Yuan, gli starnuti planetari del Celeste impero

FRANCESCO MOROSINI
Quando Washington starnuta, il resto del pianeta (in particolare l’Europa) si becca la polmonite: era un detto diffuso anni addietro; e dava bene il senso dei rapporti di forza dell’economia-mondo. Detto che, va riconosciuto, vale tuttora. Tuttavia, la geoeconomia del pianeta negli anni recente è variata molto; e con essa i rapporti di forza; e oggi tra i motori dell’economia-mondo c’è da protagonista la Cina.

Pertanto, senza togliere nulla a Washington, tocca ora agli starnuti di Pechino ad attrarre attenzione. Lo confermano le prime pagine dei quotidiani, economici e no, che raccontano come i prezzi delle materie prime (e i redditi dei paesi loro esportatori) soffrano se il “grande traino” cinese rallenta la sua corsa; analogamente per i mercati valutari.

Peraltro, lo stesso discorso vale pure per l’euro, e per lo yen giapponese, visto che entrambi, seppure controvoglia, potrebbero rivalutarsi come effetto, sia pure indiretto, della contrazione dell’import del Celeste Impero: la ragione è che questa, rendendo più rischiosi moneta e asset finanziari dei paesi che lì vi esportano le loro commodities, può rendere attraenti gli investimenti nella valute di Francoforte e di Tokyo. Insomma, ormai pure un raffreddore economico/monetario cinese potrebbe divenire una pericolosa aviaria finanziaria globale.

Il punto è che Pechino è già una protagonista dell’economia-mondo. In ragione di ciò, merita cercar di capire quale sia la visione geopolitica con cui la Città Proibita interpreta il proprio ruolo globale; in altre parole, come essa, al di là delle contingenze economiche, intenda collocarsi nella “verticale del potere” dell’economia globale, tuttora egemonizzata, in moneta come in finanza, dal dollaro. Una sfida che, inevitabilmente, tocca l’Euroarea.

Aiuta a capirlo la teoria del “ciclo del dollaro” (saggiamente riportata dalla rivista di geopolitica Limes), elaborata dal generale cinese Qiao Liang, alto ufficiale ben collocato ai vertici del sistema politico dominato dal PCC. La prima cosa che merita essere sottolineata, prima di entrare nel merito di questa teoria, è che essa offre, in coerenza con la Scuola del realismo politico, una visione conflittuale delle relazioni internazionali con la Cina come l’emergente sfidante al trono cui ora assidono gli USA. Di qui la sua teoria del “ciclo del biglietto verde”. Il cui punto fondamentale è il riscontro di una sorta di regolarità “politica” dei tassi di cambio del dollaro (dieci anni di svalutazione; sei di rivalutazione) che, in questo oscillare ciclico, produce dei deflussi e dei flussi da e verso gli States tali non solo da produrre agli USA medesimi profitti in entrambi i casi – perché questi movimenti del denaro fanno girare i loro mercati azionari; obbligazionari; dei future -; ma in specie importanti, secondo l’alto ufficiale, perché per questa via Washington, riesce a governare il ciclo economico globale. Potendo così produrre, qualora la Casa Bianca lo ritenga opportuno per ragioni monetarie, geoeconomiche o strategiche, stati di crisi al fine strategico di indebolire i propri antagonisti, locali o globali.

Se si vuole, come sarebbe logico dire essendo il PCC di origini marxiste, si è di fronte a una Teoria dell’imperialismo 2.0; cioè adeguata all’attuale mondo dove l’integrazione economia reale/economia finanziaria è estremamente sofisticata: non a caso essa è centrata sul dollaro. Per Qiao Liang, il teorema è questo: quando scatta l’apprezzamento del dollaro è come se partisse una freccia per colpire, inducendovi fuga dei capitali verso gli USA, ovunque sulle rive del Potomac si veda una minaccia. Condizione necessaria di ciò è che il dollaro sia la “vera” valuta d’uso globale, processo giunto a pieno compimento nel 1973 quando (per Qiao Liang pure per l’inerzia di URSS e Cina) divenne la moneta di riferimento del mondo petrolifero.

Attenzione: il generale non ragiona secondo lo schema del beggar my neighbour policy: faccio quel che serve e peggio per il mio vicino. Questa è semplice realpolitik. Per Qiao Liang, invece, ragionando nello stile marxista che compete a un alto ufficiale dell’Esercito popolare, il ciclo del dollaro da lui evidenziato è un meccanismo oggettivo che consente agli USA di tenere sotto controllo le contraddizioni del loro capitalismo ormai troppo finanziarizzato.

È valida questa visione? Lo diranno gli economisti. Tuttavia, a prescindere da ciò, la sociologia (specie europea) ci suggerisce di utilizzare gli orientamenti conoscitivi e valoriali altrui (nel caso quelli di Pechino) può essere utile per provare a dedurre quali politiche possano derivarne. La prima, visto da Occidente, è che il Celeste Impero ha un quadro proprio dell’economia globale; e il cui punto cardine è che vede nel dollaro, se lasciato “re” delle valute, una potenziale minaccia. A cosa? Alla piena internazionalizzazione – cosa necessaria per un comunismo di mercato com’è ormai il cinese – dello yuan/renminbi: perché essa, avendo la Città Proibita ben altre ambizioni dell’Europa per il suo euro, vuole riscrivere completamente il sistema monetario internazionale. In questo senso a Pechino si pensa, con tutta probabilità, ad una guerra delle monete. Che, tra l’altro, potrebbe avere pure, lo dimostrano ad esempio le saltuarie tensioni Nord Sud Corea (Qiao Liang li richiama apertamente), aspetti militari. Il secolo ha davanti a sé, valida o meno la teoria del ciclo del dollaro, una chiara sfida geo-monetaria. Dinnanzi ad essa, certo, gli USA non staranno inerti. Ma la domanda è: l’Europa è conscia di questi futuribili strategico/militari? No. Ed è un guaio.

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