NGUESSO PER L’ETERNITÀ

ANGELO FERRARI
Il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso, in un messaggio trasmesso alla radio nazionale ha annunciato l’intenzione di sottoporre a referendum il progetto di nuova costituzione. Mira al terzo mandato presidenziale dopo oltre 30 anni al potere.

È l’ora del referendum costituzionale. Anche la Repubblica del Congo si appresta a cambiare la Costituzione per consentire al presidente in carica, Denis Sassou Nguesso, un terzo mandato. Dopo mesi di “dialogo nazionale”, boicottato dalle opposizioni, ecco il solenne annuncio fatto dallo stesso presidente attraverso la Radio nazionale.

«Ho deciso – ha detto Nguesso – di dare la parola al popolo affinché si pronunci su un progetto di legge che enuncia i principi fondamentali della repubblica, definendo i diritti e i doveri dei cittadini e fissando nuove forme di organizzazione e nuove regole di funzionamento dello Stato». Intento di un presidente “illuminato” per rendere uno stato più efficiente e più vicino al popolo? Niente di tutto questo. L’obiettivo è un altro. Fare le opportune modifiche per consentire al capo supremo del Congo di restare al potere.

L’attuale carta prevede un massimo di due mandati, che Nguesso ha già svolto, essendo stato eletto nel 2002 e nel 2009, e fissa anche il limite di età a 70 anni per la candidatura alla più alta carica dello Stato e il presidente l’anno prossimo ne avrà 72.

Brama del comando
La sete di potere di Nguesso non sembra aver limiti. Governa il paese dal 1979, quindi da oltre 30 anni, con un solo piccolo intervallo tra 1992 e il 1996, quando per riprendersi il potere scatenò la guerra civile contro Pascal Lissouba. Quest’ultimo aveva legittimamente vinto le elezioni nel 1992, ma forse ha avuto la colpa di guardare oltre oceano, mettendo in discussione il “dominio” francese sul Congo.

Ovvio comunque che siano sorti molti dubbi sulla nobiltà d’intenti del presidente. Non ultimo il fatto che non sia stata fissata alcuna data per il referendum costituzionale. Nguesso non vuole correre. Sa che questa volta saranno in molti in Congo ad opporsi e quindi prende tempo, è preoccupato.  Non a caso ha subito messo in guardia contro ogni turbamento del clima di pace nel paese. «I congolesi – ha detto – hanno bisogno di vivere in pace, una pace perenne». E chi può garantire questo clima di pace? Chi se non Denis Sassou Nguesso.

Altro che pace
Ma le reazioni alla sua decisione sono state tutt’altro che serene. «Un colpo di stato costituzionale…una dichiarazione di guerra al popolo congolese» così hanno definito l’annuncio del referendum le opposizioni del paese. Addirittura di «dichiarazione di guerra» ha parlato Pascal Tsaty Mabiala, primo segretario dell’Unione panafricana per la democrazia sociale (Upads), aggiungendo che «il popolo congolese vuole vivere in pace», mentre Sassou «dimostra di non essere per la pace».  Joseph Ouabari Mariotti, ex ministro della Giustizia del predecessore dell’attuale leader, Pascal Lissouba, ha lasciato intendere che stavolta le opposizioni reagiranno. «Non lasceremo che il presidente Sassou Nguesso completi il suo colpo di stato militare con un colpo di stato costituzionale», ha detto Mariotti. Difficile prevedere se alle parole seguiranno i fatti, dato l’atteggiamento piuttosto remissivo mostrato in passato.

La Chiesa congolese tace
Ciò che sorprende ancora di più è il silenzio della Conferenza episcopale cattolica. Non una parola, non un cenno di assenso o di dissenso che sia. I dubbi che la chiesa sia collusa con il sistema di potere non è notizia di oggi. Basta ricordare la rimozione da parte di papa Benedetto XVI del vescovo della diocesi di Pointe Noire, Jean-Claude Mokaya Loemba, per malversazione di denaro diocesano, con un gesto inusuale per la Santa Sede, la pubblicazione dell’avvenuta rimozione sulla Gazzetta Vaticana. Il vescovo, pur invitato, non voleva andarsene, quindi è stato destituito.

Parigi ambigua
Per ora alla notizia del referendum ha reagito solo la Francia per bocca del portavoce del Quai d’Orsay.  Parigi ha lanciato un appello affinché il «processo elettorale sia credibile, libero e trasparente, nel rispetto dello Stato di diritto e delle libertà pubbliche».
Un appello, tuttavia, che non entra nel merito dell’annuncio di Nguesso. Come se la Francia, per ragioni diplomatiche, non voglia interferire negli affari interni di uno stato. Oppure, il che è più credibile, che la situazione politica e sociale del paese va bene così com’è.
Si ricordi che nel 96, Parigi non esitò a finanziare la guerra di Nguesso contro Lissouba, attraverso la compagnia petrolifera Elf. Non solo. La Francia riuscì a far intervenire anche l’Angola nel conflitto a sostegno dell’amico fidato.

Nguesso non sei solo
C’è da dire che Sassou è in buona compagnia. Dall’altra parte del fiume Congo il presidente della Repubblica democratica del Congo, Joseph Kabila è stato eletto nel 2006 poi nel 2011 e ora aspira a un terzo mandato, governa dal 2001. Yoweri Museveni, presidente eletto nel 2006 e nel 2011, aspira a un terzo mandato e guida il paese dal 1986. Il presidente del Rwanda, Paul Kagame, è al secondo mandato e nel 2017 vorrebbe tornare al potere, ma governa il paese dal 1994. Pierre Nkuruziza, eletto presidente dal parlamento del Burundi nel 2005, poi nel 2010, ha quasi fatto esplodere una guerra civile negli scorsi mesi pur di farsi ricandidare ad un terzo mandato con elezioni farsa. Ormai nel continente è una moda quella di metter mano alla Costituzione o di interpretarla a proprio piacimento. Buona fortuna Africa.

NIGRIZIA

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