Antropologia dell’anti ’ndrangheta

ALESSANDRO TARSIA*
Riguardo a qualsiasi disciplina (nutrizione, astronomia, linguistica ecc.) esistono varie forme di sapere diffuse fra le popolazioni umane. Per esempio, tutti abbiamo una conoscenza semi-proto-para-scientifica delle leggi dello Stato (o tribù) in cui viviamo, ma solo pochi se ne occupano per professione o per incontenibile passione. Tutti conosciamo più o meno la giurisprudenza (la legge, del resto, non ammette ignoranza), eppure solo magistrati e avvocati hanno fatto un lungo percorso di studi che consente loro di vantare il possesso di un sapere, di una pratica.

L’antropologia è per sua natura una disciplina complessa, che può addirittura sfociare nella tuttologia. Perché l’antropologo/a si occupa di tutti gli aspetti dell’umanità, dalla nascita alla morte, dalle droghe al sesso, dalla società alla religione, al cibo, al divertimento. Poiché tutti abbiamo conoscenze semi-proto-para-antropologiche, è sempre più di moda dichiararsi antropologi. Anche solo avendo fatto un viaggio, oppure occupandosi per professione di una qualsiasi umana disciplina.

C’è anche chi da giornalista si improvvisa antropologo e da antropologo si improvvisa romanziere o critico letterario. Fioriscono letterature di viaggio con velleità antropologiche, filosofiche, letterarie e poetiche dagli esiti sconcertanti, naïveté e impressionistici. Accade che calabresi in principio residenti nei loro paesini, si trasferiscano assieme ad altri calabresi, ghettizzati, nella città universitaria, nel luogo di lavoro, all’estero (tra i sette e i nove milioni di calabresi), credendo infine che tutto il mondo sia fatto come i calabresi e che perciò non esistono mentalità, ideologie, identità culturali, diverse dalla propria: tutto il mondo è paese. Mentre le cose, in realtà, sono molto più complesse.

Il caso Nicaso-Gratteri

I libri di Antonio Nicaso e Nicola Gratteri sono ottimi esempi di una letteratura di genere (poliziesco/criminale), dalla lettura gradevole e ricca di informazioni circa cosche, truffe, traffici illegali della ‘ndrangheta. Una precisa fenomenologia della lotta alla ‘ndrangheta, tutto ciò che non fa parte di un’indagine, per esempio, non esiste. Chi, nel mondo, può dirsi più edotto di loro riguardo alle inchieste, alle intercettazioni, agli atti giudiziari che riguardano la ‘ndrangheta?

Nessuno dei due ha però la benché minima conoscenza degli almeno tre secoli di dibattiti e della vasta letteratura antropologica. Una scienza umanistica (dunque non esatta come le scienze della natura, più simile perciò alle scienze del diritto) che da secoli riflette su se stessa, sulla propria epistemologia e sul proprio metodo, con impostazioni filosofiche di fondo molto spesso contrastanti. Senza includere in questo conto le riflessioni antiche di Erodoto e di Plinio il Vecchio (per esempio), note già agli studiosi autoctoni calabresi di migliaia di anni fa.

Le leggi di Zaleuco

Gratteri e Nicaso sono diventati due simboli dell’anti’ndrangheta. Moltissimi calabresi, me stesso compreso, hanno una forte simpatia per chi si è contraddistinto nella lotta contro il crimine organizzato. Un sentimento affiancato dalla solidarietà se ciò è condito da tremende minacce di morte. La coppia è presente alle sagre di paese, nelle tv nazionali e locali, in qualsiasi dibattito pubblico o privato. I loro libri sono sempre in cima alle classifiche editoriali. Tutta questa notorietà deve però averli scossi nel profondo, confondendo ciò che è il loro dovere di professionisti e di cittadini con una patina eroica e da maître à penser. Per un antropologo, la concezione che essi hanno delle droghe e del loro uso è fondamentale per avvicinarlo nella comprensione della mentalità della loro tribù.

Un antropologo è sempre interessato al rapporto fra particolari società e particolari droghe. Essendo sempre stato, in qualsiasi luogo e tempo, uno degli elementi religiosi/cultuali/medici/familiari fondanti della società, del rapporto col proprio corpo, la psiche e l’ambiente circostante, con la salute e con la malattia. Dallo sciamano neolitico allo psicopompo ellenico fino al conduttore tv su di giri, le droghe hanno sempre costituito un elemento importante dei sistemi simbolici e culturali.

