazione popolare di Cina e autori di un importante testo di pensiero politico/militare, affermarono nel loro libro che la politica finanziaria, come più in generale le decisioni economiche, dati i loro effetti distributivi di potere e di risorse, vadano concepite come operazioni di “guerra non militari”. E oggi uno dei due ufficiali, il generale Qiao Liang, afferma – discorso pronunciato all’Università della Difesa della Cina rossa e riportato da Limes (luglio 2015) – che l’internazionalizzazione del renminbi è necessaria per sottrarre la Cina dall’egemonia monetaria degli USA; o, almeno, per contenerne gli effetti.

Insomma, tra crisi interna e volontà di espansione (che da sempre significa pure trasferire agli altri i propri guai interni) si muove l’interessante pensiero di questo generale. La cui analisi, al di là degli approfondimenti analitici che richiederebbe, è con tutta probabilità condivisa dalla Città Proibita. Che poi l’euro debba allearsi con lo yuan o affiancarsi al dollaro – che però nei primi anni 2000 si svalutò legandosi al renminbi contro l’euro – è altro discorso. Ma da affrontare, se l’Europa vuole contare qualcosa.

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