Petromonarchie sott’accusa. Bombardano ma non accolgono profughi

MARIA LUNA MOLTEDO
#Welcoming_Syria’s_refugees_is_a_Gulf_duty è l’hashtag twittato più di 33mila volte che invita gli stati del Golfo ad accogliere i rifugiati siriani. La campagna su Twitter è volta a sensibilizzare quella parte di mondo, la più vicina all’area della tragedia umanitaria in corso, a contribuire all’accoglienza e agli aiuti.

Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Bahrain hanno, fino ad ora, chiuso le porte ai profughi siriani che scappano dalla povertà e dalla guerra ed è per questo che anche sui social si è scatenata una mobilitazione in arabo e in inglese. Che si somma alle severe prese di posizione di organizzazioni umanitarie internazionali.

Da quando è iniziata la guerra in Siria, nel 2011, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha presentato  63 domande di asilo di rifugiati siriani agli stati del GCC, di cui solo 33 hanno avuto sono state portate a termine con successo, e, delle restanti, come riporta il Financial Times, nessuna domanda  è stata formalmente respinta.

Oltre ad essere confinanti e/o vicini alla Siria, i Paesi del Golfo sono ricchi, con grandi risorse. Hanno redditi pro capite anche dieci volte superiori a quelli di paesi come la Giordania, che accoglie oltre 600.000 rifugiati o il Libano, che ne accoglie oltre un milione e duecentomila (cifre che in termini relativi rispetto alla loro popolazione sono elevatissime).

Nel frattempo l’aviazione saudita interviene pesantemente nel vicino Yemen, con effetti collaterali drammatici simili a quelli registrati in Siria e Iraq. Anche qui grandi esodi (oltre centomila displaced). E, come rileva il Financial Times, circa trentamila  yemeniti e 9.880 cittadini di paesi terzi sono stati registrati in Arabia Saudita. Anche l’Oman ha registrato cinquemila arrivi dallo Yemen.

I governi del Consiglio del Golfo (Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Kuwait, Oman e Bahrain ) ribattono alle accuse sostenendo che già molti siriani sono presenti nei loro paese come lavoratori e non come profughi. L’Arabia Saudita sostiene di averne 500.000. Da notare che Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Kuwait, Oman e Bahrain, accusati da Amnesty International di non aver accolto i rifugiati siriani non sono firmatari del United Nations Refugee Convention.

Sostengono inoltre di finanziare le strutture di accoglienza negli altri paesi. Il tema non detto, e celato dietro non meglio specificate ragioni di sicurezza, riguarda la domanda: questi profughi scappano dalla guerra e dalle sue devastazioni o fuggono dall’Isis? Tra questi ultimi si possono infiltrare anche sostenitori dell’Isis stesso, arcinemico del governo saudita ma al tempo stesso foraggiato e sostenuto da potenti clan sauditi?

Amnesty International ha attaccato duramente  i Paesi del Golfo per aver “offerto zero posti per il collocamento dei rifugiati siriani”. Accuse analoghe sono state mosse da Kenneth Roth, direttore di Human Rights Watch.

L’UNHCR, l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha fatto un appello a tutti gli Stati membri dell’Onu affinché si rendessero disponibili ad accogliere i profughi e i soli a non rispondere a tale richiesta sono stati proprio i Paesi del Golfo.

Il Financial Times sottolinea il fatto che i siriani in fuga sono prevalentemente sunniti e provengono da aree dove è presente Isis. L’Arabia Saudita è preoccupata per la sicurezza, considerato il fatto che sono già stati teatro di attentato da parte dei jihadisti dell’Isis attivi in Siria ed Iraq e che un afflusso enorme di profughi potrebbe destabilizzare l’assetto interno.

Va anche rilevato, tuttavia, che in passato un gran numero di palestinesi, yemeniti e libanesi è stato accolto nei paesi del Golfo in seguito alle guerre e ai conflitti nei loro paesi.

Inoltre, se da una parte le porte dell’accoglienza sono chiuse, dall’inizio dell’anno, l’Arabia Saudita ha donato 18 milioni di dollari al United Nations Syria response fund; 304 milioni di dollari sono arrivati dal Kuwait. Da un’analisi di Bloomberg emerge che gli Emirati Arabi Uniti preferiscono mantenere, finanziandoli, i campi profughi di altri paesi, in prossimità dei confini siriani. La stragrande maggioranza dei siriani sfollati è sunnita.
Gli Emirati Arabi hanno anche finanziato il più grande campo profughi in Giordania. In totale, secondo ReliefWeb, gli Stati del Golfo hanno contribuito direttamente e indirettamente con più di 900 milioni di dollari.

Fino a pochi giorni fa, l’Europa è sotto i riflettori con l’accusa di adottare una politica troppo restrittiva nei confronti di questo dramma, adesso è il Golfo sotto esame. E risalta ancor di più il contrasto mentre la Germania stanzia sei miliardi di euro per l’accoglienza dei migranti e assieme alla Francia si prepara ad accettare circa metà dei 120 mila richiedenti asilo.

Stando agli ultimi numeri del piano Ue alla Germania saranno assegnati 31 mila richiedenti protezione internazionale, mentre Parigi ne accoglierà 24 mila e la Spagna 15 mila (i tre Paesi assieme totalizzeranno circa il 60%).
Su The Guardian è stato citato uno studio dell’Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) da cui si evince che i paesi che ospitano alte percentuali di immigrati tendono ad avere migliori risultati di integrazione.

Ovviamente i tassi di disoccupazione degli immigrati sono più elevati nei paesi più colpiti dalla crisi economica come Grecia, Portogallo e Spagna. E più bassi in Svizzera, Norvegia, Lussemburgo e Germania. Ma i paesi che danno agli immigranti un migliore accesso alla formazione – come la Norvegia, la Danimarca, e la Svezia – sono, paradossalmente, i paesi in cui i migranti si sentono  insoddisfatti.

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