Catalogna, è l’ora C’s

ETTORE SINISCALCHI
Gli indipendentisti vincono le elezioni ma non ottengono la maggioranza assoluta. Junts pel Sí (JxSì), la coalizione tra Convergència democràtica de Catalunya (Cdc) e Esquerra republicana de Catalunya (Erc) è la lista più votata ma per formare un governo con la maggioranza assoluta servirebbe un patto con la Candidatura d’unitat popular (Cup), lista della sinistra nazionalista anticapitalista e quinta forza del Parlament.

Grande affermazione di Ciudadanos (C’s) che triplica i voti e si impone come seconda forza, mentre crollano il Pp e scompaiono i cattolici nazionalisti moderati di Uniò democratica, ex soci trentennali di Cdc. I socialisti reggono e sono la terza lista, ottenendo il minimo storico ma evitando il peggio. Battuta d’arresto di Catalunya Sí Que Es Pot, la lista che comprende Podemos, che arriva a un quarto posto che ha tutto il sapore della sconfitta.

Il voto è stato però anche un surrettizio plebiscito sull’indipendenza della Catalogna. Su questo tema è stata sciolta la legislatura con oltre un anno d’anticipo e fatta la campagna elettorale dai partiti di governo, alleati nella lista Uniti per il Sì (all’indipendenza). Volendo stare su questo piano, il referendum è stato perso dai promotori, dato che i partiti favorevoli alla secessione si fermano al 48 per cento dei voti validi contro il 52 di quelli a vario titolo contrari. Occorre però dire che, rispetto alla questione nazionale, i fronti sono tre. Oltre ai favorevoli e ai contrari alla secessione unilaterale, vi sono i favorevoli al “diritto a decidere” del popolo catalano della sua libera adesione allo stato spagnolo, attraverso un referendum con valore legale, sia esso consultivo o vincolante. Tre insiemi che si sovrappongono e mescolano, i secessionisti sono anche per il diritto a decidere, come lo sono però anche molti non secessionisti, mentre i contrari a qualsiasi ipotesi di discussione dello status quo sono antisecessionisti come i propugnatori di una radicale riforma federalista della Spagna.

Malgrado la situazione sia complicata e dai confini labili, il referendum surrettizio sull’indipendenza non è stato vinto dagli scissionisti. Al limite, avrebbero vinto i fautori a diverso titolo del “diritto a decidere”, che esprimono circa i tre quinti dei seggi parlamentari.

Veniamo alle possibili chiavi politiche della fase che si apre col voto, sia sul piano locale che su quello nazionale, dato che entro il 20 dicembre dovranno tenersi le elezioni generali per il rinnovo delle Cortes.

Nei piani di Artur Mas, per la terza volta confermato presidente, il trionfo elettorale avrebbe dovuto aprire una fase costituente di 18 mesi che avrebbe portato all’indipendenza della regione. Il piano subisce un’immediata battuta d’arresto, la vittoria elettorale incompleta, e perde forza complessiva, avendo il voto rappresentato una maggioranza contraria alla secessione unilaterale, il che rende molto meno credibile l’ipotesi soprattutto per gli interlocutori internazionali.
La ricerca della maggioranza assoluta sarà tanto problematica da non permettere di scartare l’ipotesi di un governo di minoranza. Per la Cup, che festeggia dieci seggi e l’otto per cento dei voti, sarebbe molto difficile gestire un’alleanza di governo con i liberali ella Cdc, come per la Cdc giustificare l’alleanza con una lista anticapitalista davanti a un’imprenditoria catalana già contrariata dall’accelerazione indipendentista. Anche un appoggio esterno della Cup alla maggioranza sarebbe comunque un elemento di instabilità. Malgrado il successo, e i trionfalismi, per i partiti nazionalisti si apre una fase delicata e molto difficile da gestire.

