Profughi, la cortina di ferro e i nuovi muri

ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
Non serve biasimare l’Ungheria (che è da biasimare…) ma costruire una politica europea che sia condivisa, venti anni dopo, anche dai paesi della ex “cortina di ferro”.

Le foto forti e sgradevoli dei bimbi morti hanno permesso di svolgere un vertice europeo sull’immigrazione che non ha immediatamente rotto con le aspettative degli europei che guardano al futuro integrato e sviluppato delle loro Nazioni. E ha permesso all’Unione Europea, lenta e debole politicamente di oggi (Juncker rappresenta una tradizione popolare consumatrice ma democratica ma non è certo un leader) di non perdere la faccia di fronte a due figli di immigrati piuttosto potenti che si sono incontrati in questi giorni tenendo banco: tali Francesco Bergoglio e Barack Obama.

Tuttavia cominciano ad arrivare le immagini dopo i racconti giornalistici delle brutalità dell’accoglienza ai confini dell’est dell’Europa, a cominciare da chi (in teoria sembrerebbe…) ne fa parte come l’Ungheria, e di chi vuole entrarci nell’Ue, ovvero Croazia, Serbia e forse anche Macedonia ( pardon Skopje…).

Accanto a questi comportamenti: inqualificabile quello ungherese, alterno quello degli altri, si situa anche il voto contrario di quattro Paesi dell’est Europa al vertice stesso, a cominciare dalla Polonia che, ricordiamolo, per popolazione e dimensioni anche economico-sociali è ad occhio e croce il paese numero cinque dell’Ue (quindi anche il quinto contributore netto in prospettiva e vedrete che non mancherà, negli anni a venire, di farlo notare!).

Poiché la partita non è certamente chiusa: l’immigrazione riguarderà milioni di persone nei prossimi venti anni e non solo siriani; sulle quote di ridistribuzione nei vari Paesi hanno trovato un accordo che vale mesi non anni e ogni paese UE vuole rovesciarlo a suo favore a seconda dei suoi interessi; “Dublino 2”, ovvero l’obbligo di presentare documentazione e richiesta al paese dove si è giunti per primo è tutto sommato ancora in vigore nonostante le quote e quella regola, era la regola di un secolo fa.

Ora di questo argomento certamente ci sarà occasione di riparlare in futuro, perché al di là della giusta commozione, c’è bisogno di comprendere le ragioni, i fatti oggettivi e i perché delle ragioni a favore o contro, oppure delle paure che oggettivamente esistono nel corpo delle classi medie o medio basse e basse delle società europee, cioè nella carne di chi rischia di più economicamente e socialmente (per esempio che il welfare state salti del tutto) ed è a contatto del fenomeno ogni giorno.

Mi premeva invece segnalare un fatto che non è da poco e che mi pare i dirigenti europei della UE e i parlamentari europei o comunque coloro che operano a livello europeo in ogni campo, spesso sottovaluta: ovvero la tendenza dei paesi UE dell’est Europa e, per essere ancora più espliciti, quelli che erano al di là della cosiddetta “cortina di ferro”, non a fare gruppo in molte decisioni – questo è normale soprattutto col gran ritorno della geopolitica – ma a prendere decisioni e posizioni che non trovano conferma non solo nelle ideologie e o nelle posizioni progressiste – ovviamente – ma anche, e talvolta per qualcuno sorprendentemente, in posizioni conservatrici ma legate al sociale o all’economia sociale dei partiti moderati europei, in primis la Dc tedesca o i conservatori britannici.

Per quanto la destra sia “la destra” in ogni Paese UE perché non immagineremmo mai un muro di filo spinato in Germania o Francia – con la Merkel o Sarkozy al governo – oppure le dichiarazioni di Orban in bocca a Cameron?

