Funerali Casamonica, tre articoli per capire: Saviano, Galullo, Ferrara

Nell’acceso dibattito seguito al funerale del boss Casamonica, spiccano due articoli che aiutano a capire che cosa è successo nella capitale, soprattutto il retroscena dello “spettacolo” dentro e fuori la parrocchia don Bosco. Un commento di Roberto Saviano su la Repubblica e un articolo di Roberto Galullo su Il Sole 24 ore. Proponiamo anche la lettura di un commento di Giuliano Ferrara, sul Foglio, di segno opposto, come sempre argomentato.

ROBERTO SAVIANO
Gran rumore per il funerale di Vittorio Casamonica. Ma sono scene che non dovrebbero sorprendere. Stupore per cosa? Perché un boss viene celebrato come un re? Perché il rito del funerale si trasforma in una oscena manifestazione di potere?
Non bisogna farsi illusioni. La partecipazione di quella piccola folla nella periferia romana è stata sincera, non è stata costretta né spinta dalla curiosità per la morte di una celebrità o dalla voglia di partecipare a un evento. Si va ad omaggiare don Vittorio Casamonica perché don Vittorio anzi Zio Vittorio ha saputo “governare” il suo regno nascosto, è stato presente nelle vite di chi lo va a salutare.

Le organizzazioni criminali sono strutture serie in grado di organizzare il consenso, mantenere la parola, distribuire ricchezze, intervenire nel momento in cui non solo gli affiliati ma il proprio territorio ha necessità. Nel vuoto dello Stato esiste un anti-Stato criminale che riesce a generare consenso tra la sua gente anche se il suo “governo” vuol dire estorsioni, usura, droga, violenza. È un anti-Stato in grado di portare soldi, e molti, ai capi ma anche diffusione di benessere e controllo del territorio. È paradossale dirlo, ma è vero: se domani l’economia criminale sparisse da questo Paese, il Paese ne avrebbe un contraccolpo non solo economico ma organizzativo. La classe dirigente mafiosa in Italia ha una sua terribile efficienza.

Ecco perché il funerale di un capo-clan non è semplicemente una messa in scena, un’ostentazione kitsch di opulenza e dominio. Tutt’altro: i Casamonica sono una mafia emergente, emergente non perché sono dei novizi ma perché dopo decenni di crimine subalterno e gangsteristico hanno cercato di strutturarsi in regole e gerarchie e hanno quindi costruito una cultura ed un’economia mafiosa attorno al proprio sangue e al proprio gruppo. L’ambiguità di criminali di piccolo cabotaggio ma tutto sommato in grado di farsi ascoltare in borgata li ha resi interlocutori della politica (la cena con Poletti e le foto con Alemanno) al punto da potersi permettere di sedersi al tavolo stesso del Palazzo come borderline tra la strada – il carcere e il (finto) impegno sociale. Quindi i Casamonica come tutti i gruppo neo-mafiosi hanno bisogno come ossigeno di queste celebrazioni. Anche la musica del Padrino è il riferimento più chiaro a chi vuole in tutti modi mostrare che è uscito dal marciapiede e dai campi e si è eletto a gruppo mafioso.

La chiesa di papa Francesco ha scomunicato i mafiosi, ha spinto ‘ndranghetisti in carcere a non presentarsi alla messa temendo che il solo partecipare potesse significare agli occhi dei vertici dell’organizzazione una dichiarazione di distanza dalle cosche. Ora la chiesa di Francesco deve fare un nuovo passo: commissariare la chiesa di San Giovanni Bosco. Non so se le regole vaticane prevedono misure simili, non so se è il termine adatto, non mi riferisco al diritto canonico. Sarebbe però un gesto in grado di interrompere il legame tra sacramenti religiosi e sacramenti mafiosi. Il sacramento mafioso è l’utilizzo dei rituale religioso per avere un’investitura pubblica, per trovare uno spazio legittimo per manifestare se stessi e la propria forza e autorità. Don Peppino Diana ne fece la sua battaglia: quella di impedire che battesimi, comunioni, cresime divenissero occasioni di autocelebrazione criminale. Fu proprio questa sua scelta che lo condannò a morte.

Il parroco che ha celebrato il funerale di Vittorio Casamonica, don Giancarlo Mattei, risponde nel più classico dei modi: “Non sapevo chi fosse”. E ha aggiunto: “Il perdono c’è per tutti. La chiesa non discrimina, io l’assoluzione la do a tutti”. Strano: la stessa chiesa che ha spalancato le porte al clan Casamonica le ha chiuse invece a Welby “colpevole” di aver scelto di lasciare una vita diventata per lui insopportabile. Questa volta il sacerdote ha deciso invece di celebrare il funerale. Bene. Ma avrebbe dovuto rifiutarsi di farlo quando si è trovato di fronte ad un teatro del genere. La scomunica di papa Francesco non è contro l’uomo, non si rivolge all’individuo. La scomunica non è all’assassino, all’estorsore, all’affiliato, al sindaco corrotto, al giudice compromesso, al boss, la scomunica è contro chi continua a sostenere l’organizzazione. La scomunica è all’assassinio, all’estorsione, alla tangente, alla corruzione quindi alla prassi mafiosa.

