La Cina non è vicina. È già nel nostro salotto

FRANCESCO MOROSINI
Pechino sembrava annunciare più del crack della Lehmann la tempesta finanziaria perfetta in stile crisi del ’29. Poi, d’incanto, i mercati si sono rasserenati. Certo, molte piazze finanziarie restano “scettiche”, forse fiutando il rischio politico di conseguenti tensioni interne al PCC; ma, comunque, l’armageddon (giudizio finale) sul capitalismo pare ancora una volta sospeso. Tuttavia, i problemi aperti dal rally borsistico cinese restano tutti sul tappeto.

A questo riguardo, qualche legittima perplessità la crea il modo in cui la Banca centrale di Pechino (PBOC), in questo in coerenza con le politiche adottate in situazioni analoghe dalle consorelle occidentali, ha messo le briglie alla crisi: cioè inondando di moneta il sistema. Ovvio che le piazze finanziarie, galleggiando su queste ondate di liquidità (e bassi tassi d’interesse) tengano botta. Ma così, per molti analisti, l’effetto finale del tenere i corsi azionari artificialmente elevati è quello di far rimbalzare i mercati di bolla in bolla.

Ecco perché, se si potesse ipotizzare l’assenza di ricadute tra finanza e il resto dell’economia, contro le bolle la via migliore sarebbe di stringere i cordoni della borsa e lasciare che il mercato riaggiusti al ribasso i valori. Sfortunatamente, invece, le crisi della finanza hanno la tendenza a colpire l’economia cosiddetta reale; e ciò significa problemi di consenso e di ordine pubblico. Per evitarlo, difatti, PBOC e consorelle allargano la borsa.

Quindi, alla domanda del perché lo tsunami finanziario d’Oriente abbia finora evitato i disastri temuti dagli osservatori più pessimisti, la risposta è che esso sia stato neutralizzato dalla “moneta facile” imposta dalla PBOC. Che sa, come le altre Autorità monetarie, che nei mercati la paura fa chiudere i portafogli; e che, quindi, senza la liquidità delle banche centrali l’economia si arenerebbe.

Il problema, purtroppo, è che la terapia ha pure effetti negativi: lo dimostra la “crisi Lehmann” del 2007, un incubo che origina dalla “moneta facile” allora creata dalla Banca centrale degli USA (FED) per arginare sia la crisi delle dot.com (le prime conseguenze finanziarie di internet) che l’attacco alle Twin Towers a New York.

Insomma, le Autorità monetarie conoscono i limiti di questi “pronto soccorso” monetario; ma il rischio politico di una deflagrazione del sistema le obbliga, riprendendo un concetto del già Governatore di Bankitalia Guido Carli, a evitare comportamenti “eversivi” per la tenuta dei mercati la cui sicurezza dipende da esse. Tanto più ciò vale per la PBOC, il cui legame col PCC è di certo politicamente ben più stretto di quello delle banche centrali “capitalistiche” coi rispettivi governi.

Ma almeno la “moneta facile”, in Cina, in Europa, negli USA e ovunque, ci immunizza dalle crisi finanziarie? No, per niente. Anzi, lasciando la partita solo in mano alle banche centrali, c’è la possibilità che le crisi vengano più mascherate che sopite. Piuttosto, come ricorda Donato Masciandaro sul Sole 24 ore, alle nostre economie sovraindebitate necessiterebbe un’azione di ingegneria finanziaria pubblica per separare e gestire sia i debiti “buoni” che quelli “scadenti”, alleggerendo per questa via il sistema economico. Ma sarebbe possibile farlo in Cina?

Dipende dalla capacità di dominio del moderno know how finanziario da parte di Pechino. Ciò significa l’assenza di forme di rigetto “politico” dinnanzi all’applicazione di queste forme di management destinate, se applicate, a modificare le attuali modalità di gestione politica dei mercati. Tuttavia, la vera questione cinese, legata alla precedente, riguarda l’equilibrio interno al PCC: più esattamente il futuro di quel “comunismo di mercato” inaugurato da Deng col motto: “non importa il colore del gatto purché acchiappi il topo”.

Politicamente il detto significa la preminenza dell’economia sulla politica; o, più esattamente, la riscoperta delle sue leggi oggettive sul volontarismo maoista. Storicamente il “modello Deng” ha finora vinto garantendo ai suoi fautori il dominio del PCC. Esso, però, ora deve passare alla fase 2.0: dall’ economia dai tassi di sviluppo eroici (anche a costo di sovrainvestimenti che ne segnano l’attuale crisi) a quella qualitativa creando quel ceto medio “consumista” necessario alla modernizzazione della sua offerta merceologica interna ed internazionale.

Vasto programma destinato a problematizzare i rapporti tra “comunismo” (il tipo di potere del PCC) e “mercato”. Quindi, scampato il pericolo dello tsunami finanziario, le vicende della Cina sono da seguire attentamente: perché è il gigante nel nostro salotto.

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