Africa, se chi protegge gli albini è il loro carnefice

ANGELO FERRARI
Il dramma degli albini in Africa ha raggiunto livelli mai visti. Il contrasto alla tratta e all’uccisione, sono, fino ad ora stati vani. Molti governi africani hanno deciso di assegnare agli albini cariche pubbliche, addirittura ministeriali, come è accaduto in Tanzania e Repubblica del Congo, proprio per cercare di scardinare una cultura dura a morire: gli albini sono utilizzati per i riti magici, le parti del loro corpo sono efficaci per ogni tipo di rito e, soprattutto, molto richiesti. Ma tutto ciò non è stato sufficiente. L’uccisione e il rapimento di queste persone continua.

Eppure gli albini hanno dato all’Africa una star, un grande cantante, il maliano Salif Keita che nonostante fosse discendente diretto di Syndjata Keita, fondatore dell’impero del Mali, venne emarginato dalla sua famiglia e dalla sua comunità perché l’albinismo è un segno di sfortuna nella cultura Mandinka. La Tanzania ha provato a mettere al bando gli sciamani che fanno uso di queste pratiche. Ma non è accaduto nulla. Anzi.

Pratiche difficili da sradicare

Gli stregoni si sono rivoltati contro il sistema costituito. L’Onu ha creato un commissario ad hoc per far fronte alla tratta. Ma nulla. L’albino è considerato uno stigma e, soprattutto, vale molto denaro. In Kenya è arrivato a raggiungere il prezzo di 180mila euro, le orecchie, la lingua, il naso, i genitali e gli arti possono arrivare a valere 75mila euro. La pelle viene commercializzata sul mercato nero a un prezzo che può variare tra i 1500 e i settemila euro. Un business enorme che non si arresta.

Gli sciamani ne richiedono parte dei loro corpi e chi intende avere successo nella vita, nel business, nella politica, nello sport o per risolvere questioni di “amore” è disposto a pagare ogni cifra pur di avere beneficio dai riti a cui si sottopone e non gli importa cosa gli sciamani fanno, purché siano efficaci.

Il commercio transnazionale è florido. E se i divieti, come quello della Tanzania che ha bandito la stregoneria nel tentativo di limitare gli omicidi, non servono a nulla, allora si ricorre alle maniere forti.

Il pugno di ferro malawiano

In Malawi la polizia è stata autorizzata a utilizzare la forza. Ora potrà sparare a chi viene colto in flagrante mentre rapisce un albino. Solo in Malawi, dal mese di dicembre sono stati uccisi sei albini. Il capo della polizia, Lexen Kachama, ha incitato i suoi dodicimila agenti a non “temere” di usare le armi, con munizioni vere.

Licenza di uccidere quindi. Non si capisce come questa decisione possa essere efficace, visto che occorrerebbe sradicare centinaia di anni di credenze, così radicate nel sentire comune, da essere impossibili da superare. In Tanzania, dove negli ultimi anni sono stati trucidati numerosi albini, la situazione rischia di peggiorare con l’avvicinarsi delle elezioni generali, che si dovrebbero tenere in ottobre, quando molti candidati potrebbero rivolgersi a pratiche di stregoneria per rafforzare le proprie chance elettorali.

Qualcosa non torna

Una domanda sorge spontanea: Com’è possibile mettere fine a una pratica disumana se proprio quelli che sono, o diventeranno, protagonisti della gestione di uno Stato se ne avvalgono?

Vicky Ntetema, direttore esecutivo di Under The Same Sun, una ong canadese impegnata nella difesa degli albini (PWA people with albinism), ha tra l’altro denunciato che le famiglie sono spesso coinvolte nelle sparizioni dei piccoli albini, perché sul mercato nero i loro corpi mutilati sono pagati a peso d’oro. Non solo. Si è spinto più in là: ha criticato la classe politica per non essere intervenuta in maniera incisiva nella messa al bando dei guaritori tradizionali. Del resto come potrebbe intervenire in maniera incisiva se il mercato è gestito proprio da loro, che ne sono anche gli ultimi beneficiari?

NIGRIZIA

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