Una trappola per Sid. Per far fuori Hillary

GUIDO MOLTEDO
Quando incontrai la prima volta Sidney Blumenthal, a casa sua, a Boston, inizi anni Ottanta, era da poco uscito il suo libro, rimasto famoso a partire dal titolo stesso: “The Permanent Campaign”. Sid, come lo chiamano parenti e amici, stava allora diventando un giornalista di rango nazionale, grazie a quel libro, dopo aver militato in due settimanali alternativi locali, The Boston Phoenix e The Real Paper.

Sid aveva già capito tutto allora, e per questo era interessante incontrarlo e intervistarlo. Aveva capito che la lotta politica era diventata una campagna elettorale infinita, destinata a durare anche una volta eletti. Per essere rieletti. Quindi governare con lo stesso stile con cui si gestisce una campagna elettorale. E già allora, le campagne elettorali statunitensi pullulavano di personaggi che nel tempo, anche qui da noi, sarebbero diventati cruciali nella lotta politica: gli strateghi, i sondaggisti, i comunicatori. E già allora una simile torsione della lotta politica produceva una forte personalizzazione e, con essa, un incattivimento dello scontro, a suon di colpi bassi, insinuazioni, pettegolezzi diffusi come retroscena. La cosiddetta “negative campaign”. E già allora sbagliava chi raccontava la competizione politica americana alla stregua di una perenne campagna pubblicitaria nella quale la politica e i contenuti non contavano niente e contava solo l’immagine, e i candidati erano “venduti” come prodotti in vetrina.

Sid, come altri politologi, avvertivano e spiegavano che i consulenti che organizzano le campagne elettorali sono innanzitutto dei politici, politici schierati, tutt’altro che indifferenti alla collocazione del loro “cliente”, insomma, non sono affatto dei pubblicitari neutrali prestati alla politica. Certo, la lotta politica moderna mutuava molti modelli e comportamenti dalla pubblicità e dal marketing ma aveva in realtà ben poco a che vedere con l’una e con l’altra. Era un’evoluzione, o un’involuzione, a seconda dei punti di vista, della lotta politica. Poi con internet si sarebbe andati ancora più in là, ma tanto era vero ed è vero che la comunicazione è tutto in politica, è la politica, che anche la vecchia comunicazione – il porta a porta, i comizi, gli incontri – ha continuato ad avere un ruolo altrettanto importante, non meno importante, comunque, che in passato.

A distanza di tanti anni da allora, le numerose volte nelle quali ho rivisto Sid o ho parlato con lui, mi è sembrato che egli fosse la perfetta incarnazione di quello che si legge nel suo libro di trentacinque anni fa e che fosse diventato da giornalista e analista – come si dice nel gergo giornalistico americano – un perfetto consigliori (Tom Hagen/Robert Duvall nel Padrino), o consigliere (da Machiavelli): il più intimo e fidato tra i tanti che popolano la cerchia intorno a un personaggio politico di peso.

Sid è sicuramente l’ultimo a essere sorpreso che oggi sia finito sotto i riflettori e che le sue email con Hillary siano divulgate dai media e agitate dagli avversari di Clinton, un modo evidente per fare deragliare la campagna della candidata favorita nella corsa presidenziale statunitense.

Lo scorso marzo, quando la vicenda delle email di Hillary Clinton iniziava ad assumere i contorni di uno scandalo politico potenzialmente devastante, avendo conosciuto e un po’ frequentato Sid negli anni, fu facile supporre che egli fosse al centro della vicenda e che della vicenda rappresentasse il punto veramente critico.

Pur cercando di minimizzarle pubblicamente, Clinton non ha mai sottovalutato, fin dal loro emergere, le rivelazioni sull’impiego da parte sua di un account privato, invece che quello ufficiale, per la corrispondenza elettronica nelle sue funzioni di segretario di stato. Quella che sembrava una leggerezza da parte sua, in realtà presentava evidentemente più di un’insidia incontrollabile e pericolosa. Consegnando il malloppo di email agli inquirenti, non avrebbe corso solo il rischio di vedere rivelate imbarazzanti condotte da parte sua nelle vesti di capo della diplomazia (sottoposte al segreto di stato) che avrebbero incrinato seriamente la sua immagine di statista. Il problema è che sarebbero stati divulgati carteggi che avrebbero messo a nudo modalità operative, comportamenti e relazioni non irreprensibili e comunque tali da ferire la sua reputazione e dunque compromettere seriamente la sua postura presidenziale.

Quale politico non vorrebbe un consulente come Blumenthal? Molti consigliori sono altrettanto machiavellici, cinici e feroci ma non altrettanto talentuosi. Ma oggi di Blumenthal si parla, come di una canaglia della politica, sulla base delle sue numerose email inviate a Hillary, scritte con contenuti e tono tipici di una corrispondenza destinata a essere privatissima e ora data in pasto ai media. Sid è prodigo di consigli e suggerimenti, che Hillary apprezza e sovente condivide con Bill, a volte sollecita pure.

D’altra parte Sidney è anche più che un confidant di Hillary. Dopo la brillante carriera giornalistica che lo portò a Washington, Blumenthal passò dall’altra parte, diventando il principale assistente del presidente Clinton. Fu lui a gestire con i media la delicata vicenda Lewinski. I Clinton sono in debito con lui per la notevole abilità con cui Sid seppe contrastare quella che poi avrebbe definito “la vasta cospirazione” della destra per far fuori Bill.

Da allora il rapporto con Bill e Hillary è durato e si è rafforzato, complice anche la condivisione di una vicenda così intima come il caso Lewinski.
Blumenthal ha lavorato per Hillary nella campagna presidenziale del 2008 e fu proprio Sid il regista degli attacchi più bassi contro Obama nella fase della sua ascesa. La storia del rapporto di Barack giovane con il pastore Wright, il predicatore che sbraitava, urlava contro i bianchi e non risparmiava tirate al limite dell’antisemitismo, fu fatta diffondere proprio da Blumenthal. E non sorprende se, quando Hillary fu nominata segretario di stato e volle al suo fianco Sidney, fu stoppata da Rahm Emanuel e da David Axelrod, i principali consiglieri di Obama.

Fu così che Hillary dovette rinunciare ufficialmente all’aiuto di Blumenthal e pensò bene di crearsi un suo account di posta elettronica per poter continuare ad avere il suo sostegno e il suo consiglio.

Blumenthal si è fatto innumerevoli nemici con il suo stile tosto e con la sua irresistibile inclinazione a inviare in giro email molto franche per delegittimare e distruggere gli avversari, e tra questi anche vecchi amici, come il giornalista liberal Eric Alterman, colpevole di aver recensito severamente il libro del figlio Max, Goliath, che attacca con virulenza estrema Israele (e in diverse email dirette a Hillary le raccomanderà la lettura del libro di Max).

Non stupisce leggere, tra le trecento email inviate a H., quanto scrive, nel 2010, a proposito di John Boehner, lo speaker della Camera appena passata in mano repubblicana: “sordido, pigro e alcolizzato”. E non stupisce che oggi sia proprio lui, Boehner, il più fermo nel sostenere l’inchiesta sull’emailgate clintoniano.

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