Sa di laguna, ed è il miele più buono che ci sia

CLAUDIO MADRICARDO
L’appuntamento è fissato a una fermata d’autobus sul Terraglio, giusto al confine tra la provincia di Venezia e quella di Treviso. “Un non luogo”, un deserto di presenze umane, se non fosse per il continuo sciamare di auto che scorrono lungo il nastro d’asfalto che collega i due capoluoghi veneti. Per un attimo confesso che mi viene in mente una scena di un film famoso. Quello in cui Cary Grant attende fermo al ciglio di una strada assolata e deserta in mezzo a campi di granturco qualcuno che non arriva. Pure chi aspetto è in ritardo. Ma alla fine Aldo Bustaffa arriva.

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Arriva a bordo di un vecchio pickup Mitsubishi rosso fiammante che porta con grande dignità i suoi venticinque anni di vita. Per un istante rivivo immagini e ricordi di un’America profonda e contadina. Solo per un istante, il tempo di percorrere il breve tragitto che mi separa dal mezzo, aprire la portiera e stringere la mano di un uomo magro in maglietta blu a mezzemaniche e dall’aspetto mite. Che mi sorride più con i suoi occhi che con la bocca. Dietro due spesse lenti da vista che un’esile montatura in metallo si incarica miracolosamente di sostenere.

Non ho nemmeno il tempo di rendermene conto, ma il paesaggio muta improvvisamente, appena lasciata la statale e infilata a destra una stretta strada di campagna. Che tortuosamente separa la ricca vegetazione, quasi un bosco rigoglioso e selvaggio. Popolato di grossi uccelli colorati che si alzano in volo spaventati al nostro passare, e che di certo avrebbe potuto impegnare la tavolozza di un pittore alla “Sturm und Drang”. Passando per una cava abbandonata, la Cava di Marocco dove, mi dice Bustaffa, uomini di tanto tempo fa faticavano la loro vita, costruendo mattoni. Per giungere a un rustico, il magazzino dove ricovera i suoi attrezzi. Che mi restituisce finalmente a un panorama più familiare, da casolare veneto al bordo della laguna. Immerso in una natura che si perde a vista d’occhio e pianeggiante, destinata da secoli a coltivo. Ma ora a riposo. Di un giallo caldo e intenso per le stoppie e il progredire della stagione. Con una fila d’arnie e api ronzanti. Mentre la brezza ti porta, indolente, l’odore salmastro del mare.

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“Tutto è iniziato per hobby nel 1997 – mi dice Aldo Bustaffa intento a sistemare, una davanti all’altra, due sedie pieghevoli, affinché si possa chiacchierare – quando mi sono comprato sei alveari e ho chiesto a un amico il permesso di metterle nel suo giardino spazioso e ho cominciato a provare a produrre il miele. In breve è diventata una passione e la speranza che diventasse la mia professione.

“Il che poi nel 2005 è giusto avvenuto, quando Bustaffa, tecnico di un’azienda del gruppo Eni, 53 anni nel corrente anno domini, fa definitivamente il grande passo. E finalmente va dove lo porta il cuore. “Ma ci sono riuscito solo a metà – si confida Bustaffa sorridendo – perché le difficoltà sono state enormi. Le api muoiono in continuazione, non c’è mai la certezza che quelle che hai sopravviveranno all’inverno. Quando poi, come mi è anche capitato, il settanta per cento ti muore, ebbene, ci si trova proprio a terra. Le difficoltà sono tante e continueranno a essere tante. Perché l’apicoltura è insediata da vari problemi. In primo luogo quello della salute delle api che è andata deteriorandosi dagli anni ’80. Ma è peggiorata proprio a cavallo degli anni in cui sono diventato apicoltore professionista”.

È una storia lunghissima, che risale addirittura a subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, quando degli apicoltori europei hanno portato esemplari d’api in Estremo Oriente. Dove esisteva solo l’apis cerana, molto più piccola delle nostre, molto più selvatica e difficile da allevare, e che soprattutto produceva un decimo di quello che normalmente produce un esemplare nostrano. “L’apis cerana – mi spiega Bustaffa arrotolandosi lentamente una sigaretta – convive da sempre con un acaro che si chiama varroa. È un paraasita di quest’ape. Quando l’ape europea è giunta in Oriente è stata subito sopraffatta da questo acaro, contro il quale non aveva nessuna difesa.

