L’Europa tra muri, paure e rimozioni

MARIO GAZZERI
Mai come oggi, dagli anni bui eppure pieni di ritrovate speranze di settant’anni fa, l’Europa sembra inciampare sull’accidentato percorso di una sua possibile, ritrovata identità. Cadono i muri ma prontamente si rialzano qua e là barriere e, ora su una frontiera ora su un’altra, si procede alla parziale sospensione dei diritti di libera circolazione di persone e cose.

Come molti giornali hanno osservato, con toni di emotivo coinvolgimento, le immagini dalla frontiera serbo-ungherese risvegliano incubi che il crollo del muro di Berlino, oltre venticinque anni fa, sembrava aver definitivamente sepolto. Le sinistre matasse di filo spinato che il premier magiaro Orban ha disposto di innalzare a difesa del suo lebens raum, con un’operazione portata a compimento anche grazie all’impiego di alcune migliaia di detenuti comuni, evocano le immagini dei campi di Auschwitz Birkenau, “difesi” dalla stessa protezione di spine d’acciaio.

L’Europa cade, si rialza e poi inciampa ancora, atterrita da un futuro che teme e vittima di fantasmi del passato che ancora si agitano nella memoria collettiva sotto la superficie di un’illusoria, ritrovata unità. Cresciuti economicamente forse troppo in fretta, si ha l’impressione che, alle ricorrenti celebrazioni per la fine della guerra e per la liberazione di numerosi paesi dal giogo delle truppe hitleriane, gli europei non abbiano affiancato un’analisi profonda delle colpe, delle omissioni, dell’enorme potenziale distruttivo e autodistruttivo messo in campo ed esploso nei loro territori tra il 1939 e il ’45.

Infinite le tragedie dimenticate, le violenze subite ed occultate anche per un malinteso senso di vergogna collettiva. Chi ricorda, oggi, chi parla di Babij Jar o delle Fosse di Katyn? Perché, per decenni, non si è mai parlato dei due milioni di donne tedesche stuprate dalle truppe d’occupazione nei mesi della “liberazione”? Perché, per decenni, le foibe sono state un tabù quasi che le vittime fossero, loro stesse, colpevoli? Le foibe non furono una vendetta antifascista degli jugoslavi. Furono essenzialmente una serie di violenti episodi di pulizia etnica, pratica largamente ripresa nei Balcani durante i conflitti degli anni Novanta.

La Jugoslavia, disintegrata, ha finalmente trovato pace. In Scozia, dopo la sconfitta al referendum, il movimento indipendentista riprende piede e, a Barcellona, centinaia di migliaia di catalani hanno nuovamente manifestato nei giorni scorsi, a favore di una separazione da Madrid. Paradossalmente l’Europa è più unita quando è più divisa.

Si parla sempre e sempre più spesso di Europa unita e proprio questa insistenza fa sospettare che non lo sia affatto. I drammi, le ferite profonde di settant’anni fa (storicamente, un periodo quasi trascurabile) andrebbero “riesumate” per sanare le crepe profonde che ancora dividono i popoli europei e li rendono reciprocamente diffidenti e inadeguati ad affrontare il problema dei rifugiati, la grande sfida del ventunesimo secolo. Non a caso le guerre del 1914-’18 e del 1939-’45 sono state definite da alcuni storici “le due grandi di guerre civili europee”. L’Europa è piccola, benestante e densamente popolata. L’Africa immensa e povera. Il Medio Oriente dilaniato da conflitti e guerre civili. Questi esodi sembrano in un certo modo rispondere alle più elementari regole della fisica. Viene in mente (absit iniuria verbis), la legge dei vasi comunicanti.

Al riguardo, soprattutto per quanto riguarda i profughi africani, si tocca un problema sul quale i politici europei (che hanno le loro ragioni, nessuno lo nega) tendono a sottilizzare. “Profughi di guerra bene, profughi ‘economici’, no”. Cioè, chi fugge da miseria, fame e malattie, niente? Il fatto che dovrebbe suscitare più di una riflessione è che, nei confronti dell’Africa, tutto il mondo occidentale ha un debito infinito. Lo sfruttamento totale, secolare delle ricchezze di quei popoli e lo schiavismo sono stati l’oggetto del più grande e vergognoso processo di autoassoluzione dell’Occidente. Questo va ricordato e tenuto presente oggi che i nodi vengono al pettine, oggi che la Storia presenta i suoi conti.

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