Il rancore di D’Alema e quello di Occhetto. Dov’è, se c’è, la differenza?

GUIDO MOLTEDO
Fabrizio Rondolino può rispondere meglio di qualsiasi altro – nel mondo politico-giornalistico – alla seguente domanda: D’Alema è rancoroso [nei confronti di Renzi &c] come e quanto lo fu [e lo è ancora] Occhetto [nei confronti di D’Alema]? Intanto, però, ci proviamo noi a rispondere [ben sapendo che questo esercizio interessa, forse, a chi appartiene alle generazioni che vissero la svolta e oggi assistono al fall out della rottamazione]

Rondolino era il notista politico dell’Unità incaricato di seguire l’allora segretario del Pci, Achille Occhetto. Incarico delicato e ambito, tra i giornalisti dell’organo del partito, ancora un grande partito. Seguì Occhetto in quasi tutta la fase della “svolta”, fino a che non fu sostituito da Alberto Leiss, credo perché il segretario non si fidasse più di Rondolino (non ne sono sicuro, ma non è importante adesso).

Sta di fatto che Fabrizio entrò presto nel giro di D’Alema, fino a seguirlo a palazzo Chigi, nel breve periodo in cui fu presidente del consiglio. Con Claudio Velardi, Marco Menniti, Nicola Latorre – le quattro crape pelate alla Lothar – Fabrizio Rondolino ebbe un ruolo importante, non solo nel percorso che avrebbe portato D’Alema da numero due del Pds alla segreteria del partito e poi alla presidenza del consiglio, ma anche nella parallela e contestuale campagna di “rottamazione” condotta ai danni di Achille Occhetto.

Infatti il leader della Bolognina non fu semplicemente indotto a dimettersi dopo la sconfitta inflittagli da Berlusconi, ma divenne oggetto di un’operazione, riuscita, che andava avanti da tempo, tesa a delegittimarlo come figura di rilievo nel partito, anche una volta che avesse lasciato la segreteria.

Nessuna riconoscenza per un’operazione politica che avrebbe consentito a un erede del Pci di diventare presidente del consiglio (D’Alema) e a un altro presidente della repubblica. Il coraggio della svolta, che allora nessun altro dirigente del Pci avrebbe avuto, fu raccontata come la decisione impulsiva di un audace un po’ fuori di testa, che avrebbe dovuto essere condotta con ben altro senso politico.

A sentire chi l’avrebbe poi deposto, la strada maestra sarebbe dovuta essere una convergenza con il Psi di Craxi. Avesse dato retta, Occhetto, a questi saggi e ponderati consigli, quel che restava del Pci sarebbe diventato un reperto di archeologia politica come gli altri Pc europei e un altro pezzo sarebbe finito gloriosamente nella gioiosa macchina da guerra, quella di Bettino.

Ma qui non stiamo a rifare la storia di un’epoca che chi l’ha vissuta, la ricorda ognuno con i propri sentimenti, pensieri e passioni.

Interessa parlarne, però, perché certi processi e riti staliniani, che oggi si definiscono con il termine rottamazione, costruiscono uno dei fili rossi attraverso i quali raccontare la storia della sinistra italiana, e non solo. È il principio secondo non si sconfigge l’avversario, lo si distrugge, principio praticato e rinnovato periodicamente, fino ai nostri giorni.

D’Alema, nelle sue ripetute e puntigliose reazioni a Renzi, sembra non solo preoccupato di diventare marginale, anzi irrilevante, ma soprattutto di passare, così vogliono farlo passare, come un perdente, come l’emblema di una classe politica che ha portato l’Italia dove è adesso.

Sa bene, D’Alema, di che si tratta, sa bene come funzionano questi meccanismi distruttivi.
Occhetto non solo fu fatto fuori, ma alla sua detronizzazione seguì una narrazione che irrimediabilmente tendeva e tende a dipingerlo come l’incarnazione della sconfitta, anche schernendo le sue reazioni umane, gli scatti di rabbia e d’umore, descritti e amplificati maliziosamente tra i cronisti politici da compagni che avrebbero dovuto tutelare la figura del segretario – così si usava allora e quindi il rovesciare quello stile rendeva più ghiotta e cattiva la maldicenza – come le reazioni nevrotiche di un perdente rancoroso e livoroso.

