L’8 settembre del Pd, ma non cesseranno le ostilità

RODOLFO RUOCCO
Per Matteo Renzi è massima allerta. A settembre può succedere di tutto sulla riforma costituzionale all’esame del senato: scissione del Pd, crisi di governo, nuovo esecutivo, elezioni anticipate. Dall’8 settembre la minoranza del Pd e le opposizioni sono pronte a dare battaglia sugli emendamenti al disegno di legge costituzionale dell’esecutivo.

Gli emendamenti, grazie alla straordinaria inventiva del leghista Roberto Calderoli, sono una cifra iperbolica: oltre cinquecentomila. Ma i più insidiosi per Renzi sono i circa venti della minoranza democratica e quelli, in particolare, che mirano a chiedere il ritorno all’elezione diretta dei senatori (Palazzo Madama e la camera hanno già votato un testo che stabilisce l’elezione indiretta da parte dei consiglieri regionali).

Le opposizioni fanno i conti e cantano vittoria: per il ritorno alla elezione diretta scommettono su una maggioranza di 166-176 senatori su 320 e il governo sarebbe battuto. Alle opposizioni si sommerebbero i venticinque senatori della minoranza democratica, che hanno presentato gli emendamenti per mantenere l’elezione diretta del senato da parte dei cittadini.

Il presidente del consiglio e segretario del Pd ha ribattuto di “avere i numeri” al senato. Non vuole rinunciare al superamento del bicameralismo perfetto, è una riforma centrale del suo governo. Renzi è disponibile a dei “miglioramenti”, ma non intende cambiare il sistema elettorale indiretto, basato su un “radicamento regionale” del nuovo senato.

Contatti, colloqui, incontri si susseguono per cercare una mediazione tesa a salvare l’unità del Pd. Una ipotesi è quella di un listino nel quale gli elettori possano indicare i consiglieri regionali destinati a divenire senatori.

Tuttavia per ora prevale lo scontro. Pier Luigi Bersani, alla Festa dell’Unità di Milano, ha sollecitato una mediazione: «Renzi è segretario del partito e avrebbe il compito di cercare una sintesi nel Pd e non fare le riforme con i transfughi». L’ex segretario democratico è allarmato per l’insieme delle riforme dell’esecutivo: «È una deformazione seria del processo democratico. Non viene fuori un uomo solo al comando, ma un uomo solo al guinzaglio. Di chi? Di chi ha le risorse economiche». Tuttavia ha ripetuto il no a ogni ipotesi di rottura: «Scissione? Tre volte mai».

Nel Pd ai primi di agosto c’è stato anche chi, a quarant’anni dalla ritirata delle truppe Usa da Saigon, ha minacciato una guerriglia parlamentare al senato stile Vietnam. Bersani ha picchiato duro: «Se qualcuno, a freddo e strumentalmente, si inventa dei Vietnam e dei vietcong, si è autorizzati a giustificare il napalm».

Una emorragia a sinistra nel Pd già è avvenuta e potrebbe proseguire con conseguenze pesanti. Stefano Fassina, Pippo Civati e Sergio Cofferati nei mesi scorsi hanno lasciato il Pd, accusando Renzi di “una deriva a destra”. Adesso qualcuno ha suonato l’allarme rosso. La minoranza del Pd è al bivio, o no alla scissione. Il deputato Alfredo D’Attorre non ha escluso una rottura in autunno. Gianni Cuperlo, uno dei leader della sinistra democratica, ha scritto una preoccupata lettera a l’Unità: teme che “ci si possa trovare distanti o separati senza neppure dirselo”.

Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di modificare l’Italicum, la riforma elettorale maggioritaria del governo legata alla revisione costituzionale. Tra i “ribelli” del Pd, nei centristi al governo e in Forza Italia c’è chi sollecita di assegnare il premio di maggioranza non alla lista elettorale, ma alla coalizione che conquisti il quaranta per cento dei voti alle politiche. Le due modifiche, elezione diretta dei senatori e premio di maggioranza alla coalizione e non al partito più grande, punterebbero a non concentrare troppi poteri nelle mani del premier.

Non solo. In questo modo Silvio Berlusconi avrebbe maggiori possibilità di riaggregare il centrodestra frammentato in sette pezzi: Forza Italia, Lega Nord, Nuovo Centrodestra, Fratelli d’Italia, Conservatori e Riformisti (fittiani), Ala (verdiniani), La Destra. Anche tra i renziani c’è chi vede di buon occhio la modifica pro coalizione perché adesso, se nessun partito raggiungesse il quaranta per cento dei voti, si andrebbe al ballottaggio e potrebbe vincere a sorpresa il M5S o la Lega Nord.

Ma Renzi vuole “tenere botta” e andare avanti. Qualche giorno fa è tornato a bocciare l’elezione popolare dei senatori: «Mi fanno ridere quelli che dicono che se non c’è l’elezione diretta non c’è democrazia. Non è che se si vota di più c’è più democrazia: quello è il Telegatto». Ha ironizzato sugli oltre cinquecentomila emendamenti: «Ci portano mezzo milione di emendamenti: una risata li seppellirà».

Il presidente del consiglio e segretario del Pd cerca una mediazione come Bersani, ma ha lasciato pochi spazi a dei cambiamenti: «Siamo aperti al confronto, a una discussione. Ma senza permettere di mettere veti». Ha lanciato una sfida: «La presentazione di emendamenti sulla riforma costituzionale non cambia niente. Si voteranno e vedremo chi ha i numeri». Vuole realizzare la riforma costituzionale per velocizzare le decisioni parlamentari (viene ridotto il ruolo politico e il numero dei senatori). Intende modernizzare la macchina istituzionale battendo “i gufi” e “la palude”.

Respinge le accuse di voler essere “un uomo solo al comando” e chiede “lealtà” alla minoranza del partito. Punta ad affrontare il referendum confermativo sulla riforma costituzionale nel 2016. Comunque, è pronto ad ogni evenienza. Sun Tzu, il generale e filosofo dell’impero cinese vissuto intorno al V secolo Avanti Cristo, sosteneva nel trattato di strategia militare Arte della Guerra: «Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità».

LA NOTA POLITICA

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