Sennonché, in quarant’anni l’ape europea ha rifatto il percorso a ritroso. Spostandosi di alveare in alveare e portandosi appresso l’acaro dall’Oriente. Così abbiamo avuto i primi casi di varroa nel 1982 in Friuli. E ormai l’acaro ha invaso tutto il pianeta, grazie al fatto che i maschi delle api, i fuchi, sono promiscui. Mentre le api operaie ritornano nel loro alveare, i fuchi vanno in qualsiasi luogo per la notte. Portandosi in groppa il varroa, e diffondendolo ovunque. Non ci sono armi efficaci. La chimica ha provato più volte dei prodotti, ma in pratica poi nascevano dei parassiti più resistenti. Possiamo dire che abbia fallito. C’è poi da dire che l’apicoltura occupa una posizione marginale nell’economia agricola e conseguentemente nella produzione del PIL. Di conseguenza è anche oggetto di pochissima ricerca. Al contrario di quello che succede per il mais e la soia, che rappresentano ormai la metà di quanto produciamo in agricoltura.”

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Così, da ormai dieci anni come professionista, ogni febbraio marzo Bustaffa fa il bilancio delle perdite verificatesi durante la pausa invernale. Con l’obiettivo di aumentare il numero degli alveari in suo possesso per potersi garantire il raggiungimento della soglia di sostenibilità economica. Che renda conveniente il suo lavoro.

“Quest’anno a inizio stagione, dopo le morie invernali, avevo solo una novantina di alveari. Ora, sfruttando la capacità delle api, chiudo l’anno con circa centocinquanta arnie. Le api operaie sono delle femmine sterili e svolgono tutti i compiti nell’alveare, compreso l’allevamento delle larve e la ricerca del cibo all’esterno. Tranne quello della deposizione delle uova che è compito della regina. In pratica le operaie non hanno le ovaie ma hanno altre ghiandole sviluppate. Come le ipofaringee che secernono la pappa reale, che è il nutrimento dei primi giorni di vita della larva, e per tutta l’esistenza dell’ape regina. Poi l’ape operaia ha anche le ghiandole ceripare, che secernono la cera, situate nell’addome. Durante la stagione estiva la durata media di vita di un’ape operaia, per la sua intensa attività, è di quaranta giorni. Durante la pausa autunnale e invernale, un’ape operaia, in regime di assenza di attività, può vivere anche fino a sei mesi, soprattutto in alta montagna.

Quanto ai fuchi, durante l’inverno non sono ammessi nell’arnia, vengono cacciati a fine estate. Questo anche per una ragione genetica. Cacciandoli tutti, si rinnova ogni anno il DNA e quindi si migliora la variabilità intraspecifica. In natura le razze pure sono fallimentari. È solo un’ostinazione umana quella delle razze pure, ed è altamente negativa, anche in agricoltura.”

Fosse solo in agricoltura, caro Aldo!! Così ogni anno, fedele custode del mito dell’eterno ritorno, Bustaffa pratica l’apicoltura nomade. Dalle barene della laguna veneta alle Prealpi. Agganciando un rimorchio al suo pickup e caricandoci le arnie. Per disseminarle in un vasto territorio, lontano da siti inquinati. Aspettando pazientemente che la sera anche l’ultima apina abbia fatto ritorno, per poi chiudere l’arnia con una grata e nottetempo trasportarla, affinché le bestiole non abbiano a spaventarsi e morire soffocate, sul luogo prescelto.

“Quando al mattino le prime api escono dall’alveare collocato sul nuovo posto – racconta Bustaffa – fanno i primi voli di orientamento a spirale, in modo da costituire dei punti di riferimento. In pratica utilizzano un navigatore che sfrutta la posizione del sole e che consente loro di tornare al loro alveare con una precisione di venti centimetri. Mi spiego meglio. Se lei sposta un alveare di venti centimetri rispetto alla sua originaria posizione, vedrà le api tornare sempre dove era collocato prima, non dove l’ha spostato. Le api non volano a vista, ma secondo una traiettoria formata sull’angolo formato dai favi che sono dentro l’arnia e il sole. Le api continuamente esplorano il territorio per vedere se c’è qualche nuova forma di cibo, E quando lo trovano, effettuano dentro l’alveare una danza a forma di otto che contiene tutte le informazioni topografiche per comunicare alle sorelle dove andare a prendere il cibo scoperto. Con l’odore che hanno addosso, comunicano di che tipo di cibo si tratta, e distribuiscono anche delle goccioline di nettare per certificare il fatto che hanno portato a casa qualcosa. Dopo di che le api operaie, con tutte le informazioni ricevute dalle api esploratrici, prendono il volo con una precisione da navigatore per raggiungere le fioriture scoperte. Al loro ritorno, danzano a loro volta e comunicano in maniera esponenziale le informazioni, finché in due tre voli tutte le api dell’alveare, che mediamente ne ospita cinquantamila, sono in grado di svolgere il loro lavoro. Poi durante l’inverno la popolazione di api si riduce anche a dieci, ventimila esemplari.”

