Se il Pd veneziano fa l’inchino alle grandi navi

GIUSEPPE SACCA’
Sulla crisi dei partiti si sono scritte montagne di carta. E tutti concordano nel dire che i partiti devono ripensarsi profondamente e allo stesso tempo: “Non si è ancora riusciti a immaginare qualcosa di meglio – o di meno peggio – per selezionare i candidati e organizzare la propaganda” (Treccani dixit).

Eppure il PD veneziano sembra impegnato a smentire questo dotto insegnamento. Lo stato di un partito senza anima, visione e ruolo è emerso in questi giorni in uno dei temi più sentiti nella città lagunare, il governo dell’industria crocieristica ossia le Grandi Navi. Un tema intrinsecamente correlato al rapporto ambiente–economia–lavoro, trittico che a Venezia ha generato conflitti politici e sociali tutt’altro che dimenticati e non ancora sopiti. Rapporto inoltre, sempre nella città lagunare, contaminato e falsato da gruppi di pressione che adottano sistematicamente mezzi corruttivi nei confronti di tutti i livelli decisionali, come hanno messo in luce le recenti indagini sulla costruzione del Mose.

Il PD sembrava aver trovato una linea sostenuta in senato direttamente dal capogruppo Luigi Zanda che aveva preso carta e penna per scrivere ai ministri competenti contro qualsiasi scavo di nuovi canali in laguna. A far deflagrare tutto ci hanno pensato altri due capigruppo, Alessandra Moretti (Regione) e Andrea Ferrazzi (Comune). La Moretti ha affermato: “Allo stato attuale mi sembra che la soluzione del canale Vittorio Emanuele, su cui punta anche il sindaco Brugnaro, riesca a coniugare e tutelare la salvaguardia ambientale, i posti di lavoro, la stazione marittima e l’indotto economico”. Ferrazzi a stretto giro: “Non è più procrastinabile una decisione strutturale di lungo periodo che coniughi rispetto ambientale e sviluppo del porto e dei posti di lavoro. La soluzione del Vittorio Emanuele (…) può essere la via per risolvere velocemente la questione. Lavoreremo perché non si perda altro tempo”.

A questo cambio di linea elaborato e votato non si sa dove e da chi, e comunicato a mezzo stampa, è seguito, come era facile prevedere, un tutti contro tutti. Monca Sambo, consigliere comunale: “Smentiamo categoricamente quanto sostenuto dalla capogruppo Moretti”. Felice Casson, candidato Sindaco sconfitto da Luigi Brugnaro, ha tuonato: “Quello che sta accendo in questi giorni dimostra che nelle ultime elezioni a Venezia ha vinto il partito degli affari, si tratta ovviamente di un partito trasversale. Hanno vinto Brugnaro e una parte del PD”. Il parlamentare Davide Zoggia appoggia il duo Moretti-Ferrazzi sostenendo che non sia un cambio di linea rifacendosi a documenti “di anni fa” e sull’arrabbiatura trapelata del capogruppo del PD al Senato: “Zanda? Lo sentiremo”. L’onorevole Michele Mognato fa presente come non si sa nemmeno di cosa si stia parlando visto che il progetto del Vittorio Emanuele ad oggi non si conosce, posizione sostenuta da un altro parlamentare, Andrea Martella, che però aggiunge sibillino: “Nessuno può dire che io sono del partito del no (…) l’unica cosa da non fare è proprio il fare nulla”.

Mognato ha ben evidenziato la cosa più imbarazzante: il Partito si è spaccato su un progetto non ancora ufficialmente presentato e che vede in Paolo Costa, presidente dell’autorità portuale di Venezia, uno dei suoi maggiori sponsor dopo aver compiuto una piroetta di 180° poiché solo pochi mesi fa (marzo 2015) per difendere lo scavo del Canale Contorta sosteneva come l’opzione Vittorio Emanuele fosse molto più costosa (almeno trenta milioni di euro in più, anche se nelle dichiarazioni di questi giorni il costo è sceso parificandosi al Contorta) e inattuabile per l’impossibilità di usare il canale dei petroli contemporaneamente per due tipologie di traffico, commerciale e passeggeri.

Ma il merito della questione passa quasi in secondo piano perché la notizia è che il PD veneziano continua a essere incapace di darsi un metodo di confronto interno. Del resto siamo di fronte a un Partito che ha subito un tracollo elettorale alle elezioni comunali (in cinque anni si è passati dal 28,8% pari a 37.000 voti al 16,81% pari a 19.740 voti). Tracollo che si traduce in solo tre eletti in consiglio comunale: il capogruppo Andrea Ferrazzi – unico “sopravvissuto” tra gli assessori della Giunta Orsoni – primo degli eletti tra il PD con 600 preferenze, risultato che cinque anni fa gli avrebbe garantito solo un piazzamento; Monica Sambo alla prima esperienza in consiglio, civatiana ma non fuoriuscita dal PD; Bruno Lazzaro, unica riconferma in consiglio, focalizzato su un quartiere ben specifico della terraferma, Trivignano (dei 500 voti raccolti, oltre 400 concentrati in sole quattro sezioni localizzate nel suo feudo). Non solo, Il PD veneziano esprime un senatore, già candidato sindaco, che non rinnova la tessera del partito, ma siede nel gruppo parlamentare del PD mentre in consiglio comunale è capogruppo in un gruppo consiliare altro rispetto al PD. E la lista delle peculiarità del PD veneziano potrebbe proseguire a lungo e non limitarsi alla stretta cronaca.

Insomma, trovare il bandolo della matassa in questo caos è francamente difficile e sarebbe ingeneroso additare un singolo responsabile, una singola scelta, un singolo momento perché ci troviamo davanti ad un partito con molti dirigenti, ma nessuna leadership. E così quello che sta succedendo è probabile che si ripeta in futuro su tutte – o quasi – le questioni, dalla riconversione di Porto Marghera, al Quadrante Tessera, per non parlare di quello che potrebbe accadere con i Piani d’Intervento che la neonata Giunta dovrà predisporre e il Consiglio comunale votare. E sullo sfondo la nascita della città metropolitana, quindi statuto e piano strategico da scrivere in pochi mesi.

Intanto una base sempre più disorientata e disillusa resta in attesa di un congresso per ora senza data e senza regole, che rischia di svolgersi sulla falsa riga di congressi del passato ben poco edificanti come ha candidatamene ammesso in luglio Emanuele Rosteghin, segretario comunale uscente, affermando: “Non voglio che sia il solito congresso della conta delle tessere e delle correnti”. Ma come la classe dirigente del PD veneziano voglia evitare che ciò accada rimane ancora avvolto nel mistero. Forse la soluzione sta più nella base che nel vertice.

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