Non era l’ira di Achille, ma il rancore di Occhetto, la sua era la fragilità di un uomo, pertanto inadatto a vestire i panni del leader, per definizione privo di emotività. La sua sacrosanta rabbia, di un capo pugnalato dai suoi compagni e poi indicato con ludibrio alla pubblica piazza, era la riprova che la svolta stessa era stata una mossa azzardata, da correggere, da raddrizzare.

Nei confronti di Occhetto le pratiche staliniane, grazie anche ai Lothar, si fecero dunque più sofisticate. E se la lotta politica in Italia si mescola ormai con crescente disinvoltura a operazioni di character assassination, lo si deve anche al modo in cui fu liquidato l’ultimo segretario del Pci.

D’Alema non dovrebbe, proprio lui, lamentarsi che ora quel gioco funzioni contro la sua figura. Anche se può consolarsi del fatto che, nei suoi confronti, non si muovono oggi abili personaggi border line tra politica e comunicazione come Velardi e Rondolino. Sono, quelli di oggi, solo dei dirigentini paracadutati da un giorno all’altro dalle schermaglie di una piccola città ai duri scontri nei palazzi di Roma, dove tuttora abitano diverse vecchie volpi della politica.
Certo, come diceva Craxi ad Andreotti, “prima o poi tutte le volpi finiscono in pellicceria” ma intanto bisogna dire che la pelliccia di D’Alema è più coriacea di quanto immaginino i leaderini del Pd, non solo per via del suo dna.

Anche se D’Alema è platealmente rancoroso con Renzi, più di quanto non lo sia stato Occhetto nei suoi confronti, egli non appare tale: è narrato dai giornali come un combattente che non si piega. E forse lo è davvero, non solo perché, appunto, i rottamatori di oggi non hanno nulla della scaltrezza e della scuola di Velardi e Rondolino, ma soprattutto perché D’Alema parla a una platea mentre Occhetto no.

La chiusura del Pci divenne un tabù, e lo divenne anche per i tanti che l’accettarono o perfino che la vollero convintamente. Perfino gli “occhettiani” difesero flebilmente Occhetto, alcuni, probabilmente, con l’idea di rimpiazzarlo. Fu solo.

D’Alema sente di non essere solo, perché è l’emblema sacrificale di un’intera classe politica. Ironia della storia, è finito per questo nel mirino di un nuovo Occhetto. Un Occhetto che di Achille ha ben poco se non quella stessa irruenza innovatrice che nell’89 consentì ai comunisti italiani di reinventarsi un’altra storia, anche se non altrettanto appassionante rispetto a quella lasciata alle spalle (per giunta con il tabù di cui abbiamo detto).

Alla fine, però, Occhetto sarà pure raccontato come un perdente solitario, ma la Bolognina troverà una pagina nei libri di storia. Renzi sarà pure un vincente (per ora) ma fino adesso non ha lasciato nessuna orma da restare impressa nella storia. D’Alema? Rischia di sparire dalle cronache, ma ancor di più dalla storia.
Si dirà: può fare leva sui “nostalgici” di vario stampo. Proponendosi come l’alfiere della sinistra malmenata dai renziani?

La demonizzazione di Occhetto funzionò e tuttora funziona perché chi lo fece fuori allora (non il fronte del no, che l’avversò apertamente) diffuse l’insinuazione poi diventata luogo comune che la sua svolta aveva distrutto non solo il Pci. Anche la sua storia. D’Alema non può fare lo stesso adesso con Renzi: Matteo non è Achille, anche se loro malgrado si somigliano politicamente, e il Pd non è il Pci. Chi mai scenderà nella trincea dalemiana per difendere il Pd “originario”?

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