Come sapevano i Magnogreci, il farmaco, pharmakon, è doppio, è insieme salute e malattia, vita e morte. Quella stessa ambivalente sensazione che abbiamo leggendo il bugiardino della medicina che dovrebbe farci stare meglio. L’uso consapevole guarisce, l’abuso debilita. Il farmaco/droga può essere vietato e demonizzato da una tale società e divinizzato e sponsorizzato in un’altra.

Alcune droghe sono centrali in alcune culture, come la canapa tra i rastafariani, gli abitanti dell’Atlante o dell’Himalaya. Altre droghe sono centrali in altre culture, che non le vietano e non le percepiscono neanche come droghe. Per esempio il vino nel nord temperato del Mediterraneo: sangue di Cristo. Altre droghe vegetali nel sud, dove l’alcol accentuerebbe le alte temperature mortali. Lo stesso alcol è percepito in modo diverso all’interno di macroculture globalizzate occidentali. Negli Stati Uniti e in Polonia, per esempio, il vino è venduto in negozi separati dai supermercati che vendono la birra di fianco alla maionese. Se è nello stesso negozio allora è chiuso a chiave e venduto solo dietro esibizione di documento identificativo. Chi beve vino a pranzo e a cena è giudicato male dagli ipersalutisti puritani, la festa del college del figlio in fiumi di birra è un’ordalia necessaria. Strano che le culture del sud del Mediterraneo siano considerate del vino e quelle del nord della birra: la birra fu una specialità egizia e il meridione d’Italia fu un notevole produttore d’orzo.

Ciò non significa che esiste una relatività assoluta del gusto e delle libertà individuali, sogno della tendenza anarcoide-intellettualoide imperante. Bisogna solo conoscere, per quanto più possibile scientificamente, l’argomento del proprio discorso sulle droghe. Una scienza piena di pareri autorevoli e falsificabile/migliorabile. Non bisogna seguire quegli studiosi che fraintendono i semi di papavero comune usati nella cucina medioevale (e anche oggi nel Nordeuropa) con i frutti di papavero da oppio. Se fosse vero che de gustibus non est disputandum allora non potrebbero esistere i ristoranti, pedofili e antropofagi potrebbero operare indisturbati. Ciò che è consentito e ciò che è vietato dovrebbero essere frutto di civili e democratici dibattiti seguiti da scelte elettorali.

In una recente esibizione il procuratore Gratteri ha espresso alcuni pareri sulla possibilità della legalizzazione come strumento antimafia. Queste sono le parole riportate da Stretto Web, una testata giornalistica online del reggino:

Da Gratteri un no secco alla legalizzazione delle droghe leggere: «La distinzione tra droga leggera e droga pesante non esiste, è un’invenzione giornalistica e una comodità per gli spinellari che si trovano dappertutto, anche nelle istituzioni. Solo il cinque per cento dei tossicodipendenti usa marijuana o hashish. Nel caso in cui si decidesse di vendere la marijuana legalmente, lo Stato dovrebbe mettere in piedi delle serre con dei costi di produzione che si aggirerebbero attorno ai dodici euro per un grammo, mentre al mercato nero costerebbe 4 euro. Di quel cinque per cento di tossicodipendenti che usa marijuana, il 75 per cento è composto da minorenni, che non potrebbero andare in farmacia ad acquistarla. Mi si spieghi allora questa fretta sulla liberalizzazione con l’obiettivo di stroncare il business delle mafie, visto che nella migliore delle ipotesi solo il 25 per cento di quel cinque per cento acquisterebbe marijuana in farmacia. Lo so che lo avete letto in relazioni importanti, con gente che viene pagata per scrivere queste sciocchezze, ma non è assolutamente vero che in questo modo si impoverirebbero le mafie».

Argomento 1:
«La distinzione tra droga leggera e pesante» è forse non scientificamente corretta, perché l’alcol che gli stessi Gratteri e Nicaso (presumibilmente, come me) usano è a tutti gli effetti una droga? Eppure dà dipendenza, può portare gravi patologie, il delirium tremens e persino la morte. Dipende dall’uso che se ne fa: se leggero o se pesante. Il tabacco è una droga pesante per alcuni, per altri lo è il gioco d’azzardo, per altri ancora il sesso. Vendere di nascosto tutti i beni della propria famiglia e stuprare sono reati gravissimi. Il petrolio, la colla e altre sostanze chimiche vendibili legalmente sono droghe pesanti, usate, come tali, da milioni di persone povere. Tuttavia gli scienziati hanno ridimensionato, da almeno un secolo, la logica aristotelica del pieno/vuoto, dentro/fuori. Logica che alcuni Magnogreci condividevano con gli attuali ‘ndranghetisti: con (per) noi o contro di noi. Friedrich Nietzsche e la fisica quantistica hanno anticipato il nostro modo contemporaneo di pensare, che è fatto di cinquanta sfumature di grigio, di intonaci calabresi nelle varie tonalità di rosa shocking. Gli studiosi la chiamano logica Fuzzy, una logica probabilistica, per gradazioni di colori, che si affianca alla logica classica.