Ieri quel funerale è apparso come pura prassi mafiosa. L’assoluzione che doveva andare all’uomo è stata estesa, di fatto, al suo sistema di potere criminale. Roma è una città impreparata. La trasformazione è accaduta raccontandosi la menzogna di essere territorio immune, semplicemente “invaso” da rubagalline e bande. La stessa favola che vede piangere miseria le donne dei Casamonica nella perfetta tradizione mafiosa, nella quale i grandi capi risultavano essere dipendenti di fruttivendoli, si dichiaravano semplici contadini con una giovinezza di rubamacchine. Roma ha sempre creduto di essere estranea alle dinamiche mafiose. Del resto il suo gruppo più forte si chiamava appunto “Banda della Magliana”, banda è qualcosa di molto diverso da una cosca mafiosa. Ma l’inchiesta su Mafia capitale ha obbligato la città a un brusco risveglio. I funerali di giovedì sono una allarmante conferma di cosa rischia di diventare la prima città d’Italia. Anzi di cosa è già: terra di mafia.

ROBERTO GALULLO
È il 26 marzo 2010 quando la Polizia, con un sintetico comunicato, dà conto del sequestro di società riconducibili a otto componenti della criminalità organizzata romana legata alla famiglia Casamonica.
Le società sequestrate si occupavano di parcheggi, mense e supermercati, mentre alcune cooperative avrebbero dovuto mettersi in affari per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti in Campania.

Questa parte potrebbe definirsi routinaria – i membri dei Casamonica, tra grida, pianti, schiamazzi e insulti frequentano da decenni aule giudiziarie e carceri e sono abituati a sequestri, confische e restituzioni di beni – ma in coda a quel comunicato stampa si legge ciò che routinario non è: la forza economica criminale di questa famiglia “allargata”. «Un vero e proprio salto di qualità quello che la famiglia Casamonica ha intrapreso – si legge infatti nel testo – allacciando relazioni con le principali cosche della ‘ndrangheta calabrese e della camorra campana, con un giro d’affari di circa 40 milioni all’anno».

Ecco dunque la potenza di fuoco economica e finanziaria (l’usura, non a caso, è stata la miccia che ha alimentato e tenuto vivo nei decenni il fuoco degli affari) di una famiglia che può contare su un gran numero di “addetti ai lavori”. Non solo manovalanza da strada ma – come in ogni evoluto sistema criminale che solo mafia non è – una sfilza di professionisti pronti all’uso, senza dimenticare gli stretti contatti con la politica non solo capitolina.

Proprio sull’esercito a disposizione di questa famiglia è intervenuto il presidente del Tribunale per le Misure di prevenzione di Roma, Guglielmo Muntoni. Il 3 dicembre 2014, ai curatori del Rapporto di Libera Informazione “Le mafie nel Lazio”, dichiarerà: «Si tratta di un fenomeno criminale complesso perché si tratta di un gruppo enorme composto da diverse famiglie: Casamonica, Di Silvio, Di Gugliemo, Di Rocco, Spada, Spinelli. Si tratta di famiglie tutte strettamente connesse sulla base di rapporti fra capostipiti che si sono sposati con appartenenti alle varie famiglie.

Si tratta almeno di un migliaio di persone operanti illegalmente a Roma».
Roma, Lazio e Campania sono poli di attrazione irresistibili per questa famiglia che fa dei quartieri capitolini Tor Bella Monaca, Appio-Tuscolano, Cinecittà, Anagnina, Romanina, Quadraro il proprio punto di forza. Da qui però ha esteso investimenti e affari anche ai Castelli e sul litorale laziale (Grottaferrata, Albano e Ostia), oltre che nelle province di Latina, Frosinone, Napoli e Caserta dove i contatti con la camorra vanno e vengono, come del resto quelli che nel corso degli anni ha intrecciato con i ras (prima) e i reduci (poi) della Banda della Magliana.

L’attrazione fatale dei Casamonica è però la ‘ndrangheta. Sono diverse le testimonianze dei rapporti con le cosche Molè e Piromalli, quest’ultimo, economicamente, tra le più potenti d’Italia. Nel 2006 l’operazione Cent’anni di storia della Procura di Reggio Calabria evidenziò le mire (non andate a buon fine) della famiglia Casamonica sul porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria). «Dopo quasi due anni di trattative e contatti – si legge da pagina 866 del fermo di indiziati di delitto e sequestro preventivo d’urgenza – la cooperativa All Services è saldamente entrata nella disponibilità della cordata “romana” facente capo all’imprenditore Pietro D’Ardes, il quale, legato al clan dei Casamonica di Roma, è riuscito a penetrare nell’area portuale di Gioia Tauro, avvalendosi del patto contratto con la potente famiglia mafiosa degli Alvaro e grazie al “via libera” concesso dai Piromalli. La strategia utilizzata da tale gruppo per inserirsi all’interno del porto di Gioia Tauro è stata oggetto di accurata programmazione ed ha quindi trovato esecuzione in diverse fasi. La cooperativa gioiese, l’unica, tra l’altro, che opera in diretta concorrenza con il colosso Mct nel settore del trasbordo dei containers, offrendo anche, in esclusiva, servizi di movimentazione di numerose merci, negli anni passati godeva buona salute economica, con utili di un certo rilievo. Gli interventi e le interferenze da parte del D’Ardes e dei suoi soci hanno dapprima comportato l’azzeramento societario di una cooperativa in espansione, garantendone successivamente l’acquisizione a un prezzo ben al di sotto del suo effettivo valore».

Il 10 aprile 2014 la Cassazione ha reso definitive le condanne dell’operazione, tra cui quella a 11 anni di D’Ardes che, intercettato il 20 marzo 2007, delineando relazioni, contatti e agganci, dirà a proposito del porto: «…io ho mosso gente ad alto livello…anche politico…eh…che ottengono…poiché sono legati a un discorso massonico importante… capito?».

L’ARTICOLO DI Giuliano Ferrara

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