Vincitrice “morale” del voto è la lista Ciudadanos, guidata da Albert Rivera. Nata nel 2005 come formazione progressista moderata che rappresentasse timori e perplessità dell’elettorato socialista catalano davanti al radicarsi nel Psc delle posizioni catalaniste, ha goduto di grande appoggio mediatico, soprattutto per limitare l’ascesa di Podemos, e ha poi trovato enormi spazi nella decomposizione dell’elettorato del Partido popular. Radicatasi nel nuovo spazio politico, è diventata in Catalogna la seconda forza, con 25 seggi e il 18 per cento dei voti. Il Pp, travolto dagli scandali che stanno disvelando un trentennio di corruzione e fondi neri a tutti i livelli del partito e dall’opacità del segretario e capo del governo, Mariano Rajoy, dimezza i seggi, lascia a C’s lo scettro di difensore dell’unità nazionale e la lancia anche come lista nazionale pronta a accogliere i suoi elettori in uscita – e unica speranza per poter formare un governo nazionale alle prossime elezioni. La Catalogna era certamente il posto peggiore per provare a invertire la tendenza alla caduta ma la dimensione della sconfitta e la vicinanza al voto nazionale sono un pessimo viatico per Mariano Rajoy.

Per quanto riguarda il Partit dels Socialistes de Catalunya (Psc) – il Psoe è una federazione di partiti regionali autonomi -, il minimo storico di 16 seggi e 12,08 per cento rappresenta paradossalmente un sospiro di sollievo: davanti a sondaggi che lo davano ad otto seggi averne ottenuti il doppio e il quarto posto è una insperata sorpresa, ottenuta anche grazie a una buona campagna del segretario Miquel Iceta – che dovrebbe consolidare la sua leadership e porre fine alla lunga instabilità in cui era sprofondato il Psc. Anche il segretario nazionale Pedro Sanchez non mancherà di farsene forte in chiave nazionale, dove i sondaggi danno il Psoe poco davanti al Pp. Per il Psoe si apre anche un’altra possibilità. La crescita di C’s, se confermata nel voto nazionale, proporrà un altro possibile interlocutore per la formazione di una maggioranza di governo.

Se, come sembra certo, dalle urne uscirà un quadro molto frammentato sarà necessario un governo di coalizione e C’s potrebbe essere socio di entrambi i partiti maggiori. Arrivare primi e ricevere dal Re l’incarico di formare il governo vorrà dire essere il primo a chiedere la mano della nuova, trionfante creatura politica spagnola. Non sarà facile, con C’s sempre più schierata a destra, ma costituirebbe comunque per il Psoe un altro forno rispetto a Podemos. Sanchez dovrà anche tentare di vincere le forti resistenze interne verso la riforma federalista.

È l’unica carta che caratterizza il Psoe e può consentirgli di riprendere il controllo dell’agenda politica, con una proposta per affrontare l’esaurimento del modello della “Spagna delle autonomie”, uscito dalla Transizione e non più adeguato ai tempi presenti, come la questione catalana dimostra. Un ruolo conquistabile solo con una grande, e ancora non espressa, capacità di leadership per una ferrea unità del Psoe.

Infine, Podemos registra la prima sconfitta elettorale, a appena quattro mesi dalle amministrative di maggio dove con liste di coalizione aveva conquistato i principali comuni di Spagna, Barcellona e Madrid comprese. La polarizzazione nazionalista non ha favorito i viola, che hanno scontato pallide leadership locali e la timidezza nello smarcarsi nettamente dall’indipendentismo. La lista ha proposto sì la contraddizione tra nazionalismi e questioni sociali ma non ha attaccato abbastanza a fondo.

Era difficile, essendo il suo contesto interno a quella sinistra alternativa catalana non in grado di andare oltre alla comoda posizione del “diritto a decidere”. Una sinistra “classica” che non ha saputo connettersi al motore degli Indignados, a offrire loro rappresentanza nella radicalizzazione nazionalista, né che poteva seguire Iglesias nel superamento dell’asse destra/sinistra, faro teorico del professore della Complutense. Podemos ha in questo modo fallito anche in quello che per Iglesias è l’obiettivo strategico: l’assorbimento dell’elettorato socialista per il suo sorpasso, che probabilmente si è mobilitato in chiave antisecessionista andando a votare per il Psc oppure per C’s – e lo studio dei flussi elettorali sarà molto interessante per capirlo. Il voto può, insieme, confermare Iglesias nella convinzioni che formare liste unendo la sinistra alternativa appesantisca Podemos con le dinamiche tipiche di quel ceto politico; ma anche rafforzare chi ritiene necessario, ancor più davanti al successo di C’s, una lista dalla forte capacità aggregativa che possa essere in grado di imporsi sul Psoe, se non come primo partito della sinistra, almeno come suo preferenziale alleato di governo. Una dialettica difficile con una litigiosità in forte crescita, come sempre quando si perde.

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