Negli ex paesi dell’Est Europa “ex cortina” alcune caratteristiche, per forza di cose ricorrono: libertà riconquistata con un pugno di associazionismo e mini partiti democratici che poi perdono le elezioni e scompaiono e al massimo (non è poca cosa tuttavia) esprimono alcune grandi personalità come il presidente cecoslovacco (poi solo Ceco) Havel oppure il primo presidente del consiglio della libertà in Polonia, Mazowiecki, ma non riescono a scalzare le due formazioni in lotta da metà degli anni novanta ,ovvero un partito “para socialista” che in genere presenta ex dirigenti di lungo corso, e talvolta anche ex dirigenti dei partiti unici al governo prima del 1989, e poi, dall’altro lato, un blocco che non riesce a essere (a parte la formale definizione) davvero liberale e conservatore, perché in genere ingloba il peggior populismo, erede moderno e pratico del nazionalismo del secolo scorso, scongelato spesso “tale e quale” dopo gli anni del socialismo reale!

Questa storia, simile in questi paesi, ha fornito alcuni prodotti o sottoprodotti culturali mutuati da una comune visione negativa: i Paesi cosiddetti occidentali europei al di qua della cortina di ferro (per loro al di là), non sono affidabili; sono gli stessi che parlavano di diritti e principi ma non ci hanno aiutato e anzi – colpa e dolo grave – hanno flirtato con l’Unione Sovietica attraverso l’accettazione della Ostpolitik.

Qui si arriva al punto: noi europei occidentali, alla parola Ospolitik, pensiamo a Brandt, e ci commuoviamo; loro, in Polonia e Ungheria e giù di lì, pensano a Brandt e si incavolano; se potessero ci spiegherebbero che, a causa nostra, i regimi sono durati dieci o venti anni di troppo e sia lode a Reagan (quello dell'”impero del male” e non quello che parlava con Gorbaciov…). Ci stupiamo nel ricordare che alcuni di questi Stati, una volta liberi e indipendenti ,sono divenuti (qualcuno anche appositamente) prima membri della Nato e solo dopo della UE? E che per loro dunque – veniamo al punto – la UE sia solo un “Mercato comune unico”?

Non vale per tutti e soprattutto per i tanti e minoritari leader democratici di quegli anni coraggiosi del disgelo, ma chi insegnerà oggi europeismo e diritti a questi paesi liberi, indipendenti e felicemente populisti? Non servirà ricordargli le foto del loro esodo o di quello dei loro padri.

Bisognerà ripartire dall’abc e dalla scelta – giusta politicamente ma difficile da attuare, come abbiamo visto – delle adesioni in blocco negli anni della Commissione Prodi.

Si poteva fare diversamente? Certamente no, se si voleva far andare la Unione Europea verso un’Europa che non fosse solo quella “occidentale” dei Paesi fondatori e, soprattutto, tenendo conto dell’inanità generale di fronte al dramma della guerra nella ex Jugoslavia.

E tuttavia si è calcato la mano solo sulle opportunità economiche e sui vantaggi dell’interscambio nel mercato. Sui diritti (un fiume dopo gli anni delle dittature e l’incertezza del presente di allora) e poco sui doveri.

In conclusione non abbiamo dato un senso di costruzione dell’idea politica di Europa e dello sforzo comune per mettere da parte ragioni che vedevano una volta contrapposte Francia e Germania di qua o di là del Reno e magari una Irlanda libera da una Gran Bretagna che ancora governava da Londra le sei contee del Nord. L’Europa è tanti errori ma anche lo sforzo di pace e di costruzione politica che ha portato, alle ultime elezioni, al voto su un candidato designato a presidente della Commissione Europea.

Se vogliamo fare solo la morale a questi paesi dell’Est, a cominciare dall’Ungheria, c’è un campionario di scelte, ma se vogliamo cambiare anche le dinamiche sociali di quei Paesi e costruire un’Europa dal basso il tono dovrà divenire politico e capace di vedere il Vecchio Continente in maniera diversa e globale.

Non serve fare retorica sui Padri fondatori ma serve fare politica nel loro solco e cancellare l’idea che gli unici Stati Uniti con cui vale dialogare per la libertà e la democrazia siano gli USA e non gli Stati Uniti d’Europa.

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