Medio Oriente e Balcani, confini artificiali forieri di guerre

MARIO GAZZERI
La tormentata fuga dei siriani dal loro paese, sconvolto da quasi cinque anni di guerra civile, si sta trasformando in un esodo che potrebbe interessare altri quattro milioni di cittadini (oltre ai quasi tre che tra profughi, dispersi e morti, già mancano all’appello). Lo sostengono fonti ufficiose del governo statunitense mentre proiezioni meno attendibili parlano di cifre ancora maggiori.

Una diaspora destinata a “svuotare” la Siria di oltre un quinto della sua popolazione e a ridefinire l’identità stessa del Paese mediorientale nato, come il vicino Iraq, sulle ceneri dell’Impero Ottomano per volontà di Gran Bretagna e Francia ancora in piena espansione imperiale ai tempi della pace di Versailles del 1919.

La visione politica e geostrategica delle delegazioni di Londra e Parigi a Versailles, sembrò non voler considerare, più di tanto, il pericolo degli esplosivi “mix” etnico-religiosi che la nuova sistemazione del Medio Oriente, così come quella dei Balcani, avrebbe comportato. Le decisioni prese al riguardo incontrarono il benevolo assenso del “visionario” presidente americano Woodrow Wilson che, in quella sede, si limitò a bloccare solo l’assurda proposta di Parigi di creare uno stato-cuscinetto oltre il Reno, in territorio germanico, per prevenire ogni futura possibile minaccia tedesca alla Francia.

Chi sostiene che i semi dei conflitti che sconvolgono o hanno sconvolto il Medio Oriente e i paesi balcanici siano stati gettati nel 1919 a Versailles fa sicuramente un’affermazione azzardata. Ma un grano di verità in quel che dice, forse c’è.

Pedina e merce di scambio del “Grande gioco” mediorientale furono in particolare i curdi ai quali fu promesso uno stato (per altro limitato al Kurdistan turco) col trattato di Sèvres, “fragile come le sue porcellane” si disse già allora, promessa poi rinnegata nel successivo trattato di Losanna a seguito delle minacce della nuova Turchia di Kemal Ataturk. Quanto ai curdi della Mesopotamia settentrionale, città come Kirkuk e Mossul, importanti centri petroliferi, furono inglobate nel nuovo Iraq sotto tutela britannica. In Siria ebbero campo libero i francesi che (unificando tra il 1920 e il ’26 cinque province della Grande Siria) si distinsero tra l’altro nella creazione di un nuovo stato , il Libano, vera e propria bomba ad orologeria abitata da sunniti, sciiti, ebrei e cristiani maroniti che sarebbe esplosa a metà degli anni ’70 in una guerra civile destinata a durare quindici anni.

Pochi anni prima di Versailles, il ministro degli esteri britannico Arthur Balfour, con la famosa “dichiarazione” che porta il suo nome, aveva auspicato che gli ebrei potessero un giorno costituirsi un loro “focolare” in Palestina. Una dichiarazione fatta in perfetta buona fede e sicuramente molto ragionevole sotto diversi punti di vista, ma foriera anche di futuri, infiniti conflitti

Altro “capolavoro” partorito a Versailles e che reca la firma del presidente Wilson, fu la creazione dello stato degli slavi del sud (Jugoslavia) con l’unione di Croazia, Slovenia e altri piccoli stati dei Balcani sud-occidentali, al regno dei Karadjeorgevic in Serbia. Alla base della decisione di Wilson c’era l’idea (o meglio, l’illusione) che un forte stato unitario in quella regione avrebbe “funzionato” come cuscinetto ed elemento dissuasivo contro ogni eventuale desiderio di ricostituzione dell’Impero austroungarico o di quello Ottomano. Una decisione che scontentò sia l’Ungheria (paese sconfitto) sia l’Italia (che aveva vinto) sia, soprattutto, i cattolicissimi croati e sloveni, avversari secolari degli ortodossi serbi.

Chi ha visitato la Siria prima del 2011 commuovendosi davanti alle bellezze di Palmira, Aleppo, Damasco e Hama, e chi ha seguito negli anni ’90 i conflitti nella ex-Jugoslavia, ha constatato l’incapacità dell’Occidente a gestire il mondo. Chi ha guardato, muto, le rovine di Vukovar e gli irreparabili danni a Sarajevo, Derventa, Mostar, ha compreso che Il Tramonto dell’Occidente non è solo il titolo del saggio di Oswald Spengler.

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