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In questo modo, da febbraio marzo di ogni anno, e fino alle ultime fioriture autunnali, Bustaffa per quattordici ore al giorno, domeniche comprese, carica di notte le arnie sul pickup e le colloca in territori dalle barene di Valle Millecampi, in Valle Averto e in Valle Morosina nella laguna di Venezia. Fino alle Prealpi. E di tanto in tanto va a controllare come procede il lavoro delle sue api. “ In barena porto gli alveari a fine giugno e li lascio fino a fine settembre.

Lì le fioriture significative sono due. La prima del limonio volgare, a giugno luglio. L’altra dell’aster tripolium che è in fioritura ora. C’è da dire che i favi non possono essere asportati durante la fioritura, perché il miele non è viscoso come lo conosciamo, ma molto liquido. Diventa “miele” perché, a fine fioritura, le api consentono che dentro le arnie ci sia una corrente d’aria che lo secca, aggiungendovi un enzima da loro prodotto. Una volta estratti i favi li porto all’APAT (l’Associazione degli apicoltori) di Nervesa della Battaglia dove vengono messi in una centrifuga che lo estrae e finalmente viene messo in vaso.”

Non lo consiglierebbe il suo lavoro Bustaffa, e lo dice scoppiando a ridere. Soprattutto in questi ultimi tempi, in cui alla scarsa redditività per un imprenditore di piccole medie dimensioni, si aggiungono anche i problemi dovuti all’uso di sostanze tossiche in agricoltura.

“Qualche anno fa, quando Luca Zaia, che è un apicoltore hobbista, era ministro, ricordo che aveva proibito alcune sostanze, i neonicotinoidi, in agricoltura. E c’era stato un leggero miglioramento. Poi hanno prodotto altre sostanze con altri nomi, ma con gli stessi veleni. E siamo punto a capo. E le stragi di api si ripetono con estrema frequenza.”

Ma il mestiere gli piace, e si vede. Con orgoglio ricorda di essere sempre in giro, notte e giorno, in ciò imitando le scorribande diurne degli animaletti di cui si prende cura.

“Le api hanno il fascino dell’animale primitivo e selvatico. Che non muta il suo comportamento perché vive vicino all’uomo. Una delle cose più affascinanti del mio mestiere è poi l’organizzazione sociale dell’alveare. Pensi che un’ape operaia appena nata si occupa inizialmente di spazzare l’alveare e solo in seguito diventa nutrice delle larve, cui fornisce la pappa reale. Visitando ciascuna di loro, pensi un po’, fino a millequattrocento volte al giorno. Altre api, della medesima età, producono invece cera. Solo quando ha venti giorni, ovvero a metà della sua vita, l’ape operaia comincia a fare il lavoro di raccolta. Per il resto dei suoi giorni, fino alla morte. Ed esce le prime volte con un’ape istruttrice per apprendere il nuovo lavoro. Mentre ad altre api sarà destinato il ruolo di guardiane.”

Sì, ma l’apicoltura di barena? “Quanto all’apicoltura in barena, raramente si fanno dei raccolti significativi. Perché nella prima fioritura si scontano spesso periodi di siccità, mentre nella seconda, a fine settembre, le api stesse sono restie a raccogliere tanto nettare. Lei forse non sa che un alveare consuma per mantenersi mediamente più di un quintale di miele e solo molto raramente l’apicoltore ne ricava più di cinquanta chili. Oltre a quello che le interessa tanto, produco il millefiori primaverile a prevalenza di tarassaco, l’acacia, il castagno, il tiglio e altri millefiori, che sono mieli non monoflorali.”

Il tempo è finito, o meglio, una consegna del suo miele lo chiama. Ripercorriamo a ritroso la strada che costeggia il bosco e la cava abbandonata fino alla statale. Qualche minuto e mi lascia nel “non luogo” dove mi aveva trovato. E fatta una rapida inversione a u, mi ripassa accanto col rosso pickup, lanciandomi un ultimo sorriso dal finestrino.

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