La memoria corta degli ungheresi

MARIO GAZZERI
In questi giorni si sarebbe portati a pensare che gli ungheresi soffrano di una rimozione collettiva di alcuni penosi ricordi della loro storia. E parliamo di una storia non recentissima ma che segnò comunque quel paese e l’Europa nella seconda metà del secolo scorso.

Foto dell'archivio Mario De Biasi http://mariodebiasi.altervista.org/

Foto dell’archivio Mario De Biasi http://mariodebiasi.altervista.org/

Dopo il novembre del 1956, infatti, a seguito della spietata repressione della rivolta di Budapest da parte dei sovietici, oltre duecentomila profughi ungheresi furono costretti ad abbandonare il paese e vennero accolti a braccia aperte da gran parte dei paesi dell’Europa occidentale. E tutto ciò indubbiamente stride con il trattamento riservato in queste settimane ai profughi siriani, iracheni ed afghani giunti nel paese magiaro.

La piccola, neutrale Svizzera accolse ventimila di quei rifugiati, l’Italia oltre cinquemila. L’entusiasmo che la rivoluzione ungherese aveva suscitato e il dolore per la sanguinosa repressione erano tangibili; chi scrive ricorda ancora quando, bambino, fu testimone dell’incredibile ovazione tributata al teatro Argentina di Roma al pianista ungherese Geza Anda. Il concertista fu richiamato sul palco almeno dieci volte mentre il pubblico scandiva, ritmandole, frasi come “Ungheria, libertà!”. Il mondo era irrimediabilmente diviso in due e l’Occidente non era sembrato mai così unito come in quelle settimane dell’autunno del ’56.

Come è noto, ci pensarono inglesi e francesi a spezzare, seppur indirettamente, questa incredibile ondata di attenzione e solidarietà verso la rivoluzione ungherese attaccando, assieme agli israeliani, l’Egitto di Nasser che aveva da poco nazionalizzato il Canale di Suez. La notizia dell’intervento anglo-franco-israeliano, poi bloccato con estrema decisione dagli Stati uniti che temevano un’estensione del conflitto, giunse come un fulmine a Budapest dove i capi della rivolta capirono come l’Ungheria non fosse più una priorità per l’Occidente. Anche la stampa sembrò lentamente prenderne le distanze e, come ricorda Enzo Bettiza, perfino da un punto di vista lessicale la rivoluzione venne ridimensionata e la rivolta fu derubricata nell’espressione “i fatti d’Ungheria”.

Non sempre però i profughi, anche quelli “di ritorno”, che richiedono cioè asilo al loro Paese d’origine, sono accolti in uno spirito di fratellanza ritrovata. Ciò non accadde, nel 1945, ai tedeschi che dall’est della Germania fuggivano ad ovest di fronte all’avanzata sovietica né, tantomeno, ai profughi italiani di Istria e Dalmazia spesso insultati, nel porto e nella stazione di Venezia e altrove, ed ingiustamente additati ai presenti come “fascisti”.

È, questa, una dinamica sociale oggetto di studio di sociologi e di psicologi che, come Wilhelm Reich, studiarono a fondo le forze inconsce delle masse. Un fenomeno che ricorda da vicino l’incomprensibile, ostile reazione cui molto spesso nella storia sono stati vittime i reduci di guerra. Basta ricordare, al riguardo, le irresponsabili violenze contro molti reduci della prima guerra mondiale (in Italia alcuni militari vennero uccisi solo perché portavano una divisa) o, più recentemente, l’insofferenza se non l’ostilità negli Stati Uniti verso i reduci del Vietnam.

Secondo alcuni psicologi, i profughi vengono a turbare l’equilibrio penosamente ritrovato da una comunità sociale che tende, ubbidendo ad un imperativo dell’inconscio di massa, ad espellerli in quanto agenti in grado di ‘infettarla’. I reduci, dal canto loro, sarebbero la prova vivente, e insostenibile, di un passato doloroso che si vuole dimenticare.

Per quanto riguarda l’Ungheria, tuttavia, una buona notizia delle ultime ore, può essere accolta come un augurio e una speranza di ritrovata umanità. L’ex premier socialista Ferenc Gyurcsany ha deciso di ospitare, in casa propria, una famiglia di profughi sfidando il governo di estrema destra di Orban: “Ed ora mi arrestino pure…”.

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