Il Pd e Venezia. Un congresso vero, per ricominciare

MARA RUMIZ
Se resta il ricordo e un po’ di rimpianto per le vacanze ormai concluse, si attende con impazienza e speranza l’avvento di settembre e con esso la ripresa dell’iniziativa politica, in particolare del centrosinistra, che è la parte in cui mi riconosco.

Abbiamo preso una brutta batosta alle elezioni comunali non solo per i voti presi da Brugnaro ma per il numero, assai alto, di astensioni. Non si può, però, stare in disparte a leccarsi le ferite lasciando campo libero al sindaco e alla sua maggioranza, senza dire nulla, completamente afoni, lasciando la città priva di riferimenti e di voce all’interno delle istituzioni e nel mondo esterno.

Riduttivo sarebbe pensare che tutto si possa risolvere nello svolgimento del congresso del PD, soprattutto se espletato secondo le tradizionali liturgie. Si tratta di un congresso straordinario che riguarda Venezia e da Venezia bisogna ripartire.

Va innanzitutto riconquistata credibilità e autorevolezza e per farlo bisogna tornare, con umiltà, in mezzo alla gente, con capacità d’ascolto ma anche senza paura di dire, di fare proposte, di assumersi responsabilità. Non se ne può più di programmi passati nella candeggina per non scontentare nessuno e per dire/non dire.

Bisogna avere il coraggio di essere radicali nell’individuazione delle scelte, sapendo che essere radicali non significa essere estremisti ma semplicemente meno ambigui e più chiari. Il programma presentato alle scorse elezioni non era un programma sbagliato ma era un programma che diceva poco, che non indicava una chiara direttrice ed era frutto di cento mediazioni.

Certo che ci devono essere mediazioni ma esse devono venire dopo, nel rapporto con i partner e nel confronto /scontro con l’attuale maggioranza in Comune e in Regione. Da un partito, ancora di più dal mio partito, pretendo parole chiare, prese di posizione nette, progetti lungimiranti e non solo per l’oggi e l’indomani.
E non se ne esce se nel partito continueranno a prevalere logiche di cordata, in cui la fedeltà al capo corrente (fedeltà e non lealtà, che è altra cosa) vale di più del merito, in cui ci si schiera e ci si divide non nel merito delle questioni ma sull’appartenenza, in cui l’avversario principale non è la destra ma l’altra componente interna.

Spirito di servizio, senso delle istituzioni, rispetto reciproco, etica, principio della responsabilità, non sono termini desueti e devono costituire le precondizioni al fare politica.

E, poi, ci sono la strategia e i programmi.

In tutti questi anni ci si è mossi sulla base di quell’”idea di Venezia” maturata per iniziativa dell’Istituto Gramsci più di venticinque anni fa, aggiustando di volta in volta il tiro, apportando modifiche di qua e di là, ma senza mai mettere in campo una nuova capacità di analisi e elaborazione.

Da quel 1988 la città e il mondo sono radicalmente cambiati: Marghera non è più quel polo industriale che garantiva occupazione a decine di migliaia di lavoratori; a Mestre è andato in crisi quel modello di terziario che costituiva l’idea per il suo rilancio; Venezia scoppia di un turismo disordinato, non governato che la consuma e le fa cambiare connotazione ogni giorno di più.

Che fare, dunque? Si potrebbe soprassedere, stare alla finestra a guardare ma il PD, seppure in crisi, è l’unica forza del centrosinistra su cui poter costruire una prospettiva.

La scadenza congressuale non è, quindi, solo questione interna, si riflette, piacendo o non piacendo, sull’intero centrosinistra e, di conseguenza, sull’intero quadro politico.

Una nuova fase costituente. Ecco di cosa c’è bisogno. Una costituente che coinvolga tutti quelli che sono di sinistra ma non si sono ritrovati in un partito fatto di fazioni e incapace d assumere decisioni e avviare iniziative; tutti quelli che vorrebbero partecipare alla vita politica ma finora non hanno trovato spazio; associazioni; comitati; singoli cittadini a cui interessa la città e non, semplicemente, una carriera politica. Una costituente che apra un confronto franco, anche aspro, con chi nel territorio vive, lavora, studia, pensa, e ha voglia di futuro.

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