Perciò, secondo alcuni studiosi, mossi dall’utile necessità di catalogare le droghe, l’eroina dà dipendenza fisica e psicologica totale, la canapa solo dipendenza psicologica. Sono una droga pesante e una droga leggera. Eppure la stessa eroina è stata creata dalla Bayer come sciroppo per la tosse! Cocaina e cannabis erano vendute come farmaci. Alcuni eserciti hanno tollerato l’uso di droghe nelle caserme e addirittura finanziato l’uso di droghe in guerra. Inoltre in ogni orto, giardino, bosco, deserto del pianeta esistono piante e animali che contengono sostanze in grado di paralizzare, sballare, uccidere. Sono piante legali che chiunque può coltivare, perché quelle si e quelle altre no? E’ necessario vietarle perché hanno un effetto psicotropo? Per il loro uso edonistico?

Argomento 2:
«Nel caso in cui si decidesse di vendere la marijuana legalmente, lo Stato dovrebbe mettere in piedi delle serre con dei costi di produzione che si aggirerebbero attorno ai 12 euro per un grammo, mentre al mercato nero costerebbe 4 euro». Questo argomento è più complesso e contiene un corollario di affermazioni.

2.1 – Legalizzare non è un sinonimo di depenalizzare. Significa rendere la canapa legale quanto l’alcol. Regolamentata e controllata in ogni sua fase della produzione, come il tabacco, dallo Stato. Depenalizzare significa letteralmente eliminare o ridurre le sanzioni penali per l’uso o il consumo di una sostanza. Liberalizzarla significa renderla libera come la vite.

2.2 – Lo Stato non dovrebbe costruire alcuna serra, perché, a differenza di quanto avviene in Olanda o in Svizzera, l’Italia meridionale ha un clima adatto alla coltivazione in campo. Già in situazione d’illegalità, controlli severi ed enormi piantagioni scoperte ogni anno, rifornisce buona parte del mercato europeo. Quindi, se fosse legalizzata costerebbe meno di sei euro al grammo. Se fosse liberalizzata costerebbe meno del pomodoro al chilo. Perché la canapa, come dimostrano le indagini, ha bisogno di sola acqua, neanche una spalliera come i pomodori. Inoltre i semi sarebbero fonte di reddito perché industrialmente rilevanti, così come, ancora di più, gli steli, da cui si ricavano tessuti e materiali rigidi. Gratteri dimentica di includere nel costo anche l’ingentissima spesa per i controlli delle forze dell’ordine, gli straordinari, gli aerei e gli elicotteri che controllano ad alta quota il territorio, i lunghissimi procedimenti giudiziari , le centinaia (a voler tenersi bassi) di carcerati. Tutto ciò non sarebbe un risparmio milionario per lo Stato? E le tasse che guadagnerebbe dalla vendita legale?

2.3 – La canapa è il materiale su cui è scritta la bibbia, con cui erano fatti i vestiti dei calabresi fino a un secolo fa, l’economia calabrese si è retta per decine di secoli sulla canapa (non la canapina italiana), proprio perché ha molti usi e un costo bassissimo. C’è chi sostiene di produrre carburanti ecologici con etanolo di canapa, chi di produrre cibo dai semi. Perché proibirla?

2.4 – Le mafie non sono altro che porzioni illegali di mercato capitalistico, quindi se riescono a strappare il prezzo più basso per la canapa allora la stessa, identica, cosa è vera per gli appalti pubblici, per la fornitura di pane, di alcolici, di cemento, di tutto ciò che è in vendita in Calabria e da un ventennio in tutta Italia. Quindi dobbiamo rendere illegale il pane, il cemento e il movimento terra?

2.5 – Così come mostrano studi, articoli giornalistici e canzoni rap (il decino), nel mercato illegale la canapa costa quattro euro al grammo al grossista, alle migliaia di acquirenti finali costa dieci euro al grammo. Negli Stati dove il mercato è uscito dall’illegalità i prezzi variano in base al contenuto di sostanze attive nel prodotto.

