Odessa, i molti volti di una città contesa

MARIO GAZZERI
Mosaico etnico, centro multiculturale, città martire, fonte battesimale dei primi moti rivoluzionari antizaristi. Numerose sono le definizioni di Odessa, perla del Mar Nero e spartiacque tra Europa e Asia, che si richiamano alla sua anima russa, ucraina, ebraica ma anche francese ed italiana, più di quanto non si creda.

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Un porto che fin dall’antichità, quando era ancora un piccolo approdo fondato dai mercanti stranieri, calamitava assieme al commercio di greci e armeni, cultura ed usanze di altri popoli rivieraschi e mediterranei destinate a forgiare quel particolare “spirito odessita” cantato da poeti e scrittori, da Pushkin a Isaac Babel’.

Ancora oggi percorsa da fremiti di nazionalismo filorusso, innescati dall’annessione della vicina Crimea a Mosca nel 2014, l’atmosfera della città ai primi del secolo scorso rivive anche grazie ai Racconti di Odessa di Babel’, ripubblicati recentemente in Italia (Bur, Classici moderni) con una lunga e appassionata introduzione della curatrice Rossana Platone, docente di lingua e letteratura russa all’Orientale di Napoli e quindi all’Università degli Studi di Milano.

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Considerato uno dei massimi esponenti della letteratura ebraica dell’Europa orientale, Babel’ (che nel 1940 sarà accusato da Beria di “spionaggio e tradimento” e fatto fucilare per ordine di Stalin) canta le “gesta’” dei piccoli-grandi ras della Moldavjanka, quartiere-ghetto degli ebrei di Odessa, ribelli e anarchici, eroi locali interpreti di un diffuso sentimento antistatale. Ma anche ebrei commercianti, insegnanti e soprattutto musicisti. Ogni bambino israelita di Odessa sa suonare uno strumento e questo, molti anni dopo, durante l’esodo degli ebrei della città verso Israele, avrebbe dato origine allo scherzoso detto secondo cui “se un ebreo russo arriva in Israele senza un violino, vuol dire che è un pianista.”

Quella Odessa, quell’umanità dolente ma viva che ricorda i personaggi onirici e romantici di Chagall, ovviamente non esiste più. Ma restano ancora numerose le tracce di quel cosmopolitismo caotico e creativo che nella stessa epoca, in un altro mondo, fu chiamato melting pot.

Francesi, polacchi, italiani dettero il loro contributo allo sviluppo della città nel settore commerciale e in campo artistico. In particolare l’Italia ha lasciato nella città una sua cifra stilistica, come a San Pietroburgo, grazie ai suoi architetti. Ancora oggi, visibile ed integra, si può ammirare la celebre scalinata che degrada verso il mare (la Potiomkinskij Skhidtsi) , disegnata dall’architetto italiano Francesco Carlo Boffo nel 1815 e scelta dal regista Serghiei Eizensteijn per la scena madre della Corazzata Potiomkin. Quella corazzata (tecnicamente un incrociatore corazzato), il cui equipaggio si ammutinò proprio mentre l’unità da poco varata nei cantieri di Sebastopoli incrociava davanti ad Odessa, in quel periodo teatro di violenti scontri anti-zaristi.

E, in effetti, il clima quasi mediterraneo e la dolce atmosfera dei viali della città, non devono trarre in inganno. Accanto alle tracce di un passato operoso e ricco, convive una memoria di profonde ferite anche recenti che hanno fatto di Odessa una città martire. Tra il 1853 e la caduta di Sebastopoli, due anni dopo, la città subì i disastrosi cannoneggiamenti delle flotte francese ed inglese.

Se la Guerra di Crimea fu una sconfitta per l’impero russo, per Odessa si risolse in una devastante distruzione. Poi le stragi dei rivoltosi da parte delle truppe zariste nella Rivoluzione d’Ottobre e i pogrom contro gli ebrei della città portuale, prima e dopo la Grande Guerra.

Ma, nel 1941, furono i romeni del maresciallo Antonescu, agli ordini dei loro padroni tedeschi, a compiere nella regione uno dei peggiori massacri dell’ultimo conflitto. A seguito di un attentato che aveva fatto quaranta vittime tra gli invasori, furono massacrati nella regione oltre centomila ebrei, un quarto dei qauli nella sola Odessa. Eppure, la poesia della perla del Mar Nero resiste quasi immutata e, come scrisse Isaac Babel’ circa un secolo fa, ancora oggi i negozi e i viali della città “odorano di molti mari e di vite a noi sconosciute”.

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