2.6 – Agitare statistiche e cifre di dubbia corrispondenza con la realtà non rende un discorso corretto, ma solo più convincente per chi non ha voglia di riflettere, come sanno bene Renzi e Berlusconi.

Argomento 3:
«il 75 per cento è composto da minorenni, che non potrebbero andare in farmacia ad acquistarla. Mi si spieghi allora questa fretta sulla liberalizzazione con l’obiettivo di stroncare il business delle mafie, visto che nella migliore delle ipotesi solo il 25 per cento di quel cinque per cento acquisterebbe marijuana in farmacia».

L’idea, tutta statunitense, diffusa e globalizzata anche nella colonia italica, di “bambinizzare”, disneyficare, i minorenni è una deriva fascistoide cui bisogna porre un rimedio politico. L’innocenza (e la sua perdita) è un topos della cultura americana e la sua istituzionalizzazione legislativa deve convivere con una gioventù sempre più precoce e sempre più matura. Cinquant’anni fa i calabresi davano vino ai bambini prima di mandarli nelle fatiscenti scuole elementari calabresi. Nonostante le scuole siano ancora fatiscenti non è più il caso di mantenere simili tradizioni, ma neppure è il caso di polarizzare con norme tanto ossessive e tribali il giro di boa dei diciotto/ventuno anni (dipende dalla tribù). Per questo la liberalizzazione è migliore della legalizzazione.

Solo chi ha già una mentalità da background criminale può affermare che l’illegale è in genere preferito al legale. È possibile oggi acquistare una pistola col porto d’armi e una dal mercato illegale. Non è vero che la maggior parte dei cittadini preferisce comprare quella a basso costo. Perché alla gente, in genere, piace stare tranquilla (tranne agli psicopatici criminali). Quindi gli italiani (a differenza degli statunitensi) preferiscono anzitutto non avere una pistola, poi, se proprio la desiderano, pagare un po’ di più e possederne una legalmente, senza il rischio di essere arrestati a ogni piè sospinto.

Anche gli adolescenti preferiscono il costosissimo iphone originale piuttosto che la molto più economica copia esplosiva (per l’acido instabile delle batterie) cinese, che tutti loro potrebbero comunque (e più facilmente) acquistare. La maggior parte dei camorristi, dei mafiosi, degli ‘ndranghetisti non è gente votata al crimine come a un santo. I più preferirebbero guadagnare millecinquecento euro legalmente, con un lavoro regolamentato, in sicurezza e sicuro di ricevere una pensione e una mano dal welfare, piuttosto che fare il palo sul motorino in una piazza di spaccio, per milleottocento euro, alla mercé di pallottole e manette.

Argomento 4:
«Lo so che lo avete letto in relazioni importanti, con gente che viene pagata per scrivere queste sciocchezze, ma non è assolutamente vero che in questo modo si impoverirebbero le mafie». Dunque, secondo il procuratore Gratteri, generazioni di radicali, di comunisti e oggi di grillini e di vendoliani sarebbero pagati da una oscura forza del male, simile alla Spectre, che finanzia chi argomenta in favore della liberalizzazione delle droghe leggere. Sono affermazioni preoccupanti, che mostrano uno stile inquietantemente simile a quello che si dovrebbe combattere.

Questa concezione rigida e manichea, che ha il magistrato, della lotta fra Stato e ‘ndrangheta riflette forse altre rigidità, più profonde, tribali e maniaco-paranoiche. Così come la ‘ndrangheta corrompe vasti apparati dello Stato, delle istituzioni, della politica, dell’imprenditoria, allo stesso modo lo Stato corrompe i pentiti che denunciano i loro compagni di bagordi criminali. Chi è in grado di riconoscere una legge fatta contro un crimine da quella fatta pro-crimine, dopo (tra le altre cose) la depenalizzazione del falso in bilancio? È davvero così netta la linea di demarcazione tra buoni e cattivi, tra Renzi e Berlusconi, Alemanno e Marino, tra Scopelliti e Falcomatà?

La storia insegna, così come le decine di studi sull’argomento, che il proibizionismo è un’esperienza storica miseramente fallita, perché ha ottenuto esattamente il contrario di ciò che si proponeva. Negli Stati Uniti di primo secolo ci fu un aumento di alcolizzati, nonché di capitali e potere nelle tasche dei mafiosi. Anziché proibire l’alcol, lo Stato ha infine deciso di tassarlo. Inoltre tutti sanno che i boss old school erano contrari agli interessi nel mercato illegale della droga. Oggi le mafie italoamericane si occupano sempre meno di spaccio e sempre più di alta finanza. Lasciando il mercato della manovalanza criminale alle gang etniche locali.

Non è neanche vero che legalizzando una droga i consumi si spostano su un’altra sostanza ancora illegale. Se così fosse gli adolescenti di Gratteri userebbero già una delle moltissime piante che, in un qualsiasi campo, garantiscono sballo gratis! La vita del prodotto è determinata dalla domanda e dall’offerta, le brioches non possono sostituire il pane.

C’è un ulteriore argomento, caro a Gratteri. Egli teme per una società gestita da dirigenti “sballati”. Ma egli forse non sa che esistono centinaia di droghe legali, pacificamente prescritte dagli psicologi, medicine molto più psicotrope di canapa e cocaina? Egli sa quante persone che ricoprono posizioni di massima responsabilità assumono psicofarmaci? Si tratta di milioni, dal capocantiere al generale militare atomicamente dotato. Un tempo sugli aerei diretti negli USA si chiedevano dichiarazioni di voto (che dunque non è segreto) ai passeggeri: sei mai stato comunista? Oggi si chiede se si è in terapia psicoanalitica.

Il procuratore Gratteri vede la ‘ndrangheta come invincibile e inarrestabile, solo arginabile dallo Stato. Ma questo è un atteggiamento che ingigantisce le doti del nemico per coprire la propria incapacità, impotenza. È così da quando esiste una letteratura sulla guerra: sovrastimare il nemico per coprire la propria debolezza. In alcuni passi dei libri di Nicaso e Gratteri e in alcuni loro discorsi pubblici si scorge anche una malcelata ammirazione per i soggetti delle loro storie. Forse, seguendo la teoria del desiderio mimetico di Rene Girard, il desiderio per l’Altro è desiderio di essere l’Altro.

Al qaeda è così forte e pericolosa proprio perché qualcuno ha insegnato loro che per corrompere un esercito basta corrompere un generale, perciò è organizzata in cellule protozoiche. La ‘ndrangheta, nonostante gerarchie e summit, è organizzata in famiglie protozoiche. Il caos anarcoide travestito da re(li)gione, il guadagno economico bilanciato dalla perdita di libertà personali sono il terrore in cui fomentano una strana costruzione simbolica di se stessi. Un’antropologia filosofica deteriore e pessimistica che ha un noto precursore: homo homini lupus.

Anche in Svezia e in Botswana esistono organizzazioni criminali, ma la ‘ndrangheta è così potente (e non è relegata a semplice comune e universale fenomeno fisiologico criminale) proprio a causa di un retroterra di credenze/desideri, del tutto arbitrari, troppo inveterati per poter essere estirpati da qualcosa che non sia: più benessere e più lavoro per tutti. Non sono lombrosiane forme delle tempie o cattiveria genetica, è un fatto culturale, sovradeterminato da condizioni oggettive e materiali di povertà e degrado. Nell’ultima campagna televisiva nazionale per l’otto per mille alla chiesa cattolica la suora-testimonial non era nel Burkina Faso ma a Reggio Calabria.

Forse è solo lo sfogo per la frustrazione di dover lavorare con pochi uomini e mezzi. Servirebbero, il procuratore lo ricorda spesso, decine di magistrati, decine di forze dell’ordine in più. Pagati meglio e trattati con più dignità. Servirebbero fondi per le procure, le questure, le caserme, che non hanno neanche i soldi per la cancelleria. Presso cui lavorano gratis volontari delle stesse forze dell’ordine. Figuriamoci per una intranet aggiornata ed efficace! È insopportabile tutta questa retorica anti’ndrangheta, opera di quella stessa commistione tra Stato e mafie, tra politica, imprenditoria, sistema bancario ecc. denunciato da esperti e prefetti. Il pesce, in Calabria, puzza dalla testa.

Il procuratore Gratteri, invece di fare politica di estrema destra, avrebbe potuto, molto più elegantemente e appropriatamente, rispondere così: «Sono un magistrato dello Stato, un uomo delle Istituzioni, sono contrario alle droghe leggere perché così impone la legge, se un giorno si cambiasse democraticamente legge, allora ne riparleremmo».

*Alessandro Tarsia, antropologo, è autore di “Perché la ‘ndrangheta? Antropologia dei calabresi”, Pungitopo, recensito da ytali.
Il servizio fotografico con immagini di degrado in Calabria, che qui pubblichiamo, sono